Con la sua satira visiva, Martin Parr è stato il più grande critico silenzioso dell’era moderna, dalla classe operaia ai vertici del lusso, in giro per il mondo.
Gli anni ’90 sono stati un momento epico e irripetibile per quasi tutti gli aspetti. Un momento di cambiamento, di innovazione e di benessere riscoperto. Ma niente e nessuno ha beneficiato della bellezza degli anni ’90 come l’arte. Il mondo creativo alle porte del nuovo millennio si trovava all’apice di un momento di critica sociale, politica e identitaria. L’arte diventa uno strumento diretto per esplorare e criticare questioni sociali e politiche.
Il problema di trovarsi a 20 anni di distanza da un secolo così proficuo è il veder scomparire grande icone che hanno fatto la storia sia a livello artistico che culturale.
Il 6 dicembre si è spento Martin Parr, un iconico fotografo dall’approccio satirico al mondo sociale contemporaneo.

Martin era un fotografo britannico amante della fotografia documentaria. Ad essere catturate erano spesso le complessità e le contraddizioni della società moderna, non sempre con uno sguardo lusinghiero. Parr era ossessionato dal modo in cui le persone spendono i propri soldi e come passano il loro tempo libero. Il turismo di massa, le spiagge affollate, lo shopping eccessivo e la cultura del cibo spazzatura, sono solo alcuni dei protagonisti preferiti di Martin.
La sua fama è dovuta anche dalla sua attenzione alla classe media operaia britannica. Focalizzandosi sul kitsch, le tradizioni e le eccentricità locali Martin dà vita a uno dei suoi lavori più celebri, “The Last Resort”. Negli anni successivi il suo interesse si estende alla globalizzazione e la sua influenza nelle culture locali di tutto il mondo, spesso attraverso il turismo e i simboli di status globali.

Con le sue opere Martin mette in luce l’opulenza e l’eccesso del mondo occidentale.
Come già detto, “The Last Resort” è uno dei lavori più importanti e iconici di Martin Parr. La sua rilevanza è data dalla sua analisi acuta sulle classi sociali, il tempo libero e la deindustrializzazione in Gran Bretagna negli anni ’80. Il progetto documenta la vita dei vacanzieri e dei residenti del lungomare di New Brighton, una località balneare britannica vicino a Liverpool, nel nord-ovest dell’Inghilterra. Le foto vengono scattate durante la recessione economica degli anni ’80, sotto il governo di Margaret Thatcher. La zona di New Brighton stava affrontando un significativo declino economico e sociale, come molte aree industriali del Nord.

Il titolo si traduce letteralmente come “L’ultima Spiaggia”, un gioco di parole che riflette sia la località di villeggiatura che la sensazione di disperazione economica e sociale del periodo. L’opera rappresenta un punto di svolta per l’artista che abbandona il documentassimo in bianco e nero per sperimentare con il flash e il colore ad alta saturazione. Con un flash anulare conferiva un aspetto iperreale, quasi artificiale rislatando i dettagli, i colori sgargianti devi vestiti e il kitsch degli oggetti in modo quasi grottesco.

Le immagini rappresentano dettagli della vita quotidiana in spiaggia: persone che mangiano patatine fritte e hot dog, bambini in pozze d’acqua sporca e scene di sovraffolamento e disordine.
Per dare quel senso di caos Martin si avvicina estremamente ai soggetti, rendendo le espressioni e gli ambienti in modo crudo, intimo, ma senza mai darne un giudizio esplicito. Così una semplice vacanza diventa una profonda indagine sociologica sulla vita post-industriale. Il tempo libero della classe operaia britannica non è una fuga idilliaca, ma un’estensione della precarietà economica e la gioia si mescola al disordine, alla povertà e al degrado dell’ambiente circostante. Le immagini sono cariche di segni di scarsa qualità e abbondanza superflua.

Martin poi inizia con il suo progetto globale: “Small World”. La lente di Parr si sposta dalle spiagge britanniche ai luoghi turistici più famosi del mondo. Dal 1987 fino al 1994, Martin scatta turisti, souvenir e monumenti iconici in tutto il globo. Lo scopo era quello di esplorare la contraddizione tra la mitologia dei luoghi esotici e la realtà dell’esperienza turistica di massa.
Parr dimostra che nonostante si viaggi per cercare autenticità e unicità, l’esperienza del viaggio è diventata essa stessa standardizzata e omogenea a livello globale.

