Saviano e Capacchione: le vite rubate e la giustizia (lenta)

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17 anni di processo che nel luglio 2025 arrivano a un verdetto: per Roberto Saviano e Rosaria Capacchione arriva la giustizia e le sentenze con aggravante mafiosa. Ma è sufficiente?

Nell’ottobre del 2006 Roberto Saviano, scrittore e giornalista italiano, inizia la sua nuova vita sotto scorta. Nel 2008 a cambiare vita è Rosaria Capacchione, giornalista e politica italiana, anche lei costretta a vivere sotto la protezione di una scorta permanente. Quello che queste due figure di spicco nel panorama dell’informazione e della letteratura hanno in comune non si ferma solo a una libertà rubata.

Rosaria Capacchione e Roberto Saviano hanno fatto un coraggioso e incessante lavoro di denuncia contro la criminalità organizzata. In particolare contro il sanguinoso clan dei Casalesi.

Entrambi hanno ricevuto minacce di morte sufficientemente gravi ed esplicite da arrivare alla protezione continua, seguendo strade di denuncia alla mafia diverse, ma comunque importanti e fondamentali nella lotta alla criminalità organizzata.

Roberto Salviano
Photo via Libera Informazione

E’ nel 2006 che Roberto Saviano pubblica il libro culto “Gomorra”. Il testo ha aperto una finestra sulle brutali dinamiche della Camorra casertana. L’opera ha ricevuto un enorme successo e il suo impatto è arrivato fino ai panorami internazionali. E’ qui che Saviano inizia a diventare uno dei principali bersagli per l’organizzazione criminale, che lui stesso ha denunciato.

Parallelamente Rosaria Capacchione si occupa dell’inchiesta sullo stesso calderone dei Casalesi, fornendo continuamente approfondimenti importanti sulle attività illecite svolte. Proprio il suo giornalismo investigativo, la sua costanza e la sua meticolosità l’hanno aggiunta alla rosa dei nemici del clan.

Sono state le minacce la causa del cambiamento radicale delle vite di entrambi: Saviano e Capacchione da allora vivono sotto scorta permanente.

Mi hanno rubato la vita“, dice Saviano. “Ho perso un sacco di tempo, non è cambiato niente“, dice Capacchione. Si parla di una gabbia invisibile, un confine entro cui devono rimanere solo per aver denunciato una delle più terribili realtà che affliggono il nostro paese. La perdita della gioventù, la rinuncia alla normalità per dover affrontare un’esistenza controllata, da chiunque, ma non da se stessi.

Esiste un punto di inizio: il maxi-processo “Spartacus”. Avvenuto nel 2008, è forse la più cruciale udienza contro il clan dei Casalesi. Il processo rappresenta anche un momento di svolta nella lotta dello Stato contro una delle più influenti e brutali organizzazioni camorristiche italiane. Pensato per riuscire a smantellarne la struttura e le conseguenti attività illecite.

Il momento clou arriva il 13 marzo 2008. A Napoli, durante un’udienza d’appello, l’avvocato del boss Francesco Bidognetti legge in aula un contenuto esplicitamente intimidatorio. Un vero e proprio attacco mafioso, diretto e preciso.

Il documento letto accusava Roberto Saviano e Rosaria Capacchione di essere “prezzolati” e di influenzare i giudici, rendendoli quindi responsabili delle condanne dei boss.

Non è mai successo in un’aula di tribunale in nessuna parte del mondo“, nessun boss e soprattutto nessun avvocato ha mai puntato pubblicamente il dito contro dei giornalisti in questo modo. Minacce di questo taglio, in un processo di tale portata, da un’organizzazione così influente. Pensare che questo non fosse un attacco programmato e studiato sarebbe sbagliato.

Questo proclama voleva creare un clima di paura tale da scoraggiare future inchieste giornalistiche e azioni giudiziarie cercando a suo modo di minare il processo e l’imparzialità della giustizia. In questo senso un gesto anche contraddittorio, considerato l’accusa mossa contro i giornalisti.

Il clan dei Casalesi percepiva come minaccia sia il libro di Saviano, che gli articoli investigativi di Capacchione su “Il Mattino”.

Il clan vedeva i loro gesti come un intimidazione alla loro autorità, oltre che un mezzo per influenzare il processo giudiziario che li vedeva protagonisti. Saviano riconobbe in questo la paura dell’informazione da parte del clan, che così dimostrava di capire la profonda importanza della narrazione e della percezione pubblica nel mantenere o distruggere il loro potere. Le minacce colpivano soprattutto la loro immagine e quindi la loro capacità di operare, oltre che la loro coesione interna.

L’attacco ai giornalisti rappresenta l’ennesima prova che è l’omertà a foraggiare il capitalismo mafioso. Non parlarne non danneggia, ma fortifica queste organizzazioni. Il non-detto, il tenuto nascosto, è così che queste associazioni mafiose si tengono in piedi. Parlarne è l’arma principale nella lotta contro la mafia.

Ecco che si arriva alla vita blindata di Saviano, una “vita maciullata”, costantemente presidiata. Capacchione, invece, lamenta il furto della sua identità professionale, ora unicamente legata al racconto del clan dei Casalesi.

L’impatto mediatico della vita forzata di questi giornalisti ha visto molte critiche. Molti parlano di un privilegio, di un costo della popolazione di cui non si vogliono prendere l’onere. Questo è il risultato di una percezione pubblica della scorta distorta, spesso volutamente.

