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Ultra Violet è Color of the Year 2018 secondo Pantone

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Si chiama Ultra Violet e corrisponde al codice 18-3838: è il colore che il Pantone Color Institute ha scelto per il 2018 e che influenzerà ambiti tra i quali figurano moda e design.

Il Pantone Color Institute offre servizi di consulenza che includono previsioni sulle tendenze e ricerche sulla psicologia del colore: ogni fine dicembre, l’azienda indica la tinta che contraddistinguerà l’anno successivo e così Ultra Violet prende il posto di Greenery, il tono di verde che è stato il colore-simbolo per il 2017.

Ultra Violet

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Color of the Year viene scelto da un team di professionisti in grado di individuare le tendenze cromatiche in svariati settori: quest’anno tocca a Ultra Violet, varietà di viola con una forte predominanza di blu.

Il viola viene spesso associato al soprannaturale, alla spiritualità e al misticismo: per alcune religioni è il colore del lutto, del cordoglio e della penitenza.

È anche alla base di alcune superstizioni: per esempio, il viola è considerato di cattivo auspicio nel mondo dello spettacolo e in particolare a teatro.

Tutto nasce nel Medioevo quando, nei quaranta giorni della Quaresima contraddistinti dai paramenti liturgici di colore viola, tutte le rappresentazioni teatrali venivano vietate: ne derivava un periodo di disagio economico per gli attori che, naturalmente, vivevano di quel guadagno e l’avversione verso il viola rivela in questo caso motivazioni storiche precise.

Il viola è stato il colore delle suffragette, termine con il quale si indicavano le appartenenti ai movimenti nati per ottenere il diritto di voto per le donne (dalla parola suffragio nel suo significato di voto): le suffragette indossavano spesso il viola insieme al bianco, la purezza, e al verde, la speranza.

Il viola è anche simbolo di sperimentazione, controcultura, anticonformismo e genialità artistica.

Viene naturale l’associazione con Prince e con la sua Purple Rain (letteralmente pioggia viola), il brano musicale pubblicato come singolo nel 1984 nonché title track dell’omonimo album: proprio nel 2018, Prince avrebbe compiuto 60 anni ed è bello pensare che la scelta del viola come colore dell’anno possa essere una sorta di omaggio al genio di Minneapolis.

Hillary Clinton scelse il viola per il suo Concession Speech, il discorso di resa tenuto il 9 novembre 2016 a New York in seguito alla sconfitta elettorale contro il repubblicano Donald Trump, attuale presidente degli Stati Uniti d’America.

Per tale discorso, la candidata democratica optò per un completo pantalone firmato Ralph Lauren con revers e blusa di seta declinati in un intenso viola, la stessa sfumatura della cravatta indossata dal marito Bill.

Scelta casuale? Non secondo molti giornalisti e osservatori politici, visto che tale tinta ha significati sociali e culturali: non solo, è anche il colore che si ottiene quando si combinano il blu, tinta della calma, e il rosso, tinta dell’energia, e blu e rosso sono, rispettivamente, i colori che negli Stati Uniti rappresentano democratici e repubblicani.

«La nostra nazione è più profondamente divisa di quanto pensassimo, ma credo ancora nell’America e ci crederò sempre. Se ci credete anche voi, dobbiamo accettare questo risultato e guardare al futuro.»

Così disse la Clinton quel giorno: il viola da lei scelto non simboleggiava dunque né cordoglio né penitenza, bensì una ritrovata voglia di coesione pur partendo da elementi innegabilmente e profondamente differenti. La sua fu un’ottima dimostrazione di coerenza tra linguaggio verbale (le parole pronunciate) e non verbale (gli abiti scelti).

In definitiva, il viola è un colore affascinante e dalle molteplici implicazioni: Leatrice Eiseman, direttore esecutivo del Pantone Color Institute, afferma che potrà «illuminare il percorso verso ciò che deve ancora venire», mettendo in evidenza il fatto che il Colore dell’Anno diventa un riflesso del momento in cui viviamo ed è in grado di rappresentare e raccontare il mondo contemporaneo e i suoi umori.

Moda e design hanno prontamente abbracciato la tendenza: fioccano proposte di abiti e accessori in vibranti toni di viola, nascono oggetti e complementi d’arredo che da soli illuminano una stanza e pennellate di Ultra Violet non mancheranno tra i capelli e nel make-up.

Emanuela Pirré

 

Le foto provengono dal sito Pantone https://www.pantone.com/

Potete trovare altre ispirazioni a proposito del colore Ultra Violet nella pagina Facebook di Pantone https://www.facebook.com/PantoneColor

 

Moda e comunicazione: successi, insuccessi e risvolti sociali

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Qualche settimana fa, l’azienda Pandora è finita al centro di un piccolo caso mediatico: il celebre brand danese ha tappezzato i corridoi della metropolitana milanese con la campagna per il Natale 2017, campagna che non è però piaciuta a molte persone – moltissime, in verità.