Ecco che il turismo, la più grande industria del mondo, porti a comportamenti e situazioni prevedibili, indipendentemente dalla latitudine. I turisti si ritrovano a scattare la foto di rito davanti al monumento, dimostrando di esserci stati, la prova, il rito di passaggio che convalidi l’esperienza. I souvenir e il merchandise venduto nei pressi dei monumenti sono spesso di cattivo gusto, prodotti in serie e spesso non hanno nemmeno un legame con la cultura locale. Ecco che Martin scatta il cattivo gusto della globalizzazione.
Sovraffolamento e meraviglie naturali, ora non più luoghi di contemplazione o scoperta individuale, ma spazi saturi dove la presenza umana e la sua attività di consumo dominano il paesaggio. I turisti cercano di catturare la bellezza di un luogo con la loro fotocamera, ma alla fine dei conti stanno solo documentando la loro presenza in un luogo che altri mille prima di loro hanno visitato.

Martin Parr in questo lavoro evidenzia la differenza tra l’ideale romantico del viaggio e la realtà del turista moderno, spesso distratto, frettoloso e parte di una folla.
Di nuovo il flash sul viso dei soggetti gli dona un aspetto grottesco, artificioso e plastico della vita moderna e dei vestiti da turista. I piccoli dettagli mostrano poi come ognuna delle convenzioni sociali presenti nei luoghi turistici si ripetono in contesti diversi, anche a migliaia di km di distanza.

Negli anni 2000 nasce poi “Luxury”, un progetto a lungo termine che nasce nel 2005 e continua fino al 2012. Un’indagine diretta e globale sui temi della ricchezza, dell’eccesso e del nuovo status sociale. A essere fotografati sono i riti e gli ambienti associati alla ricchezza globale: sfilate di moda esclusive, eventi equestri d’élite, aste d’arte di alto livello, feste private, centri termali costosi e boutique di lusso.
Il progetto si svolge in un’epoca di crescente divario economico a livello mondiale e dalla classe medio-operaia si passa ai vertici della piramide sociale e sulle sue manifestazioni pubbliche di opulenza.
Martin nota come il lusso non sia più un indicatore di ricchezza, ma un codice culturale complesso, perfino un’industria globale che si alimenti di desiderio e esclusività. Il lusso viene catturato da Martin come una performance pubblica. Le persone non solo posseggono oggetti costosi, ma partecipano a eventi e rituali specifici che servono a convalidare e mostrare a tutti il loro status.

Il focus è sul linguaggio del corpo e sulle espressioni facciali, spesso catturando momenti di vanità, serietà esagerata o noia. Il lusso quindi non è comfort, ma ostentazione e differenziazione degli altri. Anche per questo progetto Martin viaggia per tutto il mondo dimostrando che anche i simboli e i rituali del lusso sono diventati omogenei a livello globale. Le maison di moda e gli accessori costosi sono i segnalatori di status universali, un linguaggio compreso e desiderato da tutte le culture. Martin evidenzia come spesso poi questo lusso non sia sempre sinonimo di gusto, ma più che altro un eccesso pacchiano e di un consumo sregolato.
Lo stile rimane sempre lo stesso: diretto, iper-dettagliato e dai colori saturi.
Così l’approccio visivo appiattisce metaforicamente la distanza sociale: che sia un hamburger unto o un piatto del miglior ristorante di lusso, il dettaglio banale è trattato con la stessa intensità.

In tutti e tre i lavori si ritrova l’intento di Martin: enfatizzare la superficialità e l’abbondanza spesso di cattivo gusto o kitsch, i quali permeano la vita moderna in ogni classe sociale. Parr comunica che il mondo occidentale è dominato da un consumo smodato e da una ricerca ossessiva del tempo libero e del piacere immediato, che sia un piatto di patatine fritte o un evento di alta moda.
Martin Parr mostra l’umanità attraverso i suoi oggetti di consumo, rivelandone l’eccesso e l’assurdità. Si demistifica l’ideale del consumo felice, mostrando la sua realtà spesso disordinata e sgraziata.

Martin comunica una satira visiva della vita moderna con l’esagerazione del colore e l’attenzione al dettaglio banale obbligandoci a confrontarci con le contraddizioni sociali, il consumismo e l’omologazione dell’inzio del 21esimo secolo.
Guardandoci intorno, tirando le somme di quello che viviamo nel nostro quotidiano, verrebbe quasi da dire che è un momento in cui andarsene, sopratutto dopo aver passato la propria vita a mostrare il paradosso dell’era moderna.
Grazie mille Martin Parr, da qui in poi ci penseremo noi a mostrarci artificiosi e kitsch.


