Il coraggio di credere in sé stessi: intervista a Mirco Giovannini

da | FASHION

Mirco Giovannini non è solo uno stilista: è una storia che cammina. Una di quelle storie che non brillano soltanto per ciò che mostrano in passerella, ma per ciò che hanno attraversato fuori scena, quando le luci si spengono e resta la vita, quella vera.

Mirco ha trasformato un sogno in mestiere, e un mestiere in visione. Ma ciò che rende il suo percorso davvero potente non è soltanto l’estetica, la tecnica, la capacità di creare dal filo qualcosa che prima non esisteva. È la sua resistenza. È quel momento in cui tutto sembra finire, progetti, stabilità, certezze, e invece lui sceglie di non far vincere i pensieri più bui. Sceglie di restare. Di rialzarsi. Di ricominciare.

La sua non è una favola perfetta: è una rinascita concreta, fatta di rabbia da attraversare, di dignità da ricostruire, di giorni difficili in cui l’unica scelta possibile è rimboccarsi le maniche. Ed è proprio per questo che la sua storia parla anche a chi non ha nulla a che fare con il mondo della moda. Perché Mirco racconta un messaggio universale: si può cadere, si può perdere tutto, ma non si deve perdere sé stessi.

Ascoltarlo oggi significa sentirsi dire, senza filtri, che bisogna credere. Credere sempre. Credere in sé stessi anche quando è la cosa più faticosa del mondo. Che se vuoi davvero qualcosa, non basta desiderarla: devi lavorarci, costruirla, inseguirla con dedizione, e non mollare davanti alle difficoltà. E che, insieme alla disciplina, serve anche quella scintilla che lui chiama “folleria”: una leggerezza ostinata, un po’ di coraggio irrazionale.

Nato a Rimini, ha studiato all’Istituto Secoli di Bologna ed è passato da un mondo “normale” a quello della moda. Al giovane Mirco che disegnava t-shirt per amici, cosa avrebbe detto sapendo che un giorno avrebbe vestito celebrità e creato haute-maglieria?

Al Mirco che disegnava t-shirt per gli amici direi semplicemente: bravo. Perché stava facendo esattamente quello che desiderava. Aveva già la visione: viaggiare, vestire le persone, lavorare con amore e con ambizione. Gli direi: “Mamma mia, bravo: hai studiato tanto, e ti sei guadagnato ogni passo che ti ha portato fin qui”.

Perché ha scelto la maglieria come linguaggio? Cosa l’ha attratto in quel filo fin dall’inizio?

La verità è che non volevo scegliere la maglieria. Uscito da scuola mi ripetevo: “È troppo difficile, non fa per me”. Io sognavo tessuti, haute couture, altro ancora. Poi, però, mi sono ritrovato a lavorare proprio nella maglieria… e lì è nato l’amore per il filato. Perché la maglieria è una sfida unica: non parti da un tessuto, parti da un filo. Devi creare tutto: la struttura, la texture, la mano, il volume. Devi saper mescolare i filati per arrivare esattamente all’effetto che hai in testa. Oggi, fare quello che faccio ogni giorno mi emoziona ancora: è un lavoro difficile, sì, ma è anche il più vivo che conosca.

Ha lavorato per grandi maison (Jean Paul Gaultier, Versace, La Perla…) prima di lanciare il suo brand. Che differenza ha sentito tra essere consulente o stilista per altri ed essere se stesso, con il proprio nome su un’etichetta?

Vedere il mio nome su un’etichetta mi emoziona sempre. Sempre. Quando ero consulente per grandi maison facevo il mio lavoro creativo, ma non avevo sulle spalle tutto quello che comporta un brand: produzione, responsabilità sul risultato finale, rischi economici, vendibilità del prodotto, gestione degli errori. Con il mio marchio, invece, ogni decisione pesa: devi capire fino a dove può arrivare la creatività, ma anche se quella creatività può trasformarsi in qualcosa che esiste davvero e che si può portare nel mondo.Avere un mio brand è stata la meta da quando sono uscito dalla Secoli: è quello che ho sempre voluto e che voglio portare avanti ancora oggi.

Nel 2012 ha vissuto un “buco nero”: un fallimento che le ha portato via tutto, denaro, progetti, forse anche la dignità. Come ha vissuto quei giorni? Che pensieri attraversavano la sua mente?

È stato un crollo totale. Ho pianto con la mia famiglia e con le persone che mi volevano bene, perché non riuscivo a crederci: ero nel momento in cui l’azienda cresceva, arrivavano richieste importanti, e sembrava che tutto stesse andando nella direzione giusta… poi, improvvisamente, ho perso tutto: denaro, progetti, stabilità, perfino la dignità. Mi sono trovato davanti a un bivio: lasciarmi andare o rimboccarmi le maniche. Ho avuto la fortuna di essere una persona forte dentro, e ho scelto di ripartire. Mi hanno sequestrato anche una macchina a cui tenevo molto: erano segnali durissimi. Ma non ho scelto la fine: ho scelto di crederci e di andare avanti.

“Ho pianto non per tristezza, ma per rabbia”: quanto è durata e com’è oggi?

La rabbia, in parte, c’è ancora. Perché ho perso anni: anni di lavoro, di energie, di costruzione del mio brand. È una rabbia che so che dovrei lasciare andare, perché limita la serenità che cerco ogni giorno… ma non è semplice. Per questo prego molto: tutte le mattine, dalle 5.00 alle 6.15, faccio un tempo di preghiera e di meditazione. Per me la spiritualità non è un “accessorio”: è un modo per restare in piedi, per visualizzare, per chiedere, per perdonare e per provare a liberarmi da quello che mi trattiene.

