We are the World: Il Manifesto Pop che rivoluzionò il mondo

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Non esiste al mondo una forza più emotivamente impattante delle Arti, in questo caso specifico parliamo della Musica. A distanza di quasi 40 anni da una delle iniziative più significative di solidarietà mai avvenute su scala mondiale, il colosso dello streaming Netflix decide di onorare l’evento con la divulgazione di un documentario. Il tutto nostalgicamente narrato dall’inizio alla fine da uno dei migliori performer protagonisti dello Star System degli anni 80’, Lionel Richie

Il più grande evento della storia della musica

“Niente sarà più com’era prima dopo stasera, niente! Insieme ad artisti, cantanti, celebrità, sarà la notte più surreale mai vista e sono contento di avere una buona visuale, perché non voglio perdermela”

Queste sono le prime parole pronunciate da Lionel Richie, che oggi a 74, come allora, continua a ricoprire il ruolo di leader del mondo musicale. La notte del 28 gennaio del 1985 per lui, fu ricca di emozioni. All’artista venne concesso l’onore di presentare gli American Music Awards, evento alla quale presero parte la maggior parte degli artisti che contribuirono alla creazione del brano che, ancora oggi, continua ad essere (per diritto assoluto) Manifesto di Libertà e Uguaglianza.

Il documentario si sviluppa come un crescendo di emozioni

Le immagini del documentario coinvolgono nella storia lo spettatore fino a farlo sentire parte della vicenda. Richie si dichiara pronto a compiere un viaggio attraverso i suoi ricordi. E come una macchina del tempo ben oliata, ci riporta a una sera di dicembre 1984, quando ricevette una telefonata dal suo manager Ken Kragen.

Harry Belafonte, fortemente turbato dopo l’esperienza vissuta in Etiopia, una mattina si presenta nell’agenzia di Kragen con un’idea per sensibilizzare l’attenzione mondiale sulla gravità della situazione che stava piegando un intero paese.

Belafonte, è un grande attivista scrupolosamente attento alle condizioni sociali. Lui riteneva che il problema della povertà nel mondo, specialmente in Africa, avesse bisogno di essere posto sotto un riflettore. Sosteneva che non fosse possibile continuare a restare inermi davanti a tanta sofferenza.

Harry Belafonte

Ma chi furono i primi ad aderire a questo progetto?

I primi a farsi avanti furono il noto produttore Quincy Jones e Lionel Richie. Restava da risolvere un grande enigma: chi avrebbe scritto la canzone? Kragen suggerì che fossero proprio Lionel e Stevie Wonder, così, tentarono di mettersi in contatto con lui, ma non arrivò mai una risposta. Come sappiamo bene tutti quanti, nella vita ogni lasciata è persa, e la scelta così ricadde su Michael Jackson. Si costituì un’alleanza artistica incredibile tra Jackson e Richie che, nel corso di questo documentario, ci accompagna nel racconto intramezzandolo di aneddoti spassosissimi avvenuti nel corso del processo creativo.

La profonda stima tra due artisti

Richie racconta, con sincera ammirazione negli occhi, che Michael utilizzava un approccio differente per la composizione delle sue melodie. Lui le canticchiava sovrapponendole con grande maestria, un metodo non convenzionale, ma che, sicuramente, contraddistingueva il suo genio.

Michael Jackson & Lionel Richie

Non poteva essere una banale canzonetta con un ritornello orecchiabile, doveva essere un “Inno”. Chiediamoci sinceramente: qual è l’effettivo impatto emotivo che deve suscitare un Inno nelle persone? Qual è il suo compito? Beh, sicuramente creare unione ed esprimere un forte concetto inalienabile.

Tra distrazioni di ogni genere, come i litigi rumorosi tra il cane e Ricky il merlo indiano, Bubbles la scimmia, il serpente libero per casa e il lavoro personale, i due artisti riuscirono a combinare ben poco per via della scarsa concentrazione.

Ken Kragen, dal canto suo, non stette fermo. Grazie alla miriade di contatti in suo possesso iniziò a contattare una svariata somma di artisti e il prezioso contributo di Larry Kleyn fu indispensabile.

