Con la maglietta rosa delle Spice Girls e dei jeans customizzati a Los Angeles, il cantautore e produttore discografico GionnyScandal si mette a nudo con il suo nuovo progetto “Black Mood 2”, presentato all’hotel DUO MILAN, e prodotto e distribuito da Altafonte Italia.
“Scrivere di me è terapeutico”
Nel 2019 GionnyScandal scrive il primo capitolo della sua sofferenza, Black Mood, e oggi continua l’autoterapia, pubblicando il secondo capitolo. E’ scritto tutto nel giardino di casa sua, da dove può scorgere casa della nonna con la quale ha trascorso la sua infanzia. Always Sad, il tatuaggio che ha sulla fronte, esprime e racchiude il significato dell’intero album.
Non troverete alcun featuring, si tratta di un viaggio introspettivo dell’artista. A lui piace definirlo con una metafora: un viaggio in macchina, da soli, in autostrada.

Una chiacchierata con GionnyScandal
Innanzitutto, hai dichiarato che Black Mood, uscito quattro anni fa, è “l’album più completo, personale e forte che tu abbia mai realizzato”. Come mai hai sentito il bisogno di scriverne un altro? E’ a tutti gli effetti un sequel?
Sicuramente è un sequel. All’inizio, quando è uscito Black Mood, non c’era l’idea di fare il secondo, poi lavorando al nuovo disco e a furia di cambiare dei pezzi, io e il mio produttore ci siamo detti “questo è Black Mood 2”. In quest’ultimo periodo non sono stato bene mentalmente, quindi era destino che diventasse il seguito del primo.
Quali sono le differenze fondamentali fra i due?
Le differenze sono, prima di tutto il suond: il primo è prettamente un disco Emo-Trap, mentre il secondo ha un fil rouge, ma non ha un genere preciso, è un disco molto cupo e triste, possiamo chiamarlo “Genere Triste”, con all’interno varie sfumature di me.
Mi ha molto colpito il videoclip di Climax -il brano che ha anticipato l’uscita dell’album-, in cui a turno compaiono vari bambini che esprimono chi vorrebbero essere da grandi. In che modo e come si lega al concetto della depressione l’unico bambino che dice “Io vorrei essere felice”?
Quel bambino è come se fossi io, adesso e con il senno di poi. Se io potessi tornare bambino e mi chiedessero cosa vuoi essere da grande, direi felice.

Nella canzone “Una lacrima in meno” racconti la sindrome dell’abbandono. Sappiamo che hai tentato un riavvicinamento con la tua famiglia. E’ questo che ti ha spinto a scrivere il brano?
No, in realtà “Una lacrima in meno” l’ho scritta molto prima di questi avvenimenti. Ma la sindrome dell’abbandono c’era comunque da sempre. Il ritrovamento dei miei è successo quando l’album era già stato finito. In “Felina” c’è una barra in cui faccio riferimento a questo, ma non ho fatto in tempo a scrivere di questo argomento, perché il disco era già completo.
Parlando di “America”, la paragoni sia ad un sogno che ad una persona a te cara che non fa più parte della tua vita. Vuoi raccontarci di più di questo brano?
Il mio sogno è sempre stato quello di andare in America a vivere. Io penso di avere un mindset che non c’entri niente con quello dell’italiano medio. Tra l’altro ne ho avuto la riprova quando ho conosciuto molte persone native americane che mi hanno detto che non sembro italiano, per il modo in cui penso e agisco. Sono sempre stato affascinato dagli Stati Uniti: sono appassionato di junk food, di smashed burger, di tutte le bevande americane, del contesto dei suburbs, ecc. E siccome volevo trovare un paragone a questa persona a me cara ho deciso di pensare alla cosa che mi affascina di più: l’America.
Come mai non hai mai realizzato il sogno di andare a vivere negli USA?
Ho paura di volare… in realtà ho più paura di cadere. Per ora non ci ho ancora provato, ma ce l’hanno fatta tutti… quindi riuscirò anche io.
Secondo la tua visione, qual è il mindset dell’italiano medio in cui tu non ti identifichi?
L’italiano medio si accontenta del piatto di pasta. Se c’è il piatto di pasta pronto, basta, è contento. Non voglio entrare nella politica, però perché gli italiani non vanno in piazza? e ci vanno solo quando vince la Champions… Poi ci sono mille sfaccettature: cultura, sport, musica. Nell’ambito musicale gli americani erano già più avanti di noi tempo fa. Io, dieci anni fa, ascoltavo la musica che andava lì, l’italiano medio ci è arrivato ora.
Nel tuo nuovo album racconti una storia di introspezione. Pensi che la tua estetica influenzi il tuo racconto e sia collegata al tuo stile di scrittura? Che rapporto hai con la moda?
Lo stile che ho nel vestire è scollegato dalla mia scrittura. Non seguo la moda, ma sono abbastanza appassionato di streetwear, di alcune cose di alta moda, mi piacciono le cose custom. I pantaloni che indosso ora sono custumizzati a Los Angels. Mi piace avere cose che non ha nessuno. Se tutti iniziassero a mettere la scarpe che ho io adesso, non le userei più.
Hai detto che non ti interessa più di tanto il mondo mainstream, ma non ritieni che riuscire ad arrivare ad un pubblico più ampio possa aiutare più persone a superare i loro problemi, visto le importanti tematiche che affronti?
Eh purtroppo non decido io… Comunque penso che “America”, scelto come il singolo radiofonico di questo disco, sia un pezzo che potrebbe essere trasmesso in radio. Ricollegandomi al discorso dell’italiano medio: “parla di depressione… no allora non lo passiamo in radio”, invece di pensare che potrebbe aiutare alcune persone; per questo non ho scelto “Buio/luce” da mandare in radio, ma “America”. Se avessi potere di decisione avrei detto “Buio/luce” o “Tutorial”, ma è impossibile, non ci provi nemmeno in Italia.
“Un artista deve soffrire per essere chiamato tale, sennò sarebbe un interprete.” GionnyScandal.

Disco già disponibile dal 22 settembre sulle piattaforme.


