Romanticismo macabro nell’estetica di Schiaparelli e Van Herpen
Ci sono cuori che non battono per vivere, ma per ricordarci che potremmo smettere da un momento all’altro. Cuori cesellati in oro, trasparenti, lucenti, offerti come reliquie sul petto nudo della moda. Ci sono piume che non volano, ma sussurrano memorie di uccelli estinti, e alghe che brillano in passerella come se l’oceano, stanco, stesse cercando un’ultima voce.
Nel mondo incantato e disturbante di Schiaparelli e Van Herpen, la bellezza non è mai innocente. È bellezza che punge, che incanta e ferisce, come il petalo di una rosa che ha imparato troppo presto a diventare lama.


Anatomie poetiche e crudeli
Schiaparelli, che un tempo sognava con Dalí, oggi parla il linguaggio del corpo smembrato e santificato. I suoi gioielli, cuori pulsanti, nasi, occhi, gabbie toraciche in metallo, sono organi esposti, ma anche simboli, icone sacre di un’umanità spezzata ma desiderosa di miracolo. Il corpo diventa reliquiario, sacrario, ma anche manifesto: “guarda come siamo fragili eppure splendidi”, sembra dire.
Le creazioni di Van Herpen invece non sembrano fatte da mani umane. Le sue piume non sono piume: sono spiriti di piume. Le sue alghe bioluminescenti non sono decorazioni: sono segnali, avvertimenti silenziosi di un ecosistema che scompare, sussurrati attraverso la lingua della luce.

Il sogno come avvertimento
Nel loro romanticismo c’è la morte, ma non è una morte definitiva. È la morte come passaggio, come rito, come trasformazione. È la natura che muore, sì, ma è anche la natura che resiste, che muta, che si vendica con grazia.
Schiaparelli e Van Herpen non ci mostrano il mondo com’è, ma quello che potremmo diventare se smettessimo di ascoltare. O se, finalmente, cominciassimo a farlo.
Il loro è un romanticismo è macabro, certo, ma non privo di speranza. Perché dentro ogni cuore esposto c’è ancora un ritmo. Dentro ogni piuma, un vento possibile. Dentro ogni vestito, una domanda aperta:
che ne sarà di noi, se non impariamo a vedere la bellezza anche nella ferita?
L’abito come linguaggio del sacro
La moda, in questo orizzonte è rito, liturgia, profezia. I vestiti di Van Herpen si muovono come creature viventi. Quelli di Schiaparelli sembrano evocare divinità dimenticate. Indossarli non è un atto estetico: è un atto spirituale. È incarnare un presagio.
Foto: Pinterest
Articolo di Letizia Fico