In quel periodo, l’artista più forte del momento era Prince, ed era fondamentale la sua partecipazione. Quindi si cercò di fruttare l’ascendente che Sheila E, la sua batterista, aveva sul cantante. La coinvolsero, sperando che lei lo spronasse a partecipare al progetto. Ma lui, per antipatia nei confronti di Michael Jackson, decise di tirarsi fuori.

Nel mezzo del racconto interviene anche Bruce Springsteen. Bruce racconta come, in quell’anno lui fosse all’apice della sua carriera, impegnato nel suo tour mondiale e per questo non avrebbe preso parte agli AMA. Lui non è insensibile verso la tematica della fame nel mondo, perciò dopo la telefonata del suo agente decise di partecipare anche lui all’iniziativa. Dopo questa conferma anche Bob Dylan accettò e da allora fù tutto in discesa.

Ma com’è iniziato il processo creativo?

L’ansia iniziò a crescere a pari passo con le aspettative. Lionel e Michael ricevettero la chiamata di Kragen che iniziò a mettere pressione sull’avanzare della creazione del singolo.

Il narratore di questa storia esprime il suo sincero stupore nello scoprire che il numero dei suoi collaboratori fu elevato. Stiamo parlando di artisti del calibro di Billie Joel, Tina Turner, Ray Charles e Dayana Ross. Le voci che ancora a oggi fanno tremare le pareti delle nostre abitazioni. Eh sì! anche loro accettarono di far parte dell’impresa, che si sarebbe conclusa la stessa notte degli American Music Awards.

Così i due artisti si chiusero nella loro bolla di creatività, intonando motivetti e abbozzando qualche accordo. Finché per intuizione, scherzo del destino o colpo di genio i due riuscirono a creare qualcosa. Era solo una base farfugliata intimamente in un registratore, ma delle parole ancora nessuna traccia.

I giorni che precedettero l’avvenimento furono da panico: si decise come location lo studio A&M poiché era vicino al luogo dove si tenevano gli AMA. Era di vitale importanza che la notizia della registrazione rimanesse segreta. Nel frattempo il testo fu completato e la canzone venne conclusa e consegnata a Quincy Jones, che la adorò. In studio Michael e Lionel iniziarono a incidere la demo da spedire agli artisti.

Inaspettatamente comparve Stevie Wonder, convintissimo che stessero ancora componendo, mostrando la volontà di esserci. La situazione si fece davvero buffa quando capì che in realtà era già stato preparato tutto. Così con grande spirito di cooperazione, si limitò ad aiutare i colleghi nell’incisione.

Quincy Jones, Lionel Richie, Ken Kragen

Beller, Quincy e Richie si incontrarono per definire i dettagli di come si sarebbe svolto l’evento. Analizzarono tutte le voci, fecero gli arrangiamenti, distribuirono le parti e assegnarono gli assoli: il tutto doveva contenere le peculiarità di ogni artista. La registrazione sarebbe avvenuta simultaneamente, in disposizione circolare, per perdere il meno tempo possibile.

Si arruolarono alla causa 47 artisti con idee, stili musicali differenti e una percentuale complessiva di ego da far traboccare il Burj Khalifa. Niente doveva arrestare la corsa al traguardo. Arriva finalmente il giorno: Lionel è energico, come non mai, si sente tutto il peso delle responsabilità addosso. Quella sera si esibì sul palco più volte, vinse 6 premi. L’euforia era alle stelle ma lui non smetteva di parlare di quello che sarebbe avvenuto “dopo”.

Michael Jackson fu il primo a raggiungere lo studio di registrazione, provò e riprovò il testo e le armonie. Le scene montate sono un’emozionante e confidenziale narrazione della dedizione e la passione che si cela dietro un genio creativo della sua portata, ma mostrano anche le sue debolezze e fragilità. Iniziarono i preparativi, imperava l’ansia di scoprire effettivamente quali degli artisti si sarebbero presentati e nonostante qualche ripensamento durante la serata, si presentarono tutti.

A piccoli passi fino alla meta

Felicità, magia, entusiasmo ma anche ansia iniziarono ad aleggiare in quello studio. Nonostante il cartello affisso sopra la porta che recitava “lasciate l’ego fuori dalla porta” qualcuno fece fatica a levarsi di dosso la patina blasonata che notoriamente ricopre le star. Tutti si ridimensionarono dopo il discorso tenuto da Geldorf, che a detta di Sheila A “fu come uno schiaffo”.