Cosa recitavano i manifesti sotto accusa?

«Un ferro da stiro, un pigiama, un grembiule, un bracciale Pandora. Secondo te cosa la farebbe felice?»

La risposta dei passanti non si è fatta attendere e, dai corridoi della metropolitana meneghina, la protesta si è rapidamente spostata sui social network dove in tantissimi hanno additato la campagna come sessista e mortificante per il genere femminile poiché infarcitadi luoghi comuni.

Il brand ha replicato postando due note sulla pagina Facebook allo scopo di chiarire la propria posizione: l’idea– ha spiegato – era in realtà «quella di strizzare l’occhio ad alcuni stereotipi che tutte noi conosciamo in maniera ironica e giocosa, assolutamente non offensiva, con il desiderio di regalare un sorriso».

Accettando di mettersi in discussione, Pandora ha però ammesso che, nonostante le proprie buone intenzioni, il messaggio poteva dar luogo a malintesi: «in realtà abbiamo visto che estrapolati dal loro contesto alcuni passaggi di questa comunicazione hanno generato interpretazioni opposte al nostro intento», si legge ancora nella nota che si chiude con le parole «quindi ci scusiamo con tutte coloro che si sono sentite toccate nella loro sensibilità».

Le scuse presentate da Pandora non sono però bastate a calmare gli animi e l’opinione pubblica si è divisa su due fronti: da una parte, si è schierato chi ha visto in tutto ciò una polemica esagerata; dall’altra parte, invece, si è schierato chi ha continuato a sostenere che lo sdegno fosse più che legittimo e giustificato. Altri ancora hanno affermato che, in fondo, è inutile prendersela con Pandora poi ché la pubblicità italiana in generale non fa altro che rifletteree sottolineare la condizione della donna nel nostro Paese.

Chi ha ragione? Chi ha torto?

Difficile dirlo ma, sicuramente, in comunicazione vale un principio: una campagna che necessita di troppe spiegazioni equivale a un insuccesso e così la vicenda ha causato un piccolo terremoto che, in realtà, non sorprende coloro che si occupano quotidianamente di comunicazione e che dunque ben sanno quanto situazioni come questa possano essere costantemente in agguato, nonostante – ripetiamolo – le migliori intenzioni.

Ogni addetto o responsabile comunicazione è costantemente in stato di allerta nel momentodel lancio di una nuova campagna, soprattutto se si tratta di una campagna trasversale condivisa su tutti i media, dalla carta al web, dalla televisione alle affissioni stradali.

Il pericolo di equivoci e conseguenti polemiche è sempre esistito, ma il rischio è diventato esponenziale proprio con l’avvento dei social network che hanno dato la possibilità a tutti di esprimere la propria opinione in tempo reale: talvolta, il brusio del web diventa più potente e più virale della campagna pubblicitaria stessa e ogni scelta può contenere una certa percentuale di rischio, dalle parole ai testimonial, passando – naturalmente – per le immagini.

Ne sa qualcosa la maison Saint Laurent: nel 2015,una loro pubblicità fu proibita in quanto la modella protagonista della foto fu giudicata troppo magra.

La Advertising Standards Authority, l’agenzia indipendente che regola il mercato pubblicitario britannico, prese posizione con parole molto chiare: «the model appeared unhealthily underweight».

L’immagine in bianco e nero era apparsa nell’edizione inglese della rivista Elle: la modella, sdraiata per terra, indossava un abito corto che lasciava vedere gambe lunghissime e magrissime.

La maison francese contestò le accuse, naturalmente, ma la pubblicità fu infine ritirata poiché la posizione dell’ASA fu dura, lapidaria e irremovibile quanto lo furono le motivazioni a fronte del procedimento di censura: «the ad wasirresponsible».

È evidente come il modo di comunicare e pubblicizzare un brand e i suoi prodotti possa avere un impatto sociale anche molto forte: in tutto ciò, la moda in tutte le sue declinazioni – dal lusso al fast fashion, dagli accessori allo sportswear – haun ruolo da protagonista poiché esiste uno stretto legame proprio tra moda e società.

La moda è a tutti gli effetti un linguaggio e racconta gli umori, le tensioni, i cambiamenti della società in cui viviamo, influenzandola e venendone a sua volta influenzata: è un mezzo potente e i grandi comunicatori ne sono sempre stati ben consci.

Tra di essi, va ricordata Franca Sozzani della quale, proprio in questi giorni e precisamente il 22 dicembre, ricorre il primo anniversario dalla prematura scomparsa: per quasi tre decadi, dal 1988 fino ai suoi ultimi giorni, la celeberrima direttrice di Vogue Italia ha usato le pagine della rivista non solo per parlare di abiti, ma anche per iniettare messaggi ecologici e sociali nella fotografia di moda.

