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The Szechwan Tale, la mostra che grazie a Teatro e Storia unisce Oriente e Occidente

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Viviamo in un mondo sempre più interconnesso ed è importante costruire ponti tra popoli e comunità, è importante cementare le relazioni sociali e culturali, favorendola reciproca conoscenza: è proprio in quest’ottica che si muove FM, Centro per l’Arte Contemporanea di Milano.

Fino al 15 luglio 2018, FM propone infatti la mostra The Szechwan Tale – China, Theater and History  a cura di Marco Scotini, una mostra che racconta un’importante sfaccettatura del contesto culturale cinese, proseguendo la linea di dialogo tra popoli idealmente già tracciata attraverso mostre precedenti, dedicate all’arte dell’Est Europa e all’arte africana.

Tra contaminazioni e scambi e in un continuo dialogo tra Oriente e Occidente nonché tra passato e presente, le opere in mostra fanno sì che The Szechwan Tale possa spaziare dalla pittura alla fotografia, dall’installazione ai video fino ad arrivare ai film/documentari.

Le installazioni invitano il pubblico alla partecipazione attiva, a mascherarsi per diventare essi stessi attori e protagonisti: entrando, ci si trova infatti in una sorta di backstage o guardaroba di abiti tradizionali cinesi da indossare (l’opera Memory Wardrobe, 1968-2017, di Michelangelo Pistoletto), per poi incontrare pezzi di stage vuoti e da assemblare tra loro, su cui poter salire e esibirsi (l’opera TheatricalPieces, 2017, di Céline Condorelli).

Non solo: tutto ciò che è in mostra – dai rari materiali documentali sul teatro dell’opera di Pechino e su Bertolt Brecht passando per le foto dell’Archivio del Piccolo Teatrofino ad arrivare alle molte videoinstallazioni – invitaespressamente i visitatori a immergersi in una serie di storie e di ricerche diverse, delineando un quadro di relazioni tra Oriente e Occidente attraverso i grandi temi del Teatro e della Storia.

La mostra è infatti concepita come se fosse essa stessa un teatro in cui più di trenta di artisti (internazionali, cinesi e sichuanesi) forniscono una decostruzione degli strumenti della macchina teatrale – il pubblico, il sipario, l’attore, i costumi e la scenografia, il testo, la musica – come metafora di altrettanti fenomeni sociali e del loro carattere storico.

Il titolo della mostra non è certo casuale e ha due riferimenti importanti.

Il primo è all’opera teatrale The GoodPerson of Szechwan (L’anima buona del Sezuan) di Bertolt Brecht: scritta dal celeberrimo drammaturgo tedesco a cavallo tra il 1938 ed il 1940, venne messa in scena a Milano al Piccolo Teatro da Strehler nel 1958 in una versione che è rimasta memorabile.

L’opera è considerata una dei capolavori del teatro epico e la regione del Sezuano Szechwancitata nel titolo è un riferimento al Sichuan, una provincia della Cina Sud-occidentale che è molto cara anche al curatore Marco Scotini.

Il secondo riferimento è a un gruppo scultoreo in creta di 114 figure in scala reale ospitato ad Anren, antica città del Sichuan: intitolato Rent Collection Courtyard, risalente al 1964 eispirato alla storia (pare autentica) di ribellione verso un feudatario, è un diorama che ritrae la lotta di classe nelle campagne cinesi prima del 1949, anno della Rivoluzione che portò al potere il Partito Comunista.

Altra figura fondamentale per The Szechwan Tale è Mei Lanfang (1894-1961), uno dei più importanti attori della storia del teatro cinese moderno, divenuto famoso per i suoi ruoli femminili nell’Opera di Pechino.

Non mancano infine i riferimenti all’opera lirica europea, con la presenza del costume del soprano Gina Cigna, indossato negli Anni Trenta per la Turandot di Giacomo Puccini al Teatro alla Scala.

Grazie alla mostra (a ingresso gratuito) e alla sua particolare costruzione, il Centro FM conferma dunque la propria scelta di creare occasioni di dialogo e confronto costruttivo tra popoli.

Emanuela Pirré

 

 

THE SZECHWAN TALE – China, Theatre and History

a cura di Marco Scotini

FM Centro per l’Arte Contemporanea, via Piranesi 10, Milano

12 aprile – 15 luglio 2018

Orari della mostra che è a ingresso gratuito:

– dalmercoledì al venerdì 17.00-22.00

– sabato e domenica 11.00-19.00

Visite guidate e in altri giorni/orari su prenotazione, con possibilità di visitare i Laboratori di restauro di Open Care.

Artisti in mostra: CaoFei, CorneliusCardew, Chen Zhen, Chia-WeiHsu, Céline Condorelli, Peter Friedl, YervantGianikian& Angela Ricci Lucchi, Piero Gilardi, Dan Graham, JorisIvens, JiaZhangke, Joan Jonas, William Kentridge, LinYilin, LiuDing, Mao Tongqiang, RithyPanh, Michelangelo Pistoletto, LislPonger, QiuZhijie, Pedro Reyes, Santiago Sierra, SunXun, MarkoTadić, Ulla von Brandenburg, Clemens von Wedemeyer& Maya Schweizer, WeiMinglun, Yang Yuanyuan, Zhang Huan, Zhuang Hui. Mei Lanfang and the Russian Proletarian Theatre (Research Curator AndrisBrinkmanis).

È stato anche pubblicato il libro The Szechwan Tale, volume di 240 pagine a colori in doppia edizione italiana e inglese, edito da Archive Books di Berlino, con testi di approfondimento sulla mostra e sugli artisti.

 

Si ringrazia l’ufficio stampa del Centro FM per l’uso delle foto

Louis Vuitton presenta la Collezione Objets Nomades

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Anche quest’anno Louis Vuitton in occasione del Fuorisalone, ha presentato a Milano presso Palazzo Bocconi la sua collezione Objets Nomades.

La collezione Objets Nomades, ideata nel 2012, mantiene viva la tradizione di Louis Vuitton nella creazione di meravigliosi articoli da viaggio.

Alcuni dei più celebri designer del mondo hanno immaginato sorprendenti oggetti ispirati al viaggio, pezzi sofisticati ed unici, realizzati in materiali pregiati e venduti in edizioni limitate.

Durante la Milano Design Week Louis Vuitton ha presentato due nuovi oggetti che sono andati ad arricchire la famiglia dee Objets Nomades: il Ribbon Dance di André Fu e il Diamond Mirror di Marcel Wanders.

Il Ribbon Dance è una seduta da conversazione che rievoca la grazia dei movimenti delle tradizionali danze dei nastri asiatiche. Le due sedute sono collocate in equilibrio tra le curve dei braccioli in legno rivestiti in pelle da Louis Vuitton, la cui forma evoca l’infinito e dona alla seduta un profilo gradevolmente fluido.

