Accarezzare le statue, sedersi su troni di re e regine, indicare con l’indice, fino a sfiorare la tela, quel piccolo dettaglio. L’essere umano è per natura attratto dalle opere d’arte e smanioso di toccare tutto ciò che gli stimola la vista. La contemplazione non è più abbastanza
Negli ultimi anni sono molti i musei e le esposizioni temporanee in cui è possibile entrare fisicamente in contattato con le opere d’arte. Uno di questi è il Victoria and Albert Museum. Il museo londinese, fondato a metà Ottocento, ha disposto una sezione che propone un modello alternativo a quello di esposizione tradizionale, in cui la distanza che normalmente dovrebbe esserci tra un pezzo d’arte e l’uomo è completamente nulla. Un vecchio reparto di stoccaggio museale è stato riqualificato per dar vita ad una concezione di spazio espositivo del tutto nuova.
L’esperienza offre la possibilità di toccare capolavori di rilevanza storica e culturale, senza sollevarli o spostarli, ma avere un contatto diretto è stranamente permesso.
I pezzi da manipolare spaziano in ogni campo: ci sono affreschi romani, un dipinto del XIV secolo di Simone Martini e addirittura dei capi d’alta moda firmati Schiaparelli, Comme des Garçons e Vivienne Westwood.
L’obiettivo del V&A è quello di rendere il museo un luogo più inclusivo e coinvolgente, in cui tutti i fruitori possano essere liberi di comprendere le opere come meglio ritengono.
In seguito allo sviluppo di ambienti come questo, e tanti altri – non si tratta del primo Museo che permette l’interazione, altri esempi sono la Galleria del Tatto del Louvre e l’”Hands on desk” del British – viene a galla una questione importante, ossia è giusto o sbagliato toccare le opere d’arte?

Vietato toccare
Teche, paletti divisori, segni sul pavimento, allarmi che si attivano se qualcuno oltrepassa il limite di distanza. Siamo cresciuti con una concezione secondo cui i musei fossero soltanto da osservare: non si tocca, non si fotografa, non ci si avvicina troppo.
Sebbene molti non abbiano mai rispettato le regole, facendo spesso scattare gli allarme per aver avuto un faccia a faccia un po’ troppo ravvicinato con i soggetti ritratti, altrettanti hanno sempre rispettato i dettami, permettendo all’arte di mantenere il proprio spazio.
Mi chiedo spesso: Che cos’è l’arte? Chi definisce un’opera tale e in base a quali criteri?
La risposta dei dizionari è solitamente “L’espressione della creatività umana al fine di trasmettere emozioni o idee”; “Un oggetto diventa arte nel momento in cui una persona la definisce come tale”.
L’arte esiste perché noi ne percepiamo l’essenza, senza di noi non esisterebbe; perciò, in un certo senso, è già al “nostro servizio”. Probabilmente, in un mondo di iper-connettività, l’esercizio artistico è rimasto l’unica possibilità di essere liberi di esprimersi e godere delle bellezze che ci circondano, senza chiedere nulla in cambio.
Fin dalle prime forme d’arte, essa è stata concepita come sacra, nobile, degna, legata alla perfezione e all’armonia, e per questo motivo tutti l’hanno sempre rispettata e percepita come qualcosa legata esclusivamente alla riflessione e alla contemplazione.
Non è un caso se la fruizione delle arti tradizionali richiede l’applicazione di sensi quali, la vista, l’udito e l’olfatto, e difficilmente presuppone l’interazione fisica, il contatto e la tattilità.

Il potere della contemplazione
Pensiamo a capolavori come la Sagrada Familia, dove non è possibile toccare il soffitto o le vetrate, ma nonostante questo, alla sola vista, proviamo sensazioni di stupore, rimaniamo senza fiato; oppure alla Pietà di Michelangelo, la Fontana di Trevi, la Notte Stellata di Van Gogh, sono tutti capolavori che catturano il fruitore e lo immergono in dimensioni alternative, dove l’unico mezzo in suo potere è l’osservazione. E forse proprio il non poter agire, né interagire con esse permette di provare queste inspiegabili sensazioni, che probabilmente attraverso il tocco non vengono sperimentate.
Tornando alla storia, è soltanto con l’avvento delle avanguardie che questo punto di vista è mutato e l’arte è diventata pian piano un intrattenimento destinato a tutti, o almeno, a tutti coloro che ne erano interessanti. Con questo conseguente e progressivo avanzamento si è sviluppata, però, anche la convinzione che le opere siano diventate possesso degli essere umani, create per essere manipolate e tastate da chiunque. Ciò che non è chiaro è che l’arte non è nata per sottostare al servizio dell’uomo, bensì per fornire degli strumenti di studio, riflessione e contemplazione.
Cronaca
Giusto ieri è emersa la notizia che a Verona due turisti, per scattare una fotografia, si sono letteralmente seduti su la sedia di «Van Gogh» tempestata di Swarovski, dell’artista contemporaneo Nicola Bolla, distruggendola. E anche, poche settimane fa è girato sui social un video di una coppia che per festeggiarsi si è tuffata nella Fontana di Trevi e ha ballato un lento… tutto per andare virali.
Visitare un museo oggi non significa più contemplarlo e godere delle sue meraviglie, ma diventare parte attiva dell’installazione, spesso con l’unico fine di mostrare sui social.
Tutto questo si ritrova perfettamente nei comportamenti della società del consumismo. Siamo abituati a consumare ogni cosa, e così abbiamo trasformato anche l’arte in consumo.
Museo tattile per non vedenti: i visitatori sono quasi tutti “normovedenti”
Ormai trent’anni fa, due coniugi non vedenti, Bottegoni e Grassini, hanno fondato il primo “museo tattile”, l’Omero di Ancora, la cui collezione si costituisce di copie in gesso o in resista di grandi classici dell’arte.
Chiaramente aprire la possibilità a chi è affetto da questa disabilità, permettendogli di tastare con mano le opere d’arte, significa fare un grande passo avanti in termini di incisività; ma il problema si presenta quando, analizzando i dati, si è scoperto che soltanto un 2% circa dei visitatori del museo sono non vedenti. La stragrande maggioranza dei fruitori è composta da “normovedenti”,che attratti dalla possibilità di accarezzare i capolavori vengono a provare sensazioni che difficilmente sono consentite in altre strutture.

Ma perché tutta questa smania di usare le mani?
Tra il 2004 e il 2005, una professoressa di museologia del Birkbeck College di Londra, Fiona Candlin si è chiesta perché le persone desiderassero così tanto entrare in contatto con un oggetto artistico. Dopo diversi studi ha raccolto le sue osservazioni in un libro, “Art, Museums and Touch”. Tra le motivazioni principali sono emerse:
- Senza toccarle non si riesce a percepire le opere come vere;
- Colpa della mancanza di vetri di protezione
- Nessuna giustificazione: “I sarcofagi sono duri. Sono fatti per durare”.

In conclusione
Perciò, se da un lato molti ritengono che la manipolazione degli oggetti artistici sia ciò che è sempre mancato all’uomo per comprendere realmente l’idea e la mentalità degli artisti; dall’altro, all’opposto, c’è anche chi vede tutta questa smania di toccare, come l’ennesimo tentativo di possesso da parte dell’uomo.
A mio parere, entrare in un museo o in qualsiasi altro luogo di cultura, dovrebbe essere come visitare un luogo di culto e di contemplazione, dove riflettere, osservare e semplicemente ammirare. Questa è l’arte.
Dobbiamo restituirle i suoi spazi e concederle il rispetto che merita.
Immagini: Pinterest