Resta indimenticabile l’editoriale con la top model Linda Evangelista posseduta dai demoni della chirurgia estetica come anche il Black Issue, il numero datato luglio 2008 con modelle e celebrità unite dal colore della pelle: quello della direttrice fu un atto di sensibilizzazione rivolto all’opinione pubblica in merito allo scarso numero di modelle di colore rispetto alle colleghe di pelle chiara.

Franca Sozzani ha decisamente dato il proprio contributo nel rivoluzionarela comunicazione visivain ambito moda, mandando un messaggio forte e chiaro: la moda permette di puntare il riflettore sulle questioni sociali.

La sua visione è stata – edè – ampiamente condivisa da molti brand, come per esempio Benetton.

La collaborazione tra il brand e il celebre fotografo Oliviero Toscaniha sancito l’inserimento delle campagne Benetton in testi universitari e ambiti museali e ha prodotto alcune delle immagini più famose nel mondo della pubblicità tra gli Anni Ottanta e gli Anni Novanta: le collezioni del brand veneto sono state letteralmente usate per attirare l’attenzione su temi sociali quali il razzismo, la povertà, l’AIDS, la pena di morte.

Le immagini forti e l’irriverenza di alcuni scatti hanno fatto talvolta discutere, scandalizzando e creando polemiche, dando vita a ciò che viene definito shockvertising: il termine anglosassone nasce dalla fusione delle parole shock (letteralmente urto, scossa) e advertising (pubblicità) ed è impiegato per definire quelle campagne in grado di creare un impatto emotivo importante.

Oggi, dopo molti anni, Toscani torna a firmarele campagne Benetton con due fotografie che affrontano il tema dell’integrazione.

«Il problema del mondo attuale è l’integrazione – dichiara Toscani – e il futuro si giocherà su quanto e come sapremo usare la nostra intelligenza per integrare il diverso, superando le paure.»

Le due immagini – una che ritrae una classe di bambini sorridenti di 13 nazionalità da 4  continenti e l’altra di un gruppo di bimbi anch’essi di tante nazionalità riuniti attorno a una maestra che legge Pinocchio – sonole prime di un progetto più ampio sul tema dell’integrazione che Toscani porterà avanti attraverso Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton.

Ma il tema della diversità e dell’integrazione è caro anche ad altre aziende.

La pattinatrice sul ghiaccio Zahra Lari è uno dei volti della campagna con la quale Nike presenta il suo primo hijab (il velo o foulard che copre i capelli e il collo delle donne musulmane lasciando scoperto il viso) in versione sportiva.

L’atleta rappresenterà gli Emirati Arabi durante i prossimi giochi olimpici invernali: oltre a fungere da testimonial, ha collaborato con il brand allo sviluppo del Nike Pro Hijab.

«Unohijab sportivo ideale deve essere leggero, traspirante e stabile perché mi muovo molto velocemente sul ghiaccio e non posso usare le mie mani per sistemarlo», ha spiegato Zahra Lari: la sua immagine contribuirà senza dubbio a far parlare di integrazione e Nike avrà un ruolo di primo piano nella discussione.

Nike è infatti il primo brand di caratura mondiale a produrre hijab sportivi: non si tratta certo di un’invenzione visto che i veli sportivi esistevano già, ma finora erano stati prodotti da aziende piccole e spesso locali.

Il lancio conferma l’interesseverso i mercati emergenti islamici, ma è anche una dichiarazione sociale forte: Nike si è infatti sempre schierata a favore dell’inclusione culturale nello sport convarie campagne e progetti.

Le reazioni del pubblico sono state di vario tipo: molti hanno apprezzato il prodotto e la campagna basata sul concetto di empowerment e self-confidence delle donne sportive di fede islamica e la rivista americana Time ha inserito il Nike Pro Hijabnelle 25 invenzioni importanti del 2017.

Naturalmente, non sono mancate né mancheranno opinioni diametralmente opposte così come qualche accusa, per esempio quella di indebita appropriazione culturale – ma questa è un’altra storia che magari vi racconterò in una futura occasione.

E per chiudere questo viaggio, oggi, uso una citazione.

«Le parole sono importanti»: così affermava il protagonista in una scena celebre del film Palombella rossa, diretto e interpretato da Nanni Moretti.

Potremmo aggiungere che le immagini lo sono altrettanto e che oggi, nell’era della comunicazione globale, parole e immagini devono necessariamente lavorare insieme, con coerenza e chiarezza, senza offendere né aggredire.

È una missione impegnativa, ma solo così è possibile far sì che il riflettore che la moda rappresenta possa diffondere una luce utile e, dunque,positiva.