Il Diamond Mirror di Marcel Wanders è composto invece da un ottagono centrale e 25 specchi triangolari, che danno vita a delicati e poetici riflessi, grazie ad un design geometrico. La struttura rigida e sfaccettata dello specchio è avvolta da pelle Nomade che mostra l’iconica cucitura a contrasto della Maison.

Sempre quest’anno è stata presentata in anteprima esclusiva anche la collezione Louis Vuitton Les Petits Nomades: oggetti decorativi, innovativi, poetici ed eleganti per la casa, creati da alcuni dei designer degli Objets Nomades, come il vaso Tropicalist dei Fratelli Campana, i Fiori Origami, i vasi e vassoi Rosace in pelle e i cuscini Flower Field di Atelier Oï, l’OverlayBowl di Patricia Urquiola e il Petit Diamond Mirror di Marcel Wanders.

Nicola Ievola

La Triennale ci racconta le Storie del Design Italiano

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Sapevate che il primo museo del design italiano è stato inaugurato presso la Triennale di Milano nel 2007?

Ha preso il nome di Triennale Design Museum ed è un museo “mutante” che, ogni anno per 10 anni, ha cambiato sguardo, prospettiva e allestimento con l’intento di offrire di volta in volta risposte diverse a una medesima domanda di fondo: che cos’è il design italiano?

L’undicesima edizione del Triennale Design Museum racconta proprio la storia del nostro design attraverso una pluralità di storie che concorrono a definirne la complessa natura: si intitola “Storie – Il design italiano” e, inaugurato il 14 aprile, resterà aperto fino al 20 gennaio 2019.

Che cosa si può ammirare?

Possiamo ammirare una variegata e interessante selezione di 180 opere – per la maggior parte provenienti dalla Collezione Permanente del Triennale Design Museum – realizzate tra il 1902 (anno dell’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino, importante evento espositivo dello stile Liberty) e il 1998: l’ultima opera in mostra è infatti una motocicletta Ducati Monster del 1988, anno in cui la Ducati passò di mano e venne introdotto un radicale rinnovamento della gamma. La gamma Monster, presentata nel 1992, viene considerata la capostipite di una categoria che, fino ad allora, aveva avuto poco successo e che, da allora, ha ispirato il design di molte altre moto.

Queste 180 opere sono state individuate come le più rappresentative del design italiano per il loro valore di innovazione tecnico-formale, per l’estetica, per la sperimentazione, per la riconoscibilità e il successo di pubblico: le opere introducono la problematica di quali debbano essere i pezzi imprescindibili esposti in un museo del design e di cosa possa essere considerato una “icona” e, ancora, se questo termine sia realmente efficace quando applicato al contesto del design.

Pezzi e materiali esposti sono organizzati cronologicamente in cinque periodi che sono 1902-1945, 1946-1963, 1964-1972, 1973-1983, 1984-1998: la scelta voluta e ponderata di tenere il 1998 come termine della selezione, lasciando scoperto l’ultimo ventennio, permette di analizzare la disciplina con la giusta distanza critica e temporale ma, allo stesso tempo, intende anche sottolineare il grande cambiamento in corso per quanto riguarda i parametri con i quali giudicare il design. E tale cambiamento, naturalmente, rende difficile esprimersi su un panorama ancora così mutevole.

Vi sono inoltre cinque approfondimenti tematici che sono dedicati a Politica (a cura di Vanni Pasca), Geografia ed Economia (entrambi a cura di Manolo de Giorgi), Tecnologia (a cura di Raimonda Riccini) e Comunicazione (a cura di Maddalena Dalla Mura).

La prima sezione prende il nome di “Il potere e le forme – Quando i designer fanno politica” e si concentra su alcuni momenti fondamentali per lo sviluppo del design italiano, dal1933 al boom economico degli Anni Cinquanta, dal contro-design degli anni Sessanta e Settanta fino alla globalizzazione che inizia a svilupparsi a partire dagli Anni Ottanta: vengono così privilegiate le politiche sviluppate da designer e sistema design rispetto alla politica intesa come prerogativa delle pubbliche istituzioni.

La seconda sezione si intitola “Mappe – Unageografia in movimento”: mette in scena i distretti produttivi disseminati nel nostro Paese e le specificità delle realtà territoriali che costituiscono un unicum per determinate lavorazioni e impiego di materiali.

Le terza sezione si chiama “Borsa Valori – UnCarosello di numeri” e analizza il design italiano attraverso i dati economici a esso correlati: vendite, successi, flop commerciali.

La quarta sezione è “Dal transistor alla Luna – Design e tecnologie”: si concentra sulla capacità di imprese e designer italiani di interpretare le innovazioni nel campo dell’elettronica e della sperimentazione sui materiali per trasformarle in prodotti di qualità, sia per il consumo di massa sia per le alte prestazioni.

E infine chiude il percorso la sezione “Immagini e immaginario, tra fotografia e riviste” che illustra come la storia del design italiano sia anche la storia della costruzione, della proiezione e della moltiplicazione della sua immagine nonché della sua divulgazione attraverso i media: tale storia viene presentata attraverso un percorso fra riviste e fotografia, dagli Anni Cinquanta (quando si definisce la “linea italiana” nell’editoria collegata a design e moda) agli Anni Ottanta, prima della diffusione dell’immagine digitale.

Ma, oltre alla cinque sezioni tematiche, il percorso dil“Storie – Il design italiano” inizia con un’ulteriore riflessione, curiosa e stimolante: curata da Chiara Alessi, tale riflessione è dedicata al presente e prende il nome di “Pay per Design – Il Mercato del Contemporaneo”.

Questo “Mercato”presenta una selezione delle esperienze più interessanti atte a descrivere la multiformità del design italiano contemporaneo: viene messa in scena attraverso una serie di vetrine grazie alle quali i visitatori potranno sperimentare alcune modalità di vendita, acquisto, distribuzione, finanziamento e personalizzazione applicate a progetti di design degli ultimi anni. Processi, sperimentazioni, nuova imprenditorialità e riconversione di esperienze storiche contribuiscono a mostrare e dimostrare un peso d’insieme rilevante, perfino più rilevante rispetto ai singoli autori o prodotti.

Grazie a tutto ciò, visitare il museo è come inoltrarsi in una città, ovvero la metafora scelta dallo studio Calvi Brambilla come guida per il progetto di allestimento, poiché la storia del design italiano è un affastellarsi ininterrotto di sperimentazioni, innovazioni, ripensamenti e – se ci facciamo caso – ricorda proprio il tessuto urbano che ha lo stesso grado di complessità.