Com’è nato il vostro percorso insieme, dai “carbonari del Covid” alla ripartenza del brand?

Ci siamo conosciuti verso la fine del 2020, in quel periodo in cui, con alcuni amici, ci vedevamo quasi “di nascosto” in un’enoteca. Io li chiamo i “carbonari del Covid”: era un modo per resistere, per sentirsi vivi nonostante tutto. È lì che incontro Gianluca. Nel 2021 gli chiedo un incontro vero: volevo tornare con un progetto mio, perché dal 2012 il mio nome era finito in tribunale e ricominciare non era semplice. Gli chiesi una mano concreta per ripartire e per ridarmi la possibilità di tornare con il mio nome.

E il rapporto con sua madre?

Con mia madre ho un rapporto strepitoso: è una donna commerciante, una donna forte. Da lei ho preso una cosa fondamentale: si cade e ci si rialza, sempre. Dal 2012 non mi ha mai rinfacciato nulla, non mi ha mai fatto pesare il dolore o le difficoltà. Anzi, mi ha sempre ricordato chi sono: che sono un visionario, che devo crederci e ricordare sempre chi sono e cosa devo fare. È un legame di forza e di fede.

Cosa direbbe al Mirco del 2012? E cosa non gli direbbe mai?

Gli direi: “Ma che hai fatto? Perché non hai cercato un’altra soluzione? Non era impossibile: la situazione l’abbiamo portata all’esasperazione”.E poi gli direi una cosa più intima: “Vorrei che ti amassi di più”. Perché la verità è che faccio fatica a perdonarmi fino in fondo, e quel peso me lo porto dietro. Quello che non gli direi mai è una condanna definitiva. Non gli direi “sei finito”, non gli direi “non vali”. Perché, anche nel caos, quella caduta mi ha insegnato che la vita corre e che bisogna stare più vicini alle persone che contano davvero.

Ha usato materiali non convenzionali, filati nobili, fibre tecniche, persino filo da pesca per creare volumi tridimensionali. Quanto è importante per lei sperimentare tecniche nuove, e quanto invece è nostalgia per l’artigianalità tradizionale? 

Per me devono convivere entrambe. Da una parte c’è la spinta futuristica: oggi si parla di eticità, di riciclo, di ridare vita a materiali già usati. Io non posso “salvare il mondo”, ma posso fare la mia parte: scegliere fibre riciclabili, con certificazioni, e usarle con intelligenza. Dall’altra parte c’è l’artigianalità, il sapere vero. Quando futuro e tradizione lavorano insieme succede qualcosa di speciale: si crea un legame tra anima e struttura, e ogni capo può raccontare una storia.

Si è definito “un po’ folle”, estroso, vulnerabile. Quanto di questa follia è consapevole, e quanto invece è frutto del contesto, delle difficoltà, delle rinascite?

È una follia reale, e in parte mi salva. Io la chiamo “folleria” perché mi succede questo: mi arrabbio, vivo tutto intensamente… e dopo poco, quasi all’improvviso, mi torna la leggerezza, la chiamo la leggerezza dell’essere. È come se la folleria facesse da ponte tra la parte con i piedi per terra e la parte che vive “in aria”. Alla fine, dentro di me vince la folleria: mi rende più leggero e mi permette di continuare.

Cos’è “il successo” oggi?

Il successo, per me, resta fondamentale. Io sono ego, lo ammetto: ho bisogno di arrivare, di raggiungere una meta. Il successo è la mia spinta, la mia parte competitiva. E come dico sempre: “io sono la regina degli scacchi”. Voglio muovermi libero, potente, e arrivare dove devo arrivare.

Se la sua vita fosse un filo: che trama sarebbe? E quale filo controlla lei?

Il filo che oggi “controlla” me è Gianluca Marchetti: mi controlla tutto, mi chiama spesso, mi tiene in riga. La trama della mia vita, invece, è elastica: la tiri e poi, quando la lasci, diventa una montagna russa. È una trama mossa, borderline, in cerca di brivido. A volte chiedo una vita normale, ma poi capisco che non fa per me: io amo le montagne russe. Mi annoierei con un filo di cashmere perfetto e lineare.

Qual è stato l’incontro o l’esperienza con una celebrità o una maison che l’ha segnata più di altre, e perché?

Tra le celebrity direi Zoe Kravitz. Ho fatto la prova abito con lei a Los Angeles per la mostra del cinema di Berlino del 2011: pensavo fosse una di quelle persone “distanti”, invece era carina, spontanea, abbiamo riso tantissimo. Lei aveva altri abiti importanti, uno di Valentino e uno di Chanel, e io, per convincerla, a un certo punto mi misi perfino in ginocchio prendendo anche una botta cosi forte che si senti un botto! Lei rideva piegata in due… e non so se è stato quello, ma alla fine ha indossato il mio abito. Per me è stato un momento enorme.

Tra le maison, La Perla è stata decisiva. Ancora oggi sento l’ex titolare, Anna Caterina Mascotti: è una delle mie più care amiche. Lei mi ha voluto fortemente e da lì è nato un rapporto che va oltre il lavoro.

  Ha un nuovo sogno?

Rifare ancora di più. La visione è chiara: vestire tante persone, far crescere il brand al massimo, e arrivare a Parigi. Il sogno è sfilare e presentare il progetto a Parigi: portare lì le mie creazioni, con il mio nome.

Tre parole per descriversi oggi?

Mirco. Giovannini. Sempre.

Sito ufficiale: MG Atelier Folleria

Foto: Studio Re Public Relations 

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