Emanuela Pirré

Le fotodella campagna Benetton provengono dalla pagina Facebookdel brand https://www.facebook.com/BenettonItalia/

La foto della pattinatrice sul ghiaccio Zahra Lari con il Nike Pro Hijab proviene dal sito Nike Newshttps://news.nike.com/news/nike-pro-hijab

Presentazione del libro “Improvvisamente…L’abito scorso” che racconta lo stile vintage

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Giovedì 30 novembre, nell’atmosfera retro e calorosa di Cavalli & Nastri in via Brera 2, Stefano Sacchi ha presentato il suo libro “Improvvisamente…L’abito scorso” che racconta lo stile vintage, limited edition, heritage come strategia di marketing del settore moda. Marisa Berenson, nipote della grandissima Elsa Schiaparelli, ne ha scritto la prefazione.

 Non basta ripescare dagli armadi dei genitori e nonni giacche, gonne e accessori per provare il fascino dello stile retrò! Nostalgia, accessori e abiti che hanno fatto la storia.

 Negli ultimi dieci anni il vintage è diventato un vero e proprio fenomeno in tutti campi dell’industria culturale: dalla moda alla musica, dalle serie TV ai libri, sempre più spesso sono i ricordi del passato a raccontarci il presente.

 Stefano Sacchi ha avuto la gentilezza di chiedermi di partecipare alla presentazione del suo lavoro e con molto piacere ho raccolto il suo invito, scrivendo un testo sulla mia percezione del Vintage.

La parola “Vintage” viene dal francese “vendange”, e significa un’eccezionale raccoltadi uva destinata a produrre i vini più prestigiosi, i millesimati.

Sono nata nella regione dello Champagne, in mezzo ai prestigiosi vigneti e celebre maisons di champagne: Moët & Chandon, Krug, Bollinger, Taittinger, Roederer.

Tutte queste maisons hanno in comune un valore: la ricerca dell’eccellenza.

L’eccellenza di coltivare la materia prima, un amore unico per il proprio lavoro e il rispetto della terra, un processo di fabbricazione eccezionale, l’esperienza di generazioni di savoir-faire,la ricerca del prodotto perfetto guidata dalla passione.

La passione di creare emozioni. Lo Champagne non è altro che emozione.

Il vintage è emozionante.

Emozioni legate adorigini storiche, alla storia del fondatore come Christian Dior, Coco Chanel, Cristobal Balenciaga, Gianni Versace, Giorgio Armani e tanti altri stilisti innamorati del proprio mestiere, a tessuti e modelli prodigiosi. Raccontano storie, fanno emozionare. Ciascun oggetto, accessorio, vestito ha una storiasingolare,sono modelli rari per creare un racconto che unisce passato e presente alla ricerca di uno stile unico e personale.

L’emozione come chiave per creare un rapporto tra la marca e il suo pubblico, per creare un’esperienza mozzafiato alla ricerca di un tesoro tra ammirazione, piacere ed eccitazione, un modo ludico di reinventarsi e sognare.

Il vintage richiede pazienza, non è immediato, non è di consumo veloce e facile. Come lo Champagne che può richiedere 10 anni di maturazione, ci vuole cultura e passione per capire il vintage e apprezzarne lo stile. Vintage è memoria, è stile, sono radici, è passato, presente e futuro nella sua permanente influenza sui cicli della moda.

 

Il vintage ci prende per mano per entrare in un mondo fatto di storie, di passione e di piacere.

 

Chloé Payer

Christian Dior, lo stilista del sogno, e i 70 anni del New Look

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Il 2017 è l’anno di Dior: mentre l’iconico e imperituro New Look ha compiuto 70 anni a febbraio, lo scorso 24 ottobre è stato invece il 60esimo anniversario della scomparsa di monsieur Christian Dior, creatore e fondatore dell’ormai leggendaria Maison.

Nato il 21 gennaio 1905 a Granville, città situata in Normandianel nord della Francia, ma poi cresciuto nel sud, vicino a Grasse, il couturier si spense prematuramente a Montecatini Terme il 24 ottobre 1957, a soli 52 anni e a causa di un infarto: il grande successo era arrivato per lui nel 1947, soltanto dieci anni prima, eppure quel decennio gli fu sufficiente per cambiare i codici della moda femminile dell’epoca e per lasciare un segno indelebile.

Christian Dior, figlio di un industriale, era però destinato a un’altra carriera, quella diplomatica.

Assecondando il desiderio dei propri genitori, frequentò infatti l’Écoledes Sciences Politiques: alla fine, lasciò però gli studi e, grazie all’aiuto del padre, nel 1928 riuscì ad aprire una piccola galleria d’arte che però dovette chiudere pochi anni dopo a causa del crollo dell’azienda di famiglia.

Dal 1937 al 1939, Dior lavorò con Robert Piguet, stilista e profumiere svizzero, finché non fu chiamato per il servizio militare: nel 1942, cominciò a lavorare nella casa di moda di Lucien Lelong presso la quale lui e Pierre Balmain diventarono i principali stilisti.