Durante la conferenza stampa e la presentazione del nuovo allestimento, Silvana Annichiarico, direttrice del Triennale Design Museum, ha raccontato quello che è stato lo scopo del lavoro suo e di tutto il team che dirige, ovvero costruire un museo che non monumentalizzasse il passato bensì che potesse renderlo vivo: pensando ai 2 milioni di visitatori dal 2007 a oggi e visitando “Storie”, si può affermare che questa sia una missione decisamente riuscita.

Emanuela Pirré

 

Storie.Il design italiano

14 aprile 2018 – 20gennaio 2019

Ingresso intero: 9 Euro

Biglietto unico Triennale Design Museum + mostre: 12 Euro

Orari: martedì – domenica, 10.30 – 20.30

Triennale Design Museum

Viale Alemagna 6, Milano

http://www.triennale.org/

Si ringrazia Triennale Design Museum per l’uso delle foto che sono tutte di Gianluca Di Ioia©

 

Omaggio a Hubert de Givenchy, genio e gentiluomo

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Quando manca un couturier del calibro di Hubert de Givenchy, in chi ama follemente la moda non può che prevalere un sentimento: la sensazione di sentirsi un po’ orfano.

Sabato 10 marzo, si è spento uno dei più grandi creatori di tutto il Novecento: Hubert James Marcel Taffin de Givenchy, aristocratico di nascita ma soprattutto di modi, classe 1927, è stato il fondatore nel 1952 della nota e prestigiosa casa di moda che porta il suo nome, Givenchy.

All’epoca, Monsieur – com’era chiamato da tutti – aveva solo 25 anni: con lui, oggi, scompare uno degli ultimi testimoni dell’epoca d’oro della Haute Couture francese; scompare un autentico gentiluomo che ha vestito donne bellissime e che sono state eleganti anche grazie a lui.

Il fatto che sia morto nel sonno, a 91 anni e dopo averci lasciato creazioni indimenticabili, non dà certo consolazione né sana quel senso di solitudine e di perdita irrimediabile sebbene, già nel 1988, il couturier avesse venduto la sua maison alla holding francese LVMH continuando a firmare le collezioni fino al 1995, anno del suo definitivo ritiro.

Hubert de Givenchy aveva dunque saputo farsi da parte, senza clamore e con estrema classe ed eleganza, provato – si dice – da un dolore immenso: due anni prima, nel 1993, precisamente il 20 gennaio, era scomparsa Audrey Hepburn, sua musa e amica per quaranta lunghissimi anni.

Chi non ricorda il raffinatissimo tubino nero creato da Givenchy, indossato dalla Hepburn in Colazione da Tiffany nel 1961 e così consegnato all’eternità per mano di entrambi?

Quello tra il couturier e l’attrice è stato un rapporto straordinariamente intenso: ecco perché molti esperti di moda e costume sostengono che la scomparsa della Hepburn sia stata per lui una sorta di punto di non ritorno.

Monsieur aveva iniziato la carriera nel mondo della moda contro il volere della famiglia, lavorando per grandissimi nomi quali LucieneLelong, Robert Piguet, Jacques Fath, Elsa Schiapparelli.

Fin dal debutto, era riuscito a segnare lo stile di un’epoca: la collezione presentata nel 1952 portava un nome evocativo, Les Séparables, poiché nasceva dall’idea che gonne e bluse che la componevano potessero essere mixate liberamente tra loro. Considerando l’epoca, era un’idea straordinariamente all’avanguardia.

È stata altrettanto straordinaria l’idea della celeberrima Blusa Bettina, con il corpetto stretto e le maniche ampissime, creata sempre nel 1952 in omaggio a Bettina Graziani, l’indossatrice preferita di Givenchy.

Grazie a quelle sue intuizioni, insieme a Cristóbal Balenciaga (che nel 1937 aveva iniziato a proporre le sue sublimi creazioni sartoriali) e a Christian Dior (che nel 1947 aveva lanciato la linea New Look come ho raccontato in un altro articolo per ADL Maghttp://www.adlmag.it/2017/11/14/christian-dior-lo-stilista-del-sogno/), Hubert de Givenchy ha formato un’incredibile triade che, tra gli Anni Trenta e i Cinquanta, ha segnato indelebilmente il corso della moda con proposte che, tuttora, vengono citate, rivisitate, emulate.

Balenciagaera stato tra l’altro mentore di Givenchy e, anche in questo caso, a legarli è stato un rapporto di amicizia durato fino al 1972, anno della scomparsa dello stesso Balenciaga: sono stati tanto amici che, nel 1956,avevano persino sfilato insieme a New York.

Tra le sue clienti, Monsieurha annoverato donne come Jacqueline Kennedy, l’imperatrice Farah Pahlavi, Marella Agnelli, la principessa Grace, Wallis Simpson duchessa di Windsor; oltre a Audrey Hepburn, ha vestito le attrici Marlene Dietrich, Greta Garbo, Lauren Bacall, Jeanne Moreau e Ingrid Bergman.

E dire che l’immenso amore professionale tra Hubert de Givenchy e Audrey Hepburnera iniziato quasi per caso e quando lei non era ancora l’icona che è poi diventata.

Il loro incontro casuale è divenuto mitico non solo negli annali della storia della moda: era il 1953, l’anno dopo il debutto di Givenchy in passerella e l’anno in cui Audrey aveva interpretato il film Vacanze Romane per il quale vince poi l’Oscar nel 1954.

Il couturier aveva capito di dover incontrare Katherine Hepburn e si era invece ritrovato al cospetto non della nota diva, ma di Audrey la quale gli chiese di creare il suo guardaroba per il nuovo film: lui non aveva tempo a causa delle imminenti sfilate parigine, eppure il fascino dell’attrice lo conquistò e Monsieur, infine, si arrese.

Il film in questione era Sabrina e l’abito da sera biancoindossato dalla Hepburn per la scena del ballo, ricamato e con strascico, ha inaugurato il lungo sodalizio professionale e affettivo tra Givenchy e la Hepburn, continuato poi da Arianna, Funny Face, Colazione da Tiffany, Sciarada, Insieme a Parigi e Come rubare un milione di dollari:nel 2006, il tubino nero di Colazione da Tiffanyè andato all’astaincassando oltre 467.000 sterline.

Altre creazioni importanti di Hubert de Givenchy sono state l’abito a sacchetto nonché i mantelli dai colli ampi e avvolgenti, così come gli abiti a palloncino con bustino.

Dopo di lui, alla direzione creativa dalla maison Givenchy, si sono alternati stilisti quali John Galliano, Alexander McQueen, Julien MacDonald, OzwaldBoateng (per la linea uomo), Riccardo Tisci: da maggio 2017, alla guida della griffe è arrivata una donna, Clare Waight Keller.

All’annuncio della scomparsa di Monsieur, è stata proprio la Keller a rilasciare un commento che rende il giusto omaggio al fondatore di una maison ormai entrata nel mito.

