Gli alimenti plant-based presenti sul mercato oggi sono molti di più, ma questo non è sempre segno dell’affermarsi di un’alimentazione vegan consapevole.
Tutti intorno a noi sembrano aver provato una dieta vegana. Chi interessato dal gusto nuovo, chi invece decide di cambiare filosofia di vita. Insomma, ognuno di noi almeno una volta ha deciso di mangiare meat-free (e derivati).
Da cosa nasce cosa e da quanto Instagram esiste e le composizione vegan sono esageratamente carine e ‘instaggrammabili’, la tendenza al mangiare plant-based è diventata via via sempre più forte.
L’obbiettivo originario del veganismo, specialmente quello con focus sulla salute, è la semplicità: una dieta composta da vegetali interi, legumi, cereali e frutta non processati.

Si tratta del Whole Food Plant-Based, il veganesimo vero e proprio. Quindi solo alimenti di origine vegetale, interi e non processati. Il termine compare nel 1944 in Inghilterra da Donald Watson, come momento di scissione dalla Vegetarian Society.
Quando si parla di veganismo principalmente si tratta di decisioni etiche. Prima fra tutte è la motivazione antispecista la quale punta al rifiuto, appunto, dello specismo, ossia la discriminazione basata sulla specie. Secondo questa visione, noi mangiamo la carne in quanto consideriamo gli animali risorse, più che esseri senzienti con diritto a vivere.
Un’altra ispirazione può arrivare da un fatto di consapevolezza più che altro ambientale: l’impronta ecologica dell’allevamento intensivo è oggettivamente problematica. Decidere di seguire uno stile di alimentazione vegano è quindi un tentativo di ridurre il proprio impatto sul Pianeta, che tanto messo bene non è.
Il fenomeno vegano, però, non è rimasto confinato a una nicchia di attivista, ma è stato del tutto assorbito dal mercato di massa.

Così il cibo e lo stile di vita vegano si sono spogliati di tutto il loro valore simbolico, diventando più che altro dei marcatori identitari decisamente espliciti. L’equivalente dell’indossare una borsa di lusso iper-mega logata a una manifestazione di Nuova Generazione, insomma il tuo punto di vista è evidente.
Quindi il consumatore vegano non acquista solo un prodotto, ma un pacchetto di valori e lo comunica socialmente. Ahimè non sempre per un fatto etico o ambientale, ma più che altro di tendenza, di amusement.
Quello che viviamo di fronte al gigantesco logo vegano sui prodotti ultra-processati non è solo un’etichetta, ma una vera e propria mercificazione dell’etica.
Questo è un meccanismo che viviamo molto spesso: un ideale di purezza, apprezzato e ricercato, si trasforma in un bene di consumo rapido e conveniente. Così il mercato si può aggiudicare tutta quella fetta di consumatori che stava perdendo non modificando la sua scelta di produzione. Non ci sarebbe problema in questo: i produttori offrono prodotti vegan e non, e tutti sono contenti.
Sarebbe bello, vero?
Nella realtà i produttori offrono effettivamente queste due scelte, ma se ne infischiano del suo spiegante e pur di avere un prodotto pronto subito compromettono la qualità nutrizionale iniziale dando vita a un vero e proprio paradosso.
Il paradosso sta nel fatto che, mentre questi prodotti sono eticamente superiori, spesso sono nutrizionalmente meno salutari di quanto la loro etichetta ‘vegan’ faccia pensare.

Sì va bene, nessun animale è stato sfruttato, ma la lista degli ingredienti è decisamente complessa. Addensanti, emulsionanti, aromi artificiali e coloranti sono la punta dell’iceberg che serve per costruire solo la ‘texture’. Inutile dirvi che il concetto di salutare va a farsi benedire. Spesso si inserisce un alto contenuto di sodio, ad esempio, per esaltare il sapore che spesso risulta carente, per via degli ingredienti altamente raffinati alla base. Un qualcosa di pericoloso tanto quanto mangiare tutti i giorni dalla nonna pugliese (non è una battuta, mangiare dalla nonna con l’olio facile è davvero pericoloso).
I grassi saturi provenienti da oli vegetali, parzialmente idrogenati, sono spesso usati nei prodotti vegani, andando a minare quell’idea che abbiamo un po’ tutti sul cibo vegano, ossia il suo essere a basso contenuto di grassi poco salutari. Anche lo zucchero e i carboidrati raffinati rientrano nella lista ingredienti, portando a un aumento dell’infiammazione e all’aumento di peso, entrambe cose decisamente non parte di uno stile di vita mirato al benessere.
L’attuale moda del ‘mangiare vegano’ è un chiaro esempio di come il sistema capitalista del cibo assorba e trasformi contro-culture in nicchie di mercato, nemmeno troppo piccole.

Si fa leva anche sul nostro stacanovismo, quindi poco tempo e zero sbatti. Gli alimenti vegani già pronti risolvono anche il problema della comodità e della velocità. Quindi chi non ha tempo o competenze per cucinare da zero un piatto di lenticchie, opta per un Burger vegano pronto, illudendosi di mangiare sano e in modo etico. Qui l’industria si inserisce e sfrutta la nostra pigrizia nutrizionale, rassicurandoci con una semplice etichetta aggiunta in post con scritto ‘plant-based’.
Il plant-based, ad oggi, è un megatrend di consumo spinto da celebrità e social media verso un’avanguardia alimentare globale, ma il risultato è solo un veganesimo industrializzato.
Si creano sostituti per la carne e i latticini, a costo di una lavorazione estrema. Questo non con l’obbiettivo di incoraggiare il consumo di cibi vegetali, ma di imitare il più fedelmente possibile il gusto della carme sfruttando quindi l’aura di salute del veganesimo, risultando però nella produzione di cibi ultra-processati. Dobbiamo anche considerare che il mercato dei sostituti non è dominato da piccole aziende etiche, ma da giganti del cibo che applicano a questi prodotti le stesse logiche di produzione di massa, abbattimento dei costi e marketing aggressivo che il veganesimo etico voleva in realtà contrastare.
L’inserimento massiccio dei prodotti vegan nel mercato rappresenta quindi un fallimento parziale dell’ideale etico/salutistico a favore dell’integrazione nel sistema di consumo di massa. Sì, la dieta plant-based è più accettate e accessibile per il consumatore medio, ma ha comunque creato una categoria di cibo spazzatura vegano che mina l’obbiettivo originale di una vita alimentare più pulita e vicina alla natura.
La soluzione? E’ molto più semplice di quello che si possa pensare: una maggiore consapevolezza critica.
Si deve tornare a dare valore al fatto in casa, al naturale, riprendendo il filo del discorso dalla materia prima nuda e cruda. Questo anche sfruttando strategie come il meal prep.Per i più pigri che non sempre hanno voglia di lavorare con la materia prima, rimandiamo agli effetti a lungo termine dei cibi ultra-processati e chiediamo: ‘sicuro, sicuro di non volerci ripensare?’.
Immaginavamo…