Nell’ottobre 1946,lo stilista aprì infine un suo atelier a Parigi con l’aiuto finanziario di Marcel Boussac, il re del cotone; da lì, un anno dopo, riuscì nell’impresa di rivoluzionare la moda degli Anni Quaranta introducendo un’idea di femminilità e uno stile completamente nuovi.

Il 12 febbraio 1947, il 42enne Christian Dior presentò la sua collezione Corolle nei saloni dell’atelier di Avenue Montaigne pieni, per l’occasione, di fiori: la collezione era fatta di abiti ricchi e romantici che ottennero una popolarità istantanea.

La donna presentata da Dior aveva spalle arrotondate rispetto a quelle imbottite precedentemente in uso; la gonna lunga a forma di corolla arrivava a venti centimetri dal suolo; il punto vita era stretto, ottenutotramite un leggero bustino, la guêpière; tessuti raffinati e costosi avevano sostituito il panno usato durante la Seconda Guerra Mondiale.

CarmelSnow, storica redattrice della rivista statunitense Harper’s Bazaar,parlò di Dior utilizzando il termine New Look, espressione in lingua inglese adottata per definire ciò che ella considerava il massimo della Haute Couture francese.

La celebre giornalista credeva nel talento di Dior che aveva notato fin dal 1937 con un modello disegnato per Robert Piguet e il New Look, la novità della quale lei annunciava la nascita, fu come una detonazione.

La Grande Guerra era finita da due anni e, con la sua collezione Corolle, Monsieur Dior voleva segnare una svolta lasciando al passato restrizioni e austerità: l’abbondanza di stoffa dei suoi modelli fu in effetti di non poco aiuto alla ripresa dell’industria tessile.

Il couturier intendeva restituire alle donne il gusto di piacersi e di piacere, gusto che era stato sacrificato dalla guerra.

«Volevo che gli abiti fossero modellati sulle curve del corpo femminile. Sottolineavo la vita e i fianchi, mettevo in evidenza il seno. Per dare più struttura ai miei modelli, feci foderare tutti i tessuti di percalle o taffetà, riprendendo una tradizione da tempo abbandonata.»

Così dichiarò Christian Dior.

Ma il suo spirito innovativo non si esaurì certo con la creazione della collezione Corolle: da allora, ogni anno, immise sul mercato nuove idee, creando una continua attesa.

Nel 1949 fu la volta di una linea a pannelli intercambiabili; nel 1950 la linea verticale portò le gonne a tubo; nel 1951 la linea diventò lunga con gonne strutturate per dare più slancio al busto; nel 1952 la linea divenne sinuosa con la vita sciolta e la gonna più corta; nel 1953 la linea tulipano valorizzò il seno; nel 1954 la linea a H uniformò invece il seno alla linea del corpo; nel 1955 la linea ad A portò gonne ampie e spalle strette; nel 1956 la linea a freccia assottigliò la figura; nel 1957, infine, apparve la linea a sacco.

Christian Dior fu anche tra i primi couturier ad associare in maniera sistematica accessori e vestiti: ai modelli affiancò infatti scarpe, borse, foulard, profumi e perfino lo smalto per le unghie.

Sempre nel 1947, per esempio, vide la luce Miss Dior, primo profumo della Maison: prendeva il nome da Catherine, la sorella del couturier.

Proprio per festeggiare i 70 anni – ormai 71 – dalla fondazione della maison e dal lancio del New Look, il prestigioso Muséedes Arts Décoratifs di Parigi ha inaugurato una mostra intitolata Christian Dior, couturier durêve ovvero lo stilista del sogno.

La retrospettiva – iniziata lo scorso 7 luglio e aperta fino al 7 gennaio 2018 – include non solo i capi, ma anche fotografie e documenti, da illustrazioni, schizzi e pubblicità fino a reportage di moda, oltre a un’ampia gamma di accessori, borse, scarpe, cappelli, gioielli e boccette di profumo.

I curatori Florence Müller e Olivier Gabet hanno progettato la mostra installando dipinti e oggetti d’arte che dialogano con sette decenni di creazioni Dior e hanno inserito nel percorso espositivo più di 300 capi: l’esposizione annovera così modelli disegnati non solo dal fondatore, ma anche dagli stilisti che si sono succeduti alla guida della maison dopo di lui.

Diorè infatti sopravvissuta alla scomparsa del suo fondatore e, oggi, è uno dei marchi globali di lusso dalla holding LVMH: dopo Yves Saint Laurent, Marc Bohan, Gianfranco Ferré, John Galliano e Raf Simons, vede attualmente una donna nel ruolo di direttore creativo.

Si tratta dell’italiana Maria Grazia Chiuri che, dal 1999 al 2016, ha lavorato per Valentino in coppia con Pierpaolo Piccioli: la Chiuri è la prima donna in una dinastia di soli uomini e c’è da scommettere che – come ha già dimostrato di poter fare – continuerà a tenere viva quell’attesa che Monsieur Dior fu capace di creare.

