Vanity sizing: perchè le taglie mentono

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Dalle prime taglie standardizzate negli anni ’40 al fenomeno del Vanity sizing, la moda ha cambiato il nostro rapporto con i numeri sull’etichetta. Il risultato? Confusione, frustrazione e un impatto ambientale crescente legato allo shopping e ai resi online.

Un tempo: ogni vestito era su misura

Prima del ready-to-wear (l’abbigliamento prodotto in serie), tutti i vestiti venivano cuciti su misura. Non c’erano taglie, solo il tuo corpo. Negli anni ‘40, negli Stati Uniti, nasce l’idea di standardizzare: si misurano oltre 15.000 donne per creare una guida alle taglie. Ma c’è un problema: le misurazioni si basano su un campione poco rappresentativo (quasi tutte donne bianche, giovani e magre).

Negli anni ‘80, il concetto di Vanity sizing inizia a diffondersi: il marketing capisce che, se ti senti più snello, probabilmente compri di più. Le taglie cominciano lentamente a “sgonfiarsi”.

Perché i brand lo fanno?

La risposta breve? Per vendere di più.

Secondo una ricerca pubblicata da Wan-Ju Iris Franz (2017), la maggior parte dei clienti tende a comprare più facilmente un capo se il numero sull’etichetta è inferiore alle aspettative. Una 46 che “diventa” una 42 è una piccola iniezione di autostima. Il problema? Questo meccanismo ha creato una giungla di taglie dove non esiste più coerenza tra un marchio e l’altro.

In uno studio di Time Magazine, è stato rilevato che una taglia 14 (USA) degli anni ’50 equivale oggi, in certi negozi, a una taglia 6. Insomma, sei più “snella” solo perché l’etichetta mente con gentilezza.

Confronto delle misure del girovita per la taglia 12 tra diversi brand di moda: da 28,5 pollici (COS, Monsoon) a 31 pollici (Tu Sainsbury's), evidenziando la variabilità del vanity sizing.

Le conseguenze del Vanity sizing

Il vanity sizing non crea solo disordine nel guardaroba, ma genera anche una buona dose di frustrazione. Quando non sai più qual è la tua taglia reale, ogni sessione di shopping diventa una specie di scommessa: entri in camerino con tre taglie diverse sperando che almeno una calzi. E se non calza nessuna? Ecco che parte l’ondata di autogiudizio. Spesso provare una taglia più grande di quella che “crediamo” di essere può farci sentire sbagliati, come se fossimo noi a non essere all’altezza, invece che i vestiti a non essere stati pensati per la varietà dei corpi reali.

Il fenomeno ha conseguenze anche sul piano pratico. Ad esempio, con lo shopping online l’insicurezza sulle taglie porta a un aumento vertiginoso dei resi: compriamo più articoli “per sicurezza” e poi rimandiamo indietro quelli che non vanno bene, con costi ambientali e logistici non indifferenti. Più spedizioni, più imballaggi, più sprechi.

In sostanza, il vanity sizing non è solo una questione estetica o psicologica: ha effetti molto concreti sul nostro rapporto con l’abbigliamento, sull’autostima, e persino sulla sostenibilità dell’intera industria della moda.

C’è una via d’uscita? Forse sì.

Alcuni brand stanno cercando soluzioni. In Europa, ad esempio, lo standard EN 13402 propone di etichettare i capi in base alle misure in centimetri (es: busto 88 cm, vita 70 cm), molto più trasparente. In parallelo, le tecnologie di body-scanning 3D promettono di aiutare a trovare i capi giusti per ogni tipo di corpo, senza il peso (emotivo) di una taglia.

Compra con la mente, non con l’etichetta

Il numero sulla taglia non definisce nulla di te. La realtà è che nessuna azienda può standardizzare la complessità e la bellezza dei corpi reali. Scegli capi che ti fanno sentire bene, che ti stanno bene, e soprattutto che ti rappresentano, a prescindere da cosa dice il cartellino.

Immagini: Pinterest

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