«Sono profondamente rattristata per la scomparsa di uno dei più grandi uomini e artisti che abbia mai avuto l’onore di conoscere. Non è stato solamente una delle figure più influenti nel mondo della moda, capace tuttora di influenzare con il suo stile quello del vestire delle donne contemporanee, ma anche uno degli uomini più seducenti e favolosi mai incontrati.»

Come scrivevo in principio, ci mancherà lo stilista ma anche il gentiluomo.

Emanuela Pirré

 

Il ritratto di Hubert de Givenchy è tratto dalla pagina Facebook della maison, https://www.facebook.com/Givenchy/

Frida Kahlo, l’icona che ispira tutti, dall’arte alla moda

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Tra le icone del Novecento, trova un posto sicuro Frida Kahlo, pittrice messicana diventata immortale per le sue opere e anche per l’aspetto fortemente identificativo e riconoscibile.

E proprio Frida è la protagonista, in questo anno 2018, di due mostre importanti che affrontano il suo mito in maniere diverse ed entrambe interessanti: la prima è ospitata al Mudec di Milano, si intitola Frida Kahlo – Oltre il mito ed è aperta fino al 3 giugno 2018.

La mostra è frutto di sei anni di studi e ricerche: si pone l’obiettivo di delineare una nuova chiave di lettura attorno alla figura della pittrice, presentando inediti e sorprendenti materiali d’archivio.

Riunisce infatti in un’unica sede espositiva – per la prima volta in Italia e dopo quindici anni dall’ultima a livello mondiale – tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, le due più importanti e ampie collezioni di Frida Kahlo al mondo, con la partecipazione di autorevoli musei internazionali che hanno prestato alcuni capolavori mai visti nel nostro Paese.

Diego Sileo, il curatore della mostra, ha voluto fare un lavoro diverso: a suo avviso, molti eventi su Frida si sono limitati ad analizzare, con una certa morbosità, i suoi oscuri traumi familiari, la sua tormentata relazione con il marito Diego Rivera, il suo desiderio frustrato di essere madre, la sua tragica lotta contro la malattia.

Frida Kahlo – Oltre il mito si pone invece l’obiettivo di superare tale visione, dimostrando che per un’analisi seria e approfondita è necessario spingersi al di là degli angusti limiti di una biografia anche troppo abusata.

Dal 16 giugno al 4 novembre, il Victoria and Albert Museum di Londra ospiterà invece Frida Kahlo – MakingHer Self Up, un’esposizione basata su una straordinaria collezione di manufatti e abiti appartenuti all’artista, conservati per 50 anni negli armadi della sua Casa Azul ed esposti per la prima volta fuori dal Messico.

Dopo la morte di Frida, il marito Diego sigillò tutti i suoi beni all’interno del loro appartamento a Città del Messico dove sarebbero dovuti rimanere, secondo le volontà dell’uomo, per alcuni anni: mezzo secolo dopo, precisamente nel 2004 (Frida è scomparsa nel 1954), gli oggetti della pittrice sono stati finalmente catalogati ed esposti.

L’artista messicana continua però a influenzare l’immaginario collettivo non solo attraverso le mostre delle sue opere, ma anche grazie al cinema, alla musica, ai fumetti e alla moda.

Il suo personaggio affascinante ha stregato gli artisti del suo tempo e anche attrici e cantanti dei nostri giorni, tra le quali Madonna, Beyoncé, Salma Hayek (che ha interpretato la pittricein un film), FKA twigs.

Dopo aver dedicato un volume a Tamara de Lempicka, pittrice polacca appartenente alla corrente Art Déco, la fumettista italiana Vanna Vinci ha studiato a lungo anche l’artista messicana: è nata così una graphic novel che si intitola Frida – Operetta amorale a fumetti.

Le ampie e lunghe gonne a ruota, i maxi scialli, i gioielli fatti a mano in stile pre-colombiano, i capelli raccolti in trecce decorate da corone di coloratissimi fiori, le sopracciglia marcate, le labbra dipinte con tinte intense: tutti questi elementi propri del codice estetico di Frida sono stati ripresi da tanti stilisti e riproposti in varie collezioni, stagione dopo stagione.

Nel 1998, è stato Jean Paul Gaultiera proporre una sfilata alla quale hanno preso parte anche Naomi Campbell e Linda Evangelista (con tanto di mono-sopracciglio!) in un vero e proprio tributo allo stile di Frida.

Qualche anno dopo, precisamente nel 2004, Veronica Etro ha presentato una collezione intitolata Sud: i riferimenti sono stati il Messico, Frida Kahlo e la charreria o charreada, un evento simile al rodeo.

L’autunno / inverno 2005-2006 è stato invece il momento in cui Clements Ribeiro ha realizzato alcuni look con dettagli che riportavano alla mente l’artista, dai fiori che decoravano gli abiti fino alle pettinature realizzate sulle modelle.

Prima dell’arrivo di Jeremy Scotte e sotto la guida di Rossella Jardini, per la collezione primavera / estate 2012, la maison Moschino ha reinterpretato l’immagine iconica di Frida proponendo alcuni look nei quali sono stati però accorciati gli abiti pur mantenendo le trecce e i fiori tra i capelli.

Per la primavera / estate 2013, è stata la volta della stilista Lena Hoschek e l’anno dopo è toccato ad Alberta Ferretti: per la primavera / estate 2015, si sono lasciati ispirare da Frida anche Dolce & Gabbana (in una versione decisamente opulenta, con tanto di corona) e Valentino.

Frida ha ispirato perfino una bambola: Mattel, l’azienda produttrice di Barbie, ha lanciato recentemente una nuova serie della bambolina più famosa del mondo ispirandosi a 17 donne famose. Tra eroine della storia di tutti i tempi, artiste, cineaste, scienziate, ballerine, atlete, imprenditrici, figura anche Frida, anche se la famiglia della pittrice pare non aver apprezzato l’omaggio.

Il fascino della pittrice è magnetico, lampante per molti quanto inspiegabile per altri: che si appartenga all’una o all’altra corrente di pensiero, resta innegabile il fatto che la conformazione visiva di Frida mantiene un potere enorme.

Frida è stata una pittrice eccezionale, unica e inimitabile, e ha anche saputo usare sé stessa e l’abbigliamento, perfettamente conscia dell’enorme impatto della sua immagine, dimostrandosi una grande comunicatrice che continuerà a essere ricordata.