Emanuela Pirré

La mostra al Muséedes Arts Décoratifs

In foto: scenografie dell’esposizione Christian Dior, couturier durêve © Le arti decorative, Parigi  foto @LucBoegly – dalla pagina Facebook del Museo

In mostra a Torino gioielli e ornamenti di Gianfranco Ferré

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«Credo che il gioiello sia l’elemento più immediato per esprimere un desiderio di bellezza innato, senza tempo, antico quanto la storia dell’umanità, radicato nella nostra sensibilità perché capace di tradurre in realtà emozioni e sensazioni. Il gioiello ha avuto in passato straordinarie valenze rappresentative, come simbolo di ricchezza, potere, prestigio, autorità. Ora è soprattutto manifestazione di personalità. È un mezzo per la rappresentazione di sé. Come l’abito e forse più dell’abito.»

Queste parole – forti e importanti – sono di Gianfranco Ferré, anzi, del Maestro Gianfranco Ferré.

Nato a Legnano nel 1944 e spentosi prematuramente nel 2007, Ferré ha attraversato la moda lasciando un segno indelebile.

Dopo la Laurea in Architettura conseguita al Politecnico di Milano, lo stilista ottenne un primissimo successo come creatore di bijou e accessori.

Nel 1978, nacque il suo Prêt-à-Porter femminileseguito, nel 1982, dal lancio dell’abbigliamento maschile: si aggiunsepoi l’esperienza dell’Alta Moda, tra il 1986 e il 1989, con la presentazione delle collezioni a Roma.

A seguire, il Maestro ricevetteun prestigioso incarico presso la maison Christian Dior: Gianfranco Ferré diventòinfatti Direttore Creativo per le linee femminili dal 1989 al 1996.

Nonostante gli innumerevoli successi e le geniali creazioni come stilista di abiti, Ferré non dimenticò mai l’ornamento che per lui ha costantemente rappresentato una passione legata in modo inscindibile alle collezioni moda: all’ornamento, il Maestro ha sempre riservato un approccio appassionato e spesso innovativo, con un’attenzione mai inferiore rispetto a quella riservata all’abito.

Ecco perché Torino dedica a questo aspetto una mostra importantissima che si intitola Gianfranco Ferré – Sotto un’altra Luce: Gioielli e Ornamenti.

La mostra è allestita nella Sala del Senato di Palazzo Madama ed è stata inaugurata lo scorso 12 ottobre per proseguire fino al 19 febbraio 2018: organizzata e prodotta da Fondazione Gianfranco Ferré e Fondazione Torino Musei con la curatela diFrancesca Alfano Miglietti, teorica e critica d’arte, l’esposizione presenta in anteprima mondiale 200 oggetti-gioiello che ripercorrono per intero la vicenda creativa del celeberrimo e amatissimo stilista italiano.

Gli oggetti in mostra, realizzati per sfilate dal 1980 al 2007, sono raccontati come complemento dell’abito e suo accessorio, ma vengono anche esposti insieme ad alcuni capi in cui è proprio la materia-gioiello a inventare e costruire l’abito, diventandone sostanza e anima.

Anche in questo caso, l’attenzione di Gianfranco Ferré ai materiali si rivela determinante in quanto parte essenziale della sua ricerca.

Oltre alla mostra, è interessante anche il progetto espositivo che è stato realizzato dall’architetto Franco Raggi.

Detto progetto gioca sul contrasto esistente tra la Sala del Senato di Palazzo Madama, ambiente di vertiginosa altezza e di immenso pregio architettonico, e le strutture minimaliste ed essenziali in ferro e vetro create con il preciso intento di andare a mettere in risalto la fantasiosa bellezza dei gioielli disegnati dal Maestro Ferré.

Gianfranco Ferré, bracciale PE 1993 Contenuti all’interno di gabbie e non delle classiche vetrine, i gioielli sembrano così librarsi in volo, staccandosi dalla penombra e regalando una forte emozione.

Per invitare tutti a visitare la mostra vivendo l’emozionesulla propria pelle, prendo in prestito ancora una volta le parole del Maestro.

«Nel gioiello, un mondo. O meglio il mondo. Da sempre oggetto di incommensurabile valenza simbolica, per me il gioiello concretizza un’infinità di riferimenti, di rimandi, di sguardi alle realtà più disparate, tanto reali quanto oniriche da cui traggo ispirazione.

In ciò non sento la minima differenza tra ‘sognare’ un abito o un gioiello. Perché è del tutto simile l’impulso a ritrovare stimoli e suggestioni in un orizzonte infinitamente eterogeneo, privo di confini temporali non meno che spaziali.»

Un orizzonte infinitamente eterogeneo – così scriveva Ferré.