Roberto saviano
Photo via Il Corriere del Mezzogiorno

Interpretata come un privilegio composto prettamente da autisti personali, la scorta è in realtà un dramma e una terribile restrizione della propria vita e delle proprie libertà.

La grande problematica sta sopratutto nelle battaglie comuni che fanno leva sul disaccordo verso queste misure. Una politicizzazione che erode l’empatia e il sostegno per chi sacrifica la propria vita per il bene comune, rappresentando un altro deterrente per altri giornalisti investigativi. Rafforzando così anche il potere della criminalità organizzata.

Oggi, 17 anni dopo, si è arrivati a un verdetto che ha portato alla luce la problematica sistemica che impatta le vittime e che con la sua lentezza burocratica finisce per favorire gli obiettivi delle organizzazioni criminali.

Il 14 luglio 2025 la Corte d’Appello di Roma conferma le condanne per Francesco Bidognetti (il boss in carcere duro dal 1993) e Michele Santonastaso (l’avvocato del clan che lesse il proclama intimidatorio).

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Saviano dopo la sentenza: “Mi hanno rubato la vita” Confermate in Appello le minacce dei Casalesi. Lo scrittore: “Sedici anni di processi dimostrano che l’informazione fa paura alla camorra. I boss non attaccarono la politica, ma chi raccontava il potere criminale. In aula nessun politico: hanno già perso” #saviano #casalesi #processo #roma #news

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L’aspetto fondamentale della sentenza è il riconoscimento esplicito dell’aggravante mafiosa. Un aspetto legale di un’importanza enorme in quanto attesta che le minacce non erano atti di intimidazione personale, ma vere e proprie azioni fatte con l’intento specifico di sfruttare il potere pervasivo e la paura che il clan incuteva. E’, inoltre, un precedente vitale nella dura e instancabile lotta contro la criminalità organizzata.

Detto questo, 17 anni impongono un peso enorme su vittime e testimoni che rischiano di rimanere soli. I processi lunghi contro la mafia possono diventare una forma secondaria di intimidazione, sfruttando proprio la stanchezza delle vittime oltre che il calo di attenzione pubblica. E’ così che la lentezza della giustizia diventa un’arma nelle mani dei mafiosi. Un’arma fornita proprio dallo Stato.

Alla lettura della sentenza Roberto Saviano scoppia in lacrime, Rosaria Capacchione ribadisce il senso di stanchezza profonda.

Non è cambiato niente“, ribadisce. “Il punto è a chi interessa tutto questo? A pochi, ormai non legge più nessuno“.

Non viene rinnegata l’importanza della sentenza, il suo essere un punto alla fine di una terribile storia, quello che però viene sottolineato è il peso che questo processo ha avuto sulla propria esistenza, togliendo i migliori anni a entrambi. Tutto per combattere un male che dovrebbe essere combattuto sopratutto da dentro, dalla strada.

Giudiziariamente, riconoscendo l’aggravante del metodo mafioso, si certifica la natura grave e organizzata delle minacce. Così viene anche riconosciuta l’importanza del lavoro svolto dai due giornalisti, forse la vittoria più grande in tutta questa storia.

La storia di Saviano e Capacchione ricorda che raccontare la verità, in Italia, ha ancora un costo altissimo.

La diminuzione dell’attenzione mediatica e l’affievolirsi del dibattito pubblico sono una minaccia attiva agli sforzi antimafia. Non parlare, essere omertosi, sopratutto nell’ambito giornalistico permette al capitalismo mafioso di operare con maggior spazio di manovra.

La narrazione mediatica spesso riduce il giornalismo antimafia a uno spettacolo o a un mezzo di guadagno personale. Il giornalismo antimafia, però, è prima di tutto uno scudo per chiunque viva i soprusi di queste organizzazioni nella propria vita. Una dichiarazione di comunità, di collettivo, di unione nella lotta contro la mafia. Il caso di Saviano e Capacchione rappresenta il sintomo di una vulnerabilità sistemica per il giornalismo investigativo in Italia.

Per questo è stata invocata a gran voce l’introduzione dell’aggravante per chi mira specificatamente ai giornalisti. La forza che Rosaria e Roberto hanno dimostrato con l’immenso costo personale pagato, ma mai del tutto saldato, deve essere vista per quello che è: forza, coraggio. Oltre che un sacrificio per tutta la popolazione, sopratutto per chi non può (ma anche per chi non vuole) parlare.

Questa vicenda è una testimonianza più che dettagliata del prezzo altissimo che la verità ha in una società ancora così tanto segnata dalla presenza della criminalità organizzata.

La mafia è tutt’oggi una minaccia persistente, un problema diffuso e complesso. Un ostacolo allo sviluppo, una gigantesca ferita sociale.

Giuseppe Di Matteo, Lea Garofalo, Francesca Morvillo Falcone, Domenico Gabriele, Angelo Vassallo, Maurizio Cerrato. Loro e la lunga lista delle altre vittime di mafia che non devono essere dimenticate, che devono essere ricordate. Che il 14 luglio 2025 possa essere una data cardine di un futuro in cui questi sarebbero rimasti nomi comuni di vicini di casa, passanti, amici di famiglia o semplicemente di persone qualunque, non più vittime di mafia. Non più vittime.