Incisero per primo il ritornello che fu un vero e proprio bagno di umiltà per tutti. Una presa di coscienza delle proprie capacità individuali ma ancora di più dei propri limiti. L’outsider del gruppo si dimostrò essere Dylan che nelle riprese si notava evidentemente in imbarazzo. 

Lionel torna a raccontarci come quella notte sia stato davvero complesso non cedere alle richieste o alle proposte di cambiamento dei colleghi e provare a tenere insieme il gruppo senza che vacillasse o si allontanasse dal percorso. Sopraggiunse però la proposta di Stevie Wonder di tradurre e cantare il ritornello in Swahili e questo portò all’ammutinamento da parte di Waylon Jackson.

Una delle scene più tenere sicuramente è il tributo offerto a Belafonte da parte di tutti gli artisti presenti che si cimentarono in una jam-session di un suo pezzo in chiave ironica, una vera e propria distrazione che restituì l’armonia a tutti i presenti distendendo i nervi.

Una volta ultimato il ritornello iniziarono a registrare le parti da solista. Wonder suonava al piano e aiutava a provare in acustico le parti dei colleghi. Huey Lewis con il suo racconto, ci fa comprendere a pieno il vero impatto che provocò quell’esperienza in tutti loro. Si fecero le 4 del mattino e furono diversi gli inconvenienti che si posero davanti al loro cammino, come il microfono danneggiato di Dionne Warwick, la colossale sbronza di Al Jarreau, i rumorosi accessori di Cyndi Lauper.

Gli ultimi saranno i primi

Bob Dylan e Bruce Springsteen furono gli ultimi a registrare. Quando Dylan entrò in crisi, la luce che lo condusse fuori dal tunnel fu la grande maestria di Stevie Wonder che imitò la tonalità di Dylan perfettamente, così da aiutare l’artista a superare la sua prova. Poi fu il turno di Bruce, che abbe qualche difficoltà per via del sovraccarico alle corde vocali esercitato durante il tour, ma, alle volte quando c’è una causa forte da sostenere, il mal di gola svanisce e così con le ultime parole, cantate proprio da lui la canzone fu finalmente completata e tutti quanti ebbero un’immediata sensazione di aver contribuito a qualcosa di enormemente potente. La notte che era destinata a ribaltare tutto era appena terminata e la cosa bella era che nessuno, voleva che finisse. 

we are the world documentario
Bruce Springsteen & Bob Dylan

La nostalgia e il felice epilogo

Torna a cullarci verso la conclusione di questo pezzo di storia, Lionel, che con grande emozione, racconta del rientro a casa da quell’esperienza appena vissuta, si era dimenticato di tutto il suo lavoro svolto durante la serata, dei premi vinti. Ancora stava sognando quella stanza, quella strana famiglia che si era creata quella notte, provava ancora quel turbinio di emozioni che lo avevano avvolto fino al secondo prima. 

Tre mesi dopo, alla stessa ora, tutto il mondo trasmise all’unisono “We are the word”: il potere della musica avvolse, come una calda coperta, miliardi di persone unificando tutti verso lo stesso obiettivo. Il singolo vendette un milione di copie nel giro del primo fine settimana, ricevendo svariati premi, raccogliendo 80 milioni di dollari per cause umanitarie a sostegno dell’Africa.

“Un passo alla volta, che sia sfamare una persona oppure un milione… l’importante è mettersi in moto”.

Probabilmente è stato anche il pensiero dei nostri artisti italiani, in quello che noi ricordiamo come un lontano maggio 2009, quando con il cuore in mano e a voce piena intonarono i versi di “Domani”.

Scende il sipario di questo documentario, e, prima della metaforica riverenza di chiusura, il nostro narratore condivide con noi un suo speciale ricordo che lascia sul finale il cuore strizzato e senza fiato. Vale la pena perdere un’ora e trentasette minuti per vederlo? Ditelo voi, sicuramente non resterete indifferenti.

Foto: Pinterest

(@camillamarta_)