In un’isola sudcoreana, a Jeju, nasce la storia di una lunga tradizione femminile di sommozzatrici: le Haeneyo. Il loro apporto è stato così importante da portare a una quasi rivoluzione matriarcale.
Esistono delle cose il cui valore è inestimabile è l’unico modo per valorizzarle è non dimenticarsene. Uno di questi sono le Haenyeo, delle donne coreane decisamente particolari.
Provenienti dalla provincia sudcoreana di Jeju, le Haenyeo sono delle vere e proprie sommozzatrici presenti dal 1700.

Originariamente questa professione era di competenza esclusivamente maschile, l’unica eccezione erano le mogli che lavoravano insieme ai propri mariti. Nata nel 434, la tradizione dell’immersione subacquea ha visto comparire le donne solo dal XVII secolo in una monografia sulla geografia di Jeju che le descrive come ‘jamnyeo’, ossia ‘’donne che s’immergono’’. Il secolo dopo il numero delle donne era così aumentato fino a meritarsi un termine tutto suo.
Ma come mai sono così tante le donne disposte ad immergersi?
Una spiegazione che viene data è la morte di molti uomini in mare per via della guerra o incidenti di pesca d’altura, per cui l’immersione per forza di cose è diventato un lavoro esclusivo delle donne. Un’altra motivazione ha fondamenti più che altro fisiologici, infatti il corpo femminile presenta più grasso sottocutaneo, assieme a una soglia di resistenza ai brividi più elevata. Una caratteristica da non sottovalutare dovendo affrontare acque decisamente fredde.

C’è però una parte della storia più ‘cruenta’, infatti la leggenda narra che i funzionari statali frustavano le donne e a volte anche i genitori o i mariti quando non riuscivano a pagare il tributo di abaloni essiccati.
Questa pratica obbligava quindi le donne ad immergersi anche durante la gravidanza. E se l’immersione in mare diventava un ‘gioco da ragazze’, così anche il ruolo di chi provvedeva alla famiglia cambiava. Toccava alle donne sostentare la famiglia. Questa tendenza si stabilizza sopratutto dopo la colonizzazione della Corea da parte del Giappone nel 1910. In questo periodo le immersioni diventano infatti molto più remunerative.
Se prima la maggior parte del raccolto delle sommozzatrici veniva consegnata al governo come tributo, i giapponesi una volta arrivati aboliscono questa tradizione, permettendo così alle Haenyeo di vendere il proprio pescato e trarne quindi profitto.
I mercanti giapponesi e coreani iniziarono ad assumere le Haenyeo come lavoratrici pagate, dando una grossa mano alla loro situazione finanziaria.

Se il loro salario prima costituiva tra il 40 e il 48% del reddito totale di una famiglia tipica, nei primi anni ’60 il raccolto delle Haenyeo rappresentava fino al 60% delle entrate della pesca di Jeju e ben il 40% dei mariti delle sommozzatrici era disoccupato. Insomma, erano loro gli uomini di casa, ma ora in un senso diverso.
La formazione per diventare Haenyeo inizia davvero presto. Dagli undici anni, infatti, si inizia ad esercitarsi prima nelle acque basse e aumentando poi la profondità delle loro immersioni di volta in volta, il tutto per un periodo di sette anni. Le sommozzatrici si dividono poi in tre gruppi in base alla loro esperienza: hagun (inferiore), junggun (intermedio) e sanggun (superiore).
Il ‘look’ da Haenyeo è composto da muta, maschera subacquea, pinne e guanti.
L’attrezzatura si compone poi di alcuni pesi pettorali per facilitare l’immersione, assieme a una zappa da diserbo a forma di L e una rete che si aggancia a un dispositivo di galleggiamento. La parte fondamentale della loro attività è composta però da una preghiera. Dedicata a Jamsugut, la dea del mare, è importantissima per augurare sicurezza e una pesca abbondante.

Dopodiché le Haenyeo si immergono per una durata di tempo che può variare a seconda della stagione. Prima dell’arrivo delle mute le sommozzatrici potevano rimanere in mare per un’ora sola durante l’inverno, poi dovevano aspettare 3 o 4 ore davanti al fuoco aspettando di asciugarsi. In estate potevano restare fino a 3 ore per volta. Questo perchè prima dell’arrivo delle mute le sommozzatrici si immergevano con addosso solo un costume di cotone.
Il risvolto più interessante di questa peculiare attività è lo svilupparsi di una società semi-matriarcale in cui erano le Haenyeo a rappresentare i capifamiglia.
Si assisteva a una vera e propria inversione di genere tradizionali: gli uomini restavano a casa a curare i figli e fare la spesa, le donne invece provvedevano alla famiglia lavorando. Ma la vera inversione di ruoli si nota nell’usanza della dote che veniva ora pagata dagli uomini alla famiglia della sposa. Anche la nascita delle femmine veniva celebrata in modo diverso rispetto alla Corea continentale, festeggiandola e benedicendola.

Ahimè questo non ha però intaccato la predominanza del confucianesimo e questa inversione di marcia non riuscì ad arrivare fuori dalla sfera domestica. Infatti, continuavano ad essere gli uomini a ricoprire ruoli di potere oltre ad essere gli unici a poter celebrare i riti per gli antenati ed ereditare.
Nel 21esimo secolo le Haenyeo diventano uno dei tesori di Jeju e il governo coreano ne riconosce il contributo alla cultura dell’isola sovvenzionandone l’attrezzatura e garantendo diritti esclusivi sulla vendita di pesce fresco.
Ahimè con l’industrializzazione della Corea del Sud inizia il loro declino. Negli anni ’60 il governo sudcoreano comincia a cercare dei modi per rivitalizzare l’economia nazionale in ogni provincia, ma essendo Jeju decisamente scomoda per costruire fabbriche, finì per essere trasformata in un’isola esportatrice di mandarini. Nel 1978 poi è il turismo a sostentare l’isola e questi cambiamenti ebbero un impatto davvero significativo sui numeri di sommozzatrici presenti.

Questo perchè iniziano a comparire delle alternative alla massacrante attività in mare e così le donne abbandonarono il mare. Nel 2017 si contavano solo 4.005 Haenyeo, di cui solo 12 avevano meno di 50 anni e nessuna ne aveva meno di 30.
Anche se l’attività è decisamente diminuita, quello che non può scomparire è l’impatto che le Haenyeo hanno avuto. Non solo nella cultura, ma anche nella scienza portando a una genetica del tutto nuova. Trasmettendo gli adattamenti fisiologici anche ai figli, questi permettono loro di immergersi in sicurezza, con un pool genetico decisamente peculiare. Insomma, un’eredità impossibile da cancellare, presente letteralmente nel sangue di intere generazioni.