Esiste forse un modo più bello per riferirsi all’immenso patrimonio di possibilità che si apre davanti a noi se solo abbracciamo fantasia e creatività, evitando di chiuderci in confini di qualsiasi genere?

Ecco in cosa risiede il genio nonché la straordinaria attualità del Maestro Gianfranco Ferré e della sua lezione.

Emanuela Pirré

 

Gianfranco Ferré – Sotto un’altra Luce: Gioielli e Ornamenti

Sede: Palazzo Madama, Piazza Castello, Torino

Date: dal 12 ottobre 2017 al 19 febbraio 2018

Orari:da lunedì a domenica 10 – 18 / martedì chiuso

Prezzi dei Biglietti Museo/Mostra: intero € 12,00 / ridotto € 10,00

 

Il sito della Fondazione Gianfranco Ferré: http://www.fondazionegianfrancoferre.com/home/intro.php

Il sito di Palazzo Madama: http://www.palazzomadamatorino.it/it

 

Si ringrazia la Fondazione Gianfranco Ferré per le foto

THE PLACE LUXURY OUTLET SU STELLER

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The Place Luxury Outlet, la piccola oasi del lusso Made in Italy, che ospita le boutique dei marchi Ermenegildo Zegna, Agnona, La Perla e Gucci, arriva su Steller, l’applicazione di visual storytelling ideale per creare e condividere storie di vita…

La shopping experience di una cliente di The Place Luxury Outlet prende vita attraverso un racconto fatto di scatti fotografici, testi descrittivi e video momenti di backstage. Protagonista della storia è l’esperta di stile Giulia Gauthier, che riceve e consiglia la cliente in una mattinata di shopping esclusivo. The Place si conferma così una piacevole oasi dello shopping e del relax.

“L’idea nasce dall’osservazione dei comportamenti di chi acquista brand di lusso all’interno degli outlet, e cioè dalla voglia degli acquirenti di essere ben assistiti e consigliati nelle fasi che precedono e portano all’acquisto: dettagli su capi e accessori e storie di produzione arricchiscono l’esperienza individuale e fanno crescere il desiderio di poter poi raccontare ad amici e conoscenti ciò che si è appreso e vissuto.” dichiara Simonetta Pozzi, storyteller di Competenze Distintive.

Redazione

Place Luxury Outlet

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Due italiani tra le 100 personalità più influenti del 2016 secondo il TIME

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Il TIME Magazine ha stilato la lista delle 100 personalità più influenti al mondo nella sua annuale edizione speciale che dal 1998 incorona le figure che grazie al proprio lavoro e al proprio contributo si sono distinte negli ambiti più disparati, dalla politica alla musica, dalla tecnologia alle azioni umanitarie, divenendo un modello per il pubblico. Tra i 100 prescelti anche due italiani, entrambi nella categoria “artisti”: Riccardo Tisci ed Elena Ferrante.

Tisci, direttore creativo di Givency da ormai 11 anni, si guadagna la presenza nell’esclusivo elenco in quanto “fashion agitator”. La sua collega Donatella Versace motiva così questa incoronazione: «Per condizionare la moda del 21° secolo non basta la creatività, devi essere un agitatore, un ribelle, qualcuno che sfida le convenzioni e che unisce arte, moda e altre culture». La vicepresidente e direttrice creativa della maison della Medusa si dichiara orgogliosa del lavoro del suo collega e amico pugliese, definendolo «uno di famiglia, con un po’ di sangue Versace nelle vene». Riccardo Tisci è l’unico esponente del mondo del fashion & luxury inserito nella prestigiosa lista insieme alla fashion designer cinese Guo Pei, famosa per l’ormai celebre e virale abito giallo sfoggiato da Rihanna al Met Gala del 2015.

Il tricolore è rappresentato anche da Elena Ferrante, scrittrice napoletana dall’identità ignota, che in pochi anni ha generato un vero e proprio caso letterario. L’autrice del ciclo L’amica geniale, inserita dal Guardian e dal New York Times tra gli scrittori più significativi del 2015 e recentemente candidata al Man Booker International Priz, è definita dalla sua collega Lauren Groff una “discreta sovversiva” capace di rendere la vita domestica di Elena e Lisa, giovani napoletane protagoniste dei suoi libri, una vera e propria «bomba ad orologeria il cui tic tac è troppo forte da ignorare». La Ferrante, in quanto pseudonimo di una scrittrice – o scrittore? – dal volto sconosciuto è l’unica delle 100 personalità di cui non compare una foto del volto né sul sito né sulle pagine dell’edizione speciale della rivista statunitense.