Emanuela Pirré

Le foto sono tratte dall’account Twitter ufficiale dedicato all’artista ( https://twitter.com/Frida ) e fanno parte dell’Archivio Isolda P. Kahlo, México

L’account ufficiale  su Instagram https://www.instagram.com/fridakahlo/?hl=it

 Oltre il Mito al Mudec a Milano: http://www.mudec.it/ita/frida/

 MakingHer Self Up al V&A a Londra: https://www.vam.ac.uk/exhibitions/frida-kahlo-making-her-self-up

Legami emozionali e moda, da Alberto Zambelli a Sergei Grinko

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Secondo esperti e analisti, tra i trend che coinvolgono lusso e moda, figura un concetto destinato ad avere un peso sempre maggiore: si tratta della capacità di un marchio di stabilire un legame emozionale con i propri consumatori.

Le emozioni, dunque, diventano un punto cruciale e le ragioni sono molteplici, dall’impatto del consumismo alla crescita di un nuovo pubblico attento a tematiche maggiormente legate alla sfera delle emozioni.

Il consumismo sfrenato ci presenta oggi un conto alquanto salato: un recente forum delle Nazioni Unite a Ginevra ha evidenziato,per l’ennesima volta,come l’industria del fast fashion rappresenti un’emergenza ambientale quanto a consumo d’acqua ed emissioni nocive. Ed è un’emergenza che non possiamo più ignorare.

Per fortuna, i Millennials si confermano come consumatori più attenti verso tematiche etiche e sostenibili: gli studi mostrano che gli appartenenti a talegenerazione (e si parla di una percentuale pari al 70%) vogliono spendere tempo e denaro per marchi capaci di sostenerele cause che giovani e giovanissimi hanno a cuore.

Non solo, la stessa parola “sostenibilità” sta cambiando significato nel tempo, andando ad assumere un senso sempre più ampio e che comprende una serie di questioni interconnesse, dalla parità di gener e alla filantropia, dalle campagne pubblicitarie che promuovono concetti di inclusione a quelle che fanno uso di immagini non ritoccate.

I marchi italiani sono spesso in linea con questa filosofia di pensiero: in occasione della recente Milano Fashion Week, diversi brand hanno puntato il riflettore su tematiche sociali e sentimenti.

Tra le collezioni che rivelano un nucleo fortemente emozionale c’è quella di Alberto Zambelli: per la sua collezione FW 2018 – 19, lo stilista è partito dall’idea che ogni essere umano è unico, poiché nessuno di noi è identico a un altro.

Personalità e unicità ci caratterizzano, tuttavia esiste qualcosa che ci fa smettere di essere tanti singoli per metterci in connessione con i nostri simili diventando collettività: si tratta dell’abbraccio, un gesto semplice quanto primordiale che ricompone due singoli.

Alberto ha pensato di tradurre la gestualità dell’abbraccio in abiti, attraverso un linguaggio fatto di rappresentazioni figurative e di materiali avvolgenti che si incontrano. Come avviene, appunto, in un abbraccio.

La naturalezza dell’abbraccio è stata così tradotta in capispalla sartoriali, caldi e avvolgenti, mentre fasce che percorrono abiti e top e strutture tridimensionali simili a origami si palesano come braccia che stringono il corpo in una stretta morbida e calorosa.

Trasformando il gesto in rappresentazione grafica, Alberto ha inoltre creato stampe dal gusto rigoroso nonché preziosi ricami in cristalli.

In un momento storico in cui il concetto di women empowerment è sempre più risonante anche grazie a movimenti sostenuti da hashtag quali #Metoo e #Timesup, lo stilista Sergei Grinko ha dato un titolo eloquente a collezione e sfilata: “That’senough! Stop violenceagainstwomen”.

Senza distinzione né tra Paesi né tra classi sociali, quelle sulle donne continuano a figurare tra le violazioni dei diritti umani più diffuse al mondo: dalla violenza domestica fino alle mutilazioni genitali, gli stereotipi di genere impattano quotidianamente sulla vita di moltissime donne fin dall’infanzia.

Sergei è da sempre impegnato a legare la sua visione stilistica a tematiche sociali: con la collezione FW 2018 – 19, lo stilista ha voluto esprimere la sua indignazione per il presente ma, nel contempo, ha anche voluto dare voce alla speranza che le nuove generazioni sappiano creare uno scenario futuro più equo e dignitoso, uno scenario in cui uomini e donne possano vivere in reale armonia.

Ed è alle nuove generazioni che Grinko pensa con i suoi abiti attraversati da un’energia impetuosa e irriverente, applicando alla tradizione artigianale italiana un’attitudine decisamente moderna e che desidera scardinare il passato: in quest’ottica, decostruisce la silhouette in nome di una visione più sciolta nella quale si gioca con i generi, mischiando abiti femminili e capi dal sapore maschile per un risultato libero e rilassato.

Da varie stagioni, lo stilista ha fatto propria la tendenza a unire collezioni uomo e donna in un’unica sfilata e l’ha fatto anche stavolta: l’emozione è diventata palpabile quando, insala, sono entrati un ragazzo e una ragazza, fianco a fianco, con outfit coordinati uniti dallo slogan “Stop violence against women”.

Dall’abbraccio alla parità di genere, la moda conferma dunque la sua capacità di stabilire legami emozionali importanti.

Emanuela Pirré

VISITA DA MISSONI

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Venerdì 12 gennaio 2018 gli studenti di Master e Fashion Design dell’Accademia del Lusso sono stati invitati da Missoni per una visita della storica sede a Sumirago in provincia di Varese.

Siamo stati accolti da Ottavio Missoni, nipote del fondatore, attuale direttore commerciale Italia e Mondo di Missoni. Ha condiviso la sua grande passione per l’azienda, Missoni è una delle poche realtà del Made in Italy ancora a conduzione famigliare. CEO, CFO, PR sono stati reclutati ma le altre funzioni sono ricoperte dai membri della famiglia con il ruolo preponderante di Angela Missoni, direttrice creativa e di Margherita Missoni testimonial dell’azienda.

 

Missoni comprende circa 250 persone, di cui 100 sono dedicate alla produzione. Presso lo stabilimento di Sumirago viene prodotto il 20% dei tessuti, l’altra parte viene realizzata da aziende partner della provincia di Varese e vicino a Venezia. Le materie prime sono acquistate in tutto il mondo ma il processo di lavorazione dei tessuti e produzione è interamente realizzato in Italia, compreso l’arte della tintura.

I colori della collezione sono 28, cercando di limitare un’eccessiva quantità di colori da gestire e fibre da tingere.

I colori della collezione 2018/2019
Campionari
Campionari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo visitato i laboratori dove vengono realizzati la campionatura e prototipi delle collezioni. Su una collezione di 400/450 capi circa il 30% viene scartato prima della campagna vendita.

Sono i fashion buyer, i distributori, i buyer di negozi multimarca e departmentstores che scelgono i capi che avranno successo presso i consumatori, indicando la direzione da seguire per la produzione. E’ una collaborazione efficace per conoscere le attese dei consumatori e decidere quali capi avranno maggio successo. I mercati hanno attese e stili diversi e Missoni crea delle capsule collection per diversi mercati.

I mercati prioritari per Missoni sono l’Europa, l’America e il Giappone. Un distributore gestisce l’Estremo-Oriente, offrendo anche una piattaforma per le spedizioni e gestendo anche l’attività e-commerce in Cina, India e paesi Sud Asiatici. Missoni da tre anni investe nell’attività e-commerce tramite la piattaforme Yoox e ottiene buoni risultati.

Missoni detiene 7 negozi di proprietà, show room a Milano e a New York e 20 negozi in franchising.

 

Ottavio Missoni ci ha portato nel laboratorio di produzione dove lavorano secondo le stagioni 40/50 sarte e modelliste, producendo a manocapi d’eccezione.

Le sarte al lavoro
Il lavoro delle modelliste

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto della famiglia Missoni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono presenti sulle pareti numerose foto della famiglia e in effetti regna un’atmosfera serena e positiva negli uffici.

Missoni usa ancora una parte dei suoi macchinari da quando l’azienda fu fondata nel 1953, alcune macchine sono in funzione da più di 40 anni dando una trama e una finezza di tessuto inimitabile e irriproducibile da machine più moderne.

Dettaglio di un macchinario storico di Missoni
Il risultato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo visitato l’ufficio archivio che custodisce la memoria storica di Missoni, incontrando Lize, inglese diplomata alla St Martins di Londra, che collabora dal 1976 con Missoni.

La nostra visita è proseguita negli uffici stili Uomo e Donna dandoci una preview delle collezioni inverno 18/19 per la prossima fashion week. Moodboard, trame, colori appesi alle pareti, regna un’atmosfera di simpatico disordine creativo.

Nell’ufficio Stile Donna abbiamo incontrato Alberto Zanetti, stilista e braccio destro di Angela Missoni. Stava lavorando alla fashion week e alla pre estate 2019. Energia, creatività, simpatia e entusiasmo circondano Alberto. Ci ha presentato le sue fonti di ispirazione, spiegando che con 4 collezioni all’anno e 4 pre è sempre nel processo di creazione di un nuovo mood e storia per la prossima fashion week, curando insieme l’attualizzazionedi una collezione e l’idea della prossima. Ha insistito sull’importanza di raccontare una storia dietro ogni collezione e fashion show.

Ci vogliono circa 6 mesi per preparare ogni collezioni, un mese di campagna vendita e 4 mesi per produrre i capi.

Prossima metà: la visita della Boutique Missoni!

CHLOE PAYER

 

 

 

Ultra Violet è Color of the Year 2018 secondo Pantone

in Fashion/Lifestyle by

Si chiama Ultra Violet e corrisponde al codice 18-3838: è il colore che il Pantone Color Institute ha scelto per il 2018 e che influenzerà ambiti tra i quali figurano moda e design.

Il Pantone Color Institute offre servizi di consulenza che includono previsioni sulle tendenze e ricerche sulla psicologia del colore: ogni fine dicembre, l’azienda indica la tinta che contraddistinguerà l’anno successivo e così Ultra Violet prende il posto di Greenery, il tono di verde che è stato il colore-simbolo per il 2017.

Ultra Violet

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Color of the Year viene scelto da un team di professionisti in grado di individuare le tendenze cromatiche in svariati settori: quest’anno tocca a Ultra Violet, varietà di viola con una forte predominanza di blu.

Il viola viene spesso associato al soprannaturale, alla spiritualità e al misticismo: per alcune religioni è il colore del lutto, del cordoglio e della penitenza.

È anche alla base di alcune superstizioni: per esempio, il viola è considerato di cattivo auspicio nel mondo dello spettacolo e in particolare a teatro.

Tutto nasce nel Medioevo quando, nei quaranta giorni della Quaresima contraddistinti dai paramenti liturgici di colore viola, tutte le rappresentazioni teatrali venivano vietate: ne derivava un periodo di disagio economico per gli attori che, naturalmente, vivevano di quel guadagno e l’avversione verso il viola rivela in questo caso motivazioni storiche precise.

Il viola è stato il colore delle suffragette, termine con il quale si indicavano le appartenenti ai movimenti nati per ottenere il diritto di voto per le donne (dalla parola suffragio nel suo significato di voto): le suffragette indossavano spesso il viola insieme al bianco, la purezza, e al verde, la speranza.

Il viola è anche simbolo di sperimentazione, controcultura, anticonformismo e genialità artistica.

Viene naturale l’associazione con Prince e con la sua Purple Rain (letteralmente pioggia viola), il brano musicale pubblicato come singolo nel 1984 nonché title track dell’omonimo album: proprio nel 2018, Prince avrebbe compiuto 60 anni ed è bello pensare che la scelta del viola come colore dell’anno possa essere una sorta di omaggio al genio di Minneapolis.

Hillary Clinton scelse il viola per il suo Concession Speech, il discorso di resa tenuto il 9 novembre 2016 a New York in seguito alla sconfitta elettorale contro il repubblicano Donald Trump, attuale presidente degli Stati Uniti d’America.

Per tale discorso, la candidata democratica optò per un completo pantalone firmato Ralph Lauren con revers e blusa di seta declinati in un intenso viola, la stessa sfumatura della cravatta indossata dal marito Bill.

Scelta casuale? Non secondo molti giornalisti e osservatori politici, visto che tale tinta ha significati sociali e culturali: non solo, è anche il colore che si ottiene quando si combinano il blu, tinta della calma, e il rosso, tinta dell’energia, e blu e rosso sono, rispettivamente, i colori che negli Stati Uniti rappresentano democratici e repubblicani.

«La nostra nazione è più profondamente divisa di quanto pensassimo, ma credo ancora nell’America e ci crederò sempre. Se ci credete anche voi, dobbiamo accettare questo risultato e guardare al futuro.»

Così disse la Clinton quel giorno: il viola da lei scelto non simboleggiava dunque né cordoglio né penitenza, bensì una ritrovata voglia di coesione pur partendo da elementi innegabilmente e profondamente differenti. La sua fu un’ottima dimostrazione di coerenza tra linguaggio verbale (le parole pronunciate) e non verbale (gli abiti scelti).

In definitiva, il viola è un colore affascinante e dalle molteplici implicazioni: Leatrice Eiseman, direttore esecutivo del Pantone Color Institute, afferma che potrà «illuminare il percorso verso ciò che deve ancora venire», mettendo in evidenza il fatto che il Colore dell’Anno diventa un riflesso del momento in cui viviamo ed è in grado di rappresentare e raccontare il mondo contemporaneo e i suoi umori.

Moda e design hanno prontamente abbracciato la tendenza: fioccano proposte di abiti e accessori in vibranti toni di viola, nascono oggetti e complementi d’arredo che da soli illuminano una stanza e pennellate di Ultra Violet non mancheranno tra i capelli e nel make-up.

Emanuela Pirré

 

Le foto provengono dal sito Pantone https://www.pantone.com/

Potete trovare altre ispirazioni a proposito del colore Ultra Violet nella pagina Facebook di Pantone https://www.facebook.com/PantoneColor

 

Moda e comunicazione: successi, insuccessi e risvolti sociali

in Lifestyle by

Qualche settimana fa, l’azienda Pandora è finita al centro di un piccolo caso mediatico: il celebre brand danese ha tappezzato i corridoi della metropolitana milanese con la campagna per il Natale 2017, campagna che non è però piaciuta a molte persone – moltissime, in verità.

Cosa recitavano i manifesti sotto accusa?

«Un ferro da stiro, un pigiama, un grembiule, un bracciale Pandora. Secondo te cosa la farebbe felice?»

La risposta dei passanti non si è fatta attendere e, dai corridoi della metropolitana meneghina, la protesta si è rapidamente spostata sui social network dove in tantissimi hanno additato la campagna come sessista e mortificante per il genere femminile poiché infarcitadi luoghi comuni.

Il brand ha replicato postando due note sulla pagina Facebook allo scopo di chiarire la propria posizione: l’idea– ha spiegato – era in realtà «quella di strizzare l’occhio ad alcuni stereotipi che tutte noi conosciamo in maniera ironica e giocosa, assolutamente non offensiva, con il desiderio di regalare un sorriso».

Accettando di mettersi in discussione, Pandora ha però ammesso che, nonostante le proprie buone intenzioni, il messaggio poteva dar luogo a malintesi: «in realtà abbiamo visto che estrapolati dal loro contesto alcuni passaggi di questa comunicazione hanno generato interpretazioni opposte al nostro intento», si legge ancora nella nota che si chiude con le parole «quindi ci scusiamo con tutte coloro che si sono sentite toccate nella loro sensibilità».

Le scuse presentate da Pandora non sono però bastate a calmare gli animi e l’opinione pubblica si è divisa su due fronti: da una parte, si è schierato chi ha visto in tutto ciò una polemica esagerata; dall’altra parte, invece, si è schierato chi ha continuato a sostenere che lo sdegno fosse più che legittimo e giustificato. Altri ancora hanno affermato che, in fondo, è inutile prendersela con Pandora poi ché la pubblicità italiana in generale non fa altro che rifletteree sottolineare la condizione della donna nel nostro Paese.

Chi ha ragione? Chi ha torto?

Difficile dirlo ma, sicuramente, in comunicazione vale un principio: una campagna che necessita di troppe spiegazioni equivale a un insuccesso e così la vicenda ha causato un piccolo terremoto che, in realtà, non sorprende coloro che si occupano quotidianamente di comunicazione e che dunque ben sanno quanto situazioni come questa possano essere costantemente in agguato, nonostante – ripetiamolo – le migliori intenzioni.

Ogni addetto o responsabile comunicazione è costantemente in stato di allerta nel momentodel lancio di una nuova campagna, soprattutto se si tratta di una campagna trasversale condivisa su tutti i media, dalla carta al web, dalla televisione alle affissioni stradali.

Il pericolo di equivoci e conseguenti polemiche è sempre esistito, ma il rischio è diventato esponenziale proprio con l’avvento dei social network che hanno dato la possibilità a tutti di esprimere la propria opinione in tempo reale: talvolta, il brusio del web diventa più potente e più virale della campagna pubblicitaria stessa e ogni scelta può contenere una certa percentuale di rischio, dalle parole ai testimonial, passando – naturalmente – per le immagini.

Ne sa qualcosa la maison Saint Laurent: nel 2015,una loro pubblicità fu proibita in quanto la modella protagonista della foto fu giudicata troppo magra.

La Advertising Standards Authority, l’agenzia indipendente che regola il mercato pubblicitario britannico, prese posizione con parole molto chiare: «the model appeared unhealthily underweight».

L’immagine in bianco e nero era apparsa nell’edizione inglese della rivista Elle: la modella, sdraiata per terra, indossava un abito corto che lasciava vedere gambe lunghissime e magrissime.

La maison francese contestò le accuse, naturalmente, ma la pubblicità fu infine ritirata poiché la posizione dell’ASA fu dura, lapidaria e irremovibile quanto lo furono le motivazioni a fronte del procedimento di censura: «the ad wasirresponsible».

È evidente come il modo di comunicare e pubblicizzare un brand e i suoi prodotti possa avere un impatto sociale anche molto forte: in tutto ciò, la moda in tutte le sue declinazioni – dal lusso al fast fashion, dagli accessori allo sportswear – haun ruolo da protagonista poiché esiste uno stretto legame proprio tra moda e società.

La moda è a tutti gli effetti un linguaggio e racconta gli umori, le tensioni, i cambiamenti della società in cui viviamo, influenzandola e venendone a sua volta influenzata: è un mezzo potente e i grandi comunicatori ne sono sempre stati ben consci.

Tra di essi, va ricordata Franca Sozzani della quale, proprio in questi giorni e precisamente il 22 dicembre, ricorre il primo anniversario dalla prematura scomparsa: per quasi tre decadi, dal 1988 fino ai suoi ultimi giorni, la celeberrima direttrice di Vogue Italia ha usato le pagine della rivista non solo per parlare di abiti, ma anche per iniettare messaggi ecologici e sociali nella fotografia di moda.

Resta indimenticabile l’editoriale con la top model Linda Evangelista posseduta dai demoni della chirurgia estetica come anche il Black Issue, il numero datato luglio 2008 con modelle e celebrità unite dal colore della pelle: quello della direttrice fu un atto di sensibilizzazione rivolto all’opinione pubblica in merito allo scarso numero di modelle di colore rispetto alle colleghe di pelle chiara.

Franca Sozzani ha decisamente dato il proprio contributo nel rivoluzionarela comunicazione visivain ambito moda, mandando un messaggio forte e chiaro: la moda permette di puntare il riflettore sulle questioni sociali.

La sua visione è stata – edè – ampiamente condivisa da molti brand, come per esempio Benetton.

La collaborazione tra il brand e il celebre fotografo Oliviero Toscaniha sancito l’inserimento delle campagne Benetton in testi universitari e ambiti museali e ha prodotto alcune delle immagini più famose nel mondo della pubblicità tra gli Anni Ottanta e gli Anni Novanta: le collezioni del brand veneto sono state letteralmente usate per attirare l’attenzione su temi sociali quali il razzismo, la povertà, l’AIDS, la pena di morte.

