Moda Uomo P/E 2026: interessa ancora a qualcuno?

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Pur passando inosservata agli occhi dei più, la fashion week dedicata alla moda uomo sa ancora come far rumore. L’asse Milano-Parigi ha decretato il suo verdetto: ecco che aspetto avrà il guardaroba uomo la prossima Primavera.

Giungono oggi al termine le due settimane – una milanese, l’altra parigina – dedicate alla moda uomo per la stagione Primavera/Estate 2026. Se la notizia vi sorprende, tranquilli, non siete di certo i soli. Della moda uomo, a parte i fashion addict, di solito non se ne accorge nessuno. Silenziosa, a volte piatta: è la sorella introversa della settimana della moda femminile. Passa di soppiatto tra i feed di Instagram, con qualche momento di spicco che se riesce ad andar virale, non calca l’onda della visibilità per molto. Insomma, il menswear non gode della stessa copertura della tradizionale fashion week, ma ne ha pari diritti ed egual doveri. Come il diritto all’elogio in caso di meritato successo. O il dovere di sottoporsi ad un’apparentemente indolore ghigliottina mediatica in caso di flop.

Ad ogni modo, un ripasso è doveroso. Voilà tutto ciò che vale la pena vedere della moda uomo P/E 2026. Nel bene, o nel male.

Combo vincente: tonalità neutre, linee morbide, strati su strati

I colori terrosi dominano la stagione: caldi, ma neutrali, si accompagnano ad un’andatura complessivamente rilassata. Lo dimostrano le linee morbide di Mordecai, in particolar modo i piumini imbottiti quasi anatomicamente ad imitazione di un dorso di addominali scolpiti (senza alcuno sforzo). La combinazione colori caldi – linee morbide continua a tenersi per mano anche sulla passerella di Pronounce, con un twist in più: un saggio gioco di layering, anch’esso grande protagonista. Lo ritroviamo infatti da 3. Paradis, con cinture poste l’una sopra l’altra in una stilosa illusione ottica, o con cappotti e borse ricoperti di orologi; e poi da Prada, dove la sovrapposizione di più strati, secondo Tagwalk, costituisce il 38% dell’intera collezione.

A proposito di Prada, Raf Simons ha dichiarato che questa è stata la collezione “più facile che abbia mai fatto”. Lo spirito nonchalant, quasi disteso, della stagione, sembra proprio aver contagiato tutti. Viene infatti confermato anche da Dolce e Gabbana, con una linea… notte? A sfilare in passerella, un’infinità di pigiami. Accessoriati, tempestati di pietre, e sicuramente costosi. Abbinati con ciabatte a fascia e cappotti, sono il giusto mezzo tra l’essersi appena alzati dal letto, e il mettere la prima cosa utile per coprirsi quando la cena in consegna suona al campanello.

Moda uomo tra debutti e teatralità

Se la moda uomo quest’anno ha avuto i riflettori puntati su di sé più del solito, è merito del debutto di Jonathan Anderson da Dior. Con gentile dirompenza, Anderson, per la sua prima collezione al timone del brand, mette da subito in dialogo la sua irriverente giocosità con i codici formali della Maison, in una collezione che risulta essere contemporanea e atemporale allo stesso tempo.

Il look d’apertura dice già tutto: una moderna reinterpretazione dell’iconico bar jacket viene abbinata ad un paio di cargo shorts, i cui drappeggi laterali sono un chiaro riferimento alla Couture anni ’50 di Monsieur Dior. A completare il tutto, calzini, sandali da scolaretto, e un voluminoso (ma rigido) colletto bianco. I diversi riferimenti al passato legittimano le provocazioni stilistiche che collocano Dior in una modernità fluida, attuale, e finalmente giovane.

Mentre inaugura la sua mostra retrospettiva al Palais Galliera di Parigi, Rick Owens presenta la sua collezione uomo per la prossima Primavera. I modelli camminano attraverso la fontana del cortile del Palais de Tokyo, con pantaloni di pelle, frange e cinghie nere. Prima passando per l’impalcatura, poi calandosi giù, cadendo in avanti e immergendosi nell’acqua, solo per continuare indisturbati, e decisamente inzuppati.

Alla teatralità di Owens si affianca Willy Chavarria, anche se in modo completamente diverso. Sebbene la collezione si propone di essere un grido di speranza, si apre con un grido disperato. Trentacinque uomini vestiti di bianco inaugurano il défilé, inginocchiandosi uno ad uno con le mani dietro la schiena: una manifestazione simbolo di denuncia verso le persecuzioni di El Salvador, e gli orrori compiuti dall’ICE in California. A seguire, colori accesissimi, simbolo di ribellione secondo Chavarria.

Se non puoi convincerli, confondili

A volte, per catturare lo sguardo altrui, non si può far altro che destare confusione. Tecnica azzardata, ma sicuramente collaudata da Andreas Kronthaler per Vivienne Westwood. In passerella a Milano, sfila un po’ di tutto: eccentrici dandy, asciugamani da spiaggia, abiti “da nonna”. Se la rottura di ogni barriera di genere è certamente apprezzata, con i vertiginosi tacchi che richiamano gli anni ’90 del brand, indumenti come le tutine iper-attillate, catalizzano l’attenzione verso un cattivo gusto che pur dominando minima parte della collezione, lascia perplessi. Ma in fondo, purché se ne parli.

Note di merito

Il futuro della moda si cela tra gli emergenti: da tenere sott’occhio Egonlab e Masu. Il primo, con i suoi merletti, cappucci e colletti che sfidano ogni forza di gravità omaggia la cultura bretone. Il secondo, che fatto sfilare i suoi modelli su un tronco adibito a passerella tra una folla di fan del brand, sta riscrivendo pian piano le regole del fai-da-te nella moda. Alcuni dei suoi capi (tra cui jeans, giacche e felpe), le cui parti sono tenute insieme da fascette per cavi, verranno venduti decostruiti e affiancati da un manuale d’istruzioni, così da poter essere assemblati dal compratore stesso. Insomma, Ikea but make it fashion.

Foto: Vogue