I due italiani in lista affiancano altre famose figure, divise in 5 categorie (artisti, pionieri, titani, icone e leader). Oltre ai nomi “classici” come Papa Francesco, Vladimir Putin, Barack Obama, Angela Merkel, Mark Zuckerberg e consorte, anche Leonardo DiCaprio, i due candidati alla presidenza a stelle e strisce Hillary Clinton e Donald Trump, Ariana Grande, Caitlyn Jenner, Lewis Hamilton, Nicki Minaj, Kendrick Lamar, il premio Nobel per la pace Aung Sang Suu Kyi e il dittatore coreano Kim Jong-un. Riccardo Tisci ed Elena Ferrante riportano l’Italia nel prestigioso elenco dopo tre anni di assenza. Nel 2013 il TIME aveva infatti nominato il calciatore Mario Balotelli ed il governatore della BCE Mario Draghi. Il primo italiano ad essere inserito tra le 100 personalità fu l’architetto Renzo Piano nel 2006. Il genio italiano con la sua innata vena artistica torna quindi ad esser riconosciuto e apprezzato nel mondo. Ci si augura che nei prossimi anni possa esser nuovamente premiato per i suoi meriti, così come avvenuto ora e nel 2006, e magari non più per qualche bravata da calciatore.

Silvia Campagna

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Anton Corbjin, Vogue, September 2015

I CREDITS PHOTO:

 

CASSIDY PAUL, TIME MAGAZINE

ANTON CORBJJN, VOGUE SEPTEMBER 2015

 

C’era una volta un bijou: storia della bigiotteria italiana

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Un viaggio nell’eccellenza italiana… Mercoledì 27 aprile, presso Terrazza Duomo di Milano, si è svolta la presentazione del libro: << Storia della Bigiotteria Italiana >> a cura di Bianca Cappello. Insieme a lei erano presenti: Lia Lenti, storica del gioiello, Donatella Pellini, creatrice di bijoux e Alessandra Quattordio, giornalista. Questo volume è essenziale se si vuole conoscere un’importante comparto del Made in Italy. Esso è stato scritto sia in italiano, che in inglese in modo tale da trasmettere, a più persone, la storia di questa eccellenza italiana. Dall’Unità d’Italia fino ad oggi, il percorso intreccia stili, tecniche di lavorazione, tradizioni e innovazioni svelando un mondo di sperimentazione, narrazione e famiglia. Per la realizzazione di questo libro, Bianca, ha impegnato anni di duro lavoro e ricerca per ottenere immagini inedite e per scoprire un mondo composto da persone che amano e hanno imparato ad amare il proprio lavoro, anche grazie alla famiglia che ha tramandato loro questa passione. Un esempio per tutti è quello di Donatella Pellini, creatrice di bijoux da generazioni, che ci spiega della sua passione tramandatale dalla nonna che possedeva una bottega nel quale produceva bigiotteria e che, negli anni ’70, la madre fu costretta a chiudere. Proprio così ha inizio la storia di Donatella che, insieme al fratello, volle riaprire l’attività contattando alcuni vecchi clienti della nonna per proporgli i nuovi bijoux. Le collezioni ebbero un grande successo, e pian piano l’azienda divenne sempre più conosciuta fino ad arrivare ad esportare negli Stati Uniti e in Giappone. Donatella, inoltre, ci racconta che ogni bijoux ha una storia da raccontare ed è unico nel suo genere; anche per questo motivo non ha mai voluto diventare un’industria. Ha dichiarato: << Non ho mai voluto diventare una grande industria. Ho sempre voluto rimanere artigiana perché non voglio cominciare a fare grandi quantità ma voglio continuare a fare qualità >>. Questo interessante interventi di Donatela ha dato modo a Bianca di spiegare che nel volume sono presenti anche riferimenti storici; questo perché la bigiotteria, essendo tale, veniva e viene indossata da tutti e, per questo motivo, tramite i gioielli è possibile raccontare la storia di un popolo. Infatti, dopo l’unità d’Italia ci fu, non solo un’unione politica, ma anche creativa delle regioni che si mescolarono con le tradizioni locali: << C’era la volontà di unire tutto per creare qualcosa di straordinario>>. Grazie all’esperienza della Pellini, Bianca ha avuto la conferma che bastano tre parole chiave per descrivere la bigiotteria italiana: sperimentazione, narrazione e famiglia.

La sperimentazione è legata all’apertura della prima fabbrica di bigiotteria nata a Casal Maggiore nel quale, nel 1882, Giorgio Galluzzi inventò il placcato d’oro. Una grande rivoluzione per l’epoca. La narrazione, invece, è connessa al bijou popolare perché, esso, venendo indossato dalle persone comuni, può raccontare la storia di un popolo e la sua evoluzione. La bigiotteria, infatti, è un prodotto a basso costo e per questo motivo viene considerato un gioiello democratico. L’attività, ma soprattutto la passione sono state tramandate dalla famiglia mantenendo così una linea d’identità e una narrazione che, per , si è evoluta ed è crescita con i tempi. Dopo questo incontro prossimo affermare che la produzione