Modelle scoperte nei campi profughi: libertà o prigionia?

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Il Sunday Times svela la verità dietro le agenzie di modelle che reclutano ragazze dai campi profughi con la promessa di un futuro migliore. Ma cosa succede realmente?

Una su mille ce la fa…e le altre?

Quello delle modelle non è di certo un mercato che spicca per deontologia ed etica. Un anno il trend prevede le ragazze dell’est, un anno le scandinave, un altro le orientali e ora pare virare verso le modelle di colore. A confermare questo continuo ricambio sono le parole di Carole White, direttrice di Premier Model (managment di Naomi Campbell) che dichiara, per esempio:

“Quando è caduto il muro di Berlino, il look era quello dell’Europa dell’Est. Ora non guardiamo quasi mai le ragazze Russe”

Carole White, direttrice di Premier Model
modelle Valentino SS24

Il fatto che le passerelle si aprano ad una rappresentazione più a 360 gradi della realtà è solo che positivo. Includere tutte le etnie è quanto di più importante e non è di certo un tema nuovo nel fashion system. Già nel 2008, infatti, il Vogue Italia di Franca Sozzani lancia “The Black Issue”. Un numero storico in cui la direttrice denuncia la mancanza di modelle di colore sulle passerelle.

Il problema, dunque, non è la presenza di modelle etniche, il problema è come queste ragazze vengono reclutate. Perchè, se alcune arrivano sotto i riflettori seguendo l’iter classico delle agenzie, per altre il processo ha dei risvolti differenti. Ad interrogarsi su questa domanda è stato il Sunday Times che ha indagato su come le agenzie di modelle reclutino giovani ragazze fuggite dai paesi africani con la promessa di un futuro migliore.

modelle McQueen SS24

Un futuro migliore?

L’inchiesta verte sul campo profughi di KaKuma, a nord del Kenya. Uno dei campi più grandi del mondo che ospita 280.000 rifugiati che scappano da diversi paesi in guerra dell’Africa orientale e centrale. Più della metà dei rifugiati viene dal Sud Sudan, il paese più povero al mondo, messo in ginocchio da una terribile guerra civile. Il campo si estende per 15miglia, è provvisto di 55 scuole ed è circondato da negozi che vendono la qualunque. Tutto funzionale a nascondere le atrocità che si vedono dentro. Le case sono composte da mattoni in fango e tetti in lamiera, i servizi igenici paiono pressoché inesistenti, cibo ed acqua sono razionati e l’elettricità è scarsa. Per non parlare delle condizioni sanitarie in cui, naturalmente, versano in rifugiati.

Campo profughi Kakuma

Proprio in questi contesti di estrema povertà operano le agenzie di scouting con sede nel mondo occidentale. Fare la modella, per una ragazza di Kakuma, è un biglietto sicuro per la libertà: un sogno che va oltre i bei vestiti, ma che diventa l’unica possibilità di riscatto per se e per la propria famiglia. Un gesto nobile pare essere quello delle agenzie che si impegnano a garantire una vita migliore alle ragazze nei campi profughi. Ma la realtà è ben diversa.

Le ragazze che superano la prima selezione, infatti, ricevono un permesso governativo per uscire dal campo e vengono spedite a Nairobi per fare il passaporto che gli servirà per raggiungere la terra promessa: l’Europa. Una volta arrivate nel vecchio continente vengono accomodate in un alloggio e mantenute dall’agenzia (parliamo di 70-100€ a settimana). Ma come sappiamo bene, nella moda, uno su mille ce la fa. Se le ragazze non raggiungono i risultati sperati vengono rispedite a casa. Chiaramente il numero di ragazze ce “ce la fanno” è altamente inferiore a quello delle rimpatriate.

Ma allora il gioco ne vale davvero la candela?

La risposta è no. Le ragazze, oltre a tornare a vivere nelle terribili condizioni dei campi profughi, si ritrovano anche sommerse di debiti verso le agenzie che le hanno mantenute. Questo pare essere l’iter tipico di ogni agenzia, quasi un obbligo fiscale. E se è obbligatorio presentare alle modelle una dichiarazione di debito sarebbe necessario, nonché deontologicamente corretto, essere anche chiari su quanto prevede il contratto. Le ragazze a cui vengono somministrati i contratti nei campi profughi non hanno di certo la stessa lucidità di quelle che si presentano in agenzia. Spesso non hanno nemmeno i mezzi per comprendere certi cavilli legali e se l’opportunità viene presentata come quella di un futuro migliore cosa hanno da perdere per dover dire di no?

modelle gucci SS24

A confermare tutto ciò sono le dichiarazioni di Peter Adediran, fondatore dello studio legale Pail di Londra, specializzato in diritto dei media e della tecnologia e, ancor di più, quelle di Nyabalang Gatwech Pur Yien, una delle ragazze che ha vissuto in prima persona l’esperienza raccontata sopra.

Sono così i giovani non hanno esperienza nel gestire i soldi, le finanze o nel comprendere le pagine dei contratti che vengono loro dati. Le agenzie dovrebbero avere la responsabilità di essere chiari e educare i modelli da subito da quando li scoprono e su cosa si aspettano da loro

Peter Adediran, fondatore dello studio legale Pail di Londra

se il mondo vuole modelle dai campi profughi, dovrebbe prendersene cura. Non siamo spazzatura, siamo esseri umani, abbiamo bisogno di essere trattati come esseri umani, con dignità

Nyabalang Gatwech Pur Yien, modella

foto: fashionnetwork.com/ qz.com