Mukbang: non è fame, è spettacolo

da | LIFESTYLE

Il Mukbang non è una cena, è uno show: gente che mangia davanti a milioni di occhi affamati, ma non sempre di cibo.

“Mukbang” è la fusione di due parole coreane: “meokneun”, che significa “mangiare”, e “bangsong”, ovvero “trasmissione”. Il trend nasce in Corea del Sud intorno al 2010, prima ancora dell’invasione globale di TikTok, quando alcuni streamer iniziano a mangiare enormi quantità di cibo in diretta davanti a una webcam, spesso chiacchierando con il pubblico in tempo reale. Sì, gente che mangia. Punto. Ma che mangia con passione, con rumore, con teatralità. E gli spettatori? Più affamati di interazione che di cibo vero.

Inizialmente, la mukbang aveva anche una funzione sociale: molti giovani coreani, spesso soli a cena, trovavano compagnia virtuale guardando qualcun altro mangiare. È un po’ come sedersi a tavola con un amico immaginario. Solo che l’amico mangia tre porzioni di ramen piccante con formaggio fuso, inzuppato nella maionese. E tu lo guardi. Felice. Con una banana in mano.

 

L’esplosione su TikTok

Poi è arrivato TikTok, e ha fatto quello che sa fare meglio: prendere una cosa di nicchia e trasformarla in carburante per l’algoritmo. Oggi le mukbang sono ovunque, e hanno assunto forme nuove: c’è chi mangia in silenzio per puro ASMR, chi sfida il tempo con performance di speed-eating, chi sgranocchia più patatine possibili con gusti allucinanti. La regola è una sola: esagerare. Sempre. Più cibo, più rumori, più primi piani di bocche che si sporcano come nei peggiori incubi di un’igienista dentale. E chi guarda? Guarda. E poi condivide,  e commenta anche e infine ritorna. Come se guardare qualcuno abbuffarsi potesse in qualche modo riempire un vuoto – ma non quello dello stomaco.

Perché ormai non si guarda per curiosità, si guarda per dipendenza. Lo scorrere compulsivo, il morbo del “solo un altro video e poi chiudo”, il fascino un po’ osceno del guardare qualcuno che trasforma il mangiare in una danza rituale, ripetuta mille volte, calibrata in ogni dettaglio. Nessuno è lì per caso, neanche il cetriolino che cade nel piatto. Il mukbang non è una cena: è una messinscena.

Le ombre dietro alle Mukbang

E qui viene la parte che non vogliamo proprio guardare, ma che intanto si vede benissimo. Perché dietro a quella montagna di ravioli al vapore, ci sono spesso corpi che devono bilanciare le abbuffate con giorni di fame forzata. Regole, restrizioni, ossessioni. Chi mangia tutto quel cibo – spoiler – nella maggior parte dei casi lo vomita subito dopo. Non fa ridere, lo so. Ma è parte del pacchetto. Eppure, continuiamo a fare finta che sia solo intrattenimento. Che non ci siano conseguenze. Che stiamo solo “guardando gente che mangia”. Ma no, non stiamo guardando *quello*. Stiamo guardando un’idea tossica travestita da spuntino digitale.

Per non parlare dello spreco. Piatti enormi, spesso lasciati mezzi intatti. Cibo comprato per il video, cucinato per l’effetto, sprecato per la clip. Tutto molto social, tutto molto condivisibile. Peccato che non si condivida più niente davvero: né il pasto, né il senso, né la fame.

Cibo o contenuto?

E la cosa più assurda è che questa roba ci rilassa. C’è chi si addormenta con i rumori di masticazione altrui. Chi guarda mukbang per non mangiare. Chi lo fa per punirsi. Chi ci ride sopra, e poi salva il video. È come guardare un incidente al rallentatore: non vuoi, ma non riesci a distogliere lo sguardo. Ti dici che è solo un video. Ma intanto è il quarto.

Alla fine viene da chiedersi: ma noi, che ruolo abbiamo in tutto questo? Siamo spettatori o complici? Perché mentre loro mangiano, noi li nutriamo. Di views, di commenti, di attenzione. Guardiamo campioni di abbuffate, applaudiamo il pasto-spettacolo, clicchiamo sul prossimo video come se fosse un episodio di una serie. E intanto ci raccontiamo che è normale. Che è solo TikTok. Che è solo internet. Ma la verità è che c’è qualcosa di profondamente malato in questa fame condivisa, in questo rituale collettivo che chiamiamo intrattenimento ma che, a guardarlo bene, sa più di alienazione.

Il mukbang è uno specchio. Uno di quelli che ti fa sembrare più magro, ma solo perché distorce la realtà. E noi, davanti a quel riflesso, ci sediamo, ci rilassiamo e… guardiamo mangiare.

Foto:Pinterest

Tag: , ,