Le immagini forti e l’irriverenza di alcuni scatti hanno fatto talvolta discutere, scandalizzando e creando polemiche, dando vita a ciò che viene definito shockvertising: il termine anglosassone nasce dalla fusione delle parole shock (letteralmente urto, scossa) e advertising (pubblicità) ed è impiegato per definire quelle campagne in grado di creare un impatto emotivo importante.

Oggi, dopo molti anni, Toscani torna a firmarele campagne Benetton con due fotografie che affrontano il tema dell’integrazione.

«Il problema del mondo attuale è l’integrazione – dichiara Toscani – e il futuro si giocherà su quanto e come sapremo usare la nostra intelligenza per integrare il diverso, superando le paure.»

Le due immagini – una che ritrae una classe di bambini sorridenti di 13 nazionalità da 4  continenti e l’altra di un gruppo di bimbi anch’essi di tante nazionalità riuniti attorno a una maestra che legge Pinocchio – sonole prime di un progetto più ampio sul tema dell’integrazione che Toscani porterà avanti attraverso Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton.

Ma il tema della diversità e dell’integrazione è caro anche ad altre aziende.

La pattinatrice sul ghiaccio Zahra Lari è uno dei volti della campagna con la quale Nike presenta il suo primo hijab (il velo o foulard che copre i capelli e il collo delle donne musulmane lasciando scoperto il viso) in versione sportiva.

L’atleta rappresenterà gli Emirati Arabi durante i prossimi giochi olimpici invernali: oltre a fungere da testimonial, ha collaborato con il brand allo sviluppo del Nike Pro Hijab.

«Unohijab sportivo ideale deve essere leggero, traspirante e stabile perché mi muovo molto velocemente sul ghiaccio e non posso usare le mie mani per sistemarlo», ha spiegato Zahra Lari: la sua immagine contribuirà senza dubbio a far parlare di integrazione e Nike avrà un ruolo di primo piano nella discussione.

Nike è infatti il primo brand di caratura mondiale a produrre hijab sportivi: non si tratta certo di un’invenzione visto che i veli sportivi esistevano già, ma finora erano stati prodotti da aziende piccole e spesso locali.

Il lancio conferma l’interesseverso i mercati emergenti islamici, ma è anche una dichiarazione sociale forte: Nike si è infatti sempre schierata a favore dell’inclusione culturale nello sport convarie campagne e progetti.

Le reazioni del pubblico sono state di vario tipo: molti hanno apprezzato il prodotto e la campagna basata sul concetto di empowerment e self-confidence delle donne sportive di fede islamica e la rivista americana Time ha inserito il Nike Pro Hijabnelle 25 invenzioni importanti del 2017.

Naturalmente, non sono mancate né mancheranno opinioni diametralmente opposte così come qualche accusa, per esempio quella di indebita appropriazione culturale – ma questa è un’altra storia che magari vi racconterò in una futura occasione.

E per chiudere questo viaggio, oggi, uso una citazione.

«Le parole sono importanti»: così affermava il protagonista in una scena celebre del film Palombella rossa, diretto e interpretato da Nanni Moretti.

Potremmo aggiungere che le immagini lo sono altrettanto e che oggi, nell’era della comunicazione globale, parole e immagini devono necessariamente lavorare insieme, con coerenza e chiarezza, senza offendere né aggredire.

È una missione impegnativa, ma solo così è possibile far sì che il riflettore che la moda rappresenta possa diffondere una luce utile e, dunque,positiva.

Emanuela Pirré

Le fotodella campagna Benetton provengono dalla pagina Facebookdel brand https://www.facebook.com/BenettonItalia/

La foto della pattinatrice sul ghiaccio Zahra Lari con il Nike Pro Hijab proviene dal sito Nike Newshttps://news.nike.com/news/nike-pro-hijab

Presentazione del libro “Improvvisamente…L’abito scorso” che racconta lo stile vintage

in Eventi/Lifestyle by

Giovedì 30 novembre, nell’atmosfera retro e calorosa di Cavalli & Nastri in via Brera 2, Stefano Sacchi ha presentato il suo libro “Improvvisamente…L’abito scorso” che racconta lo stile vintage, limited edition, heritage come strategia di marketing del settore moda. Marisa Berenson, nipote della grandissima Elsa Schiaparelli, ne ha scritto la prefazione.

 Non basta ripescare dagli armadi dei genitori e nonni giacche, gonne e accessori per provare il fascino dello stile retrò! Nostalgia, accessori e abiti che hanno fatto la storia.

 Negli ultimi dieci anni il vintage è diventato un vero e proprio fenomeno in tutti campi dell’industria culturale: dalla moda alla musica, dalle serie TV ai libri, sempre più spesso sono i ricordi del passato a raccontarci il presente.

 Stefano Sacchi ha avuto la gentilezza di chiedermi di partecipare alla presentazione del suo lavoro e con molto piacere ho raccolto il suo invito, scrivendo un testo sulla mia percezione del Vintage.

La parola “Vintage” viene dal francese “vendange”, e significa un’eccezionale raccoltadi uva destinata a produrre i vini più prestigiosi, i millesimati.

Sono nata nella regione dello Champagne, in mezzo ai prestigiosi vigneti e celebre maisons di champagne: Moët & Chandon, Krug, Bollinger, Taittinger, Roederer.

Tutte queste maisons hanno in comune un valore: la ricerca dell’eccellenza.

L’eccellenza di coltivare la materia prima, un amore unico per il proprio lavoro e il rispetto della terra, un processo di fabbricazione eccezionale, l’esperienza di generazioni di savoir-faire,la ricerca del prodotto perfetto guidata dalla passione.

La passione di creare emozioni. Lo Champagne non è altro che emozione.

Il vintage è emozionante.

Emozioni legate adorigini storiche, alla storia del fondatore come Christian Dior, Coco Chanel, Cristobal Balenciaga, Gianni Versace, Giorgio Armani e tanti altri stilisti innamorati del proprio mestiere, a tessuti e modelli prodigiosi. Raccontano storie, fanno emozionare. Ciascun oggetto, accessorio, vestito ha una storiasingolare,sono modelli rari per creare un racconto che unisce passato e presente alla ricerca di uno stile unico e personale.

L’emozione come chiave per creare un rapporto tra la marca e il suo pubblico, per creare un’esperienza mozzafiato alla ricerca di un tesoro tra ammirazione, piacere ed eccitazione, un modo ludico di reinventarsi e sognare.

Il vintage richiede pazienza, non è immediato, non è di consumo veloce e facile. Come lo Champagne che può richiedere 10 anni di maturazione, ci vuole cultura e passione per capire il vintage e apprezzarne lo stile. Vintage è memoria, è stile, sono radici, è passato, presente e futuro nella sua permanente influenza sui cicli della moda.

 

Il vintage ci prende per mano per entrare in un mondo fatto di storie, di passione e di piacere.

 

Chloé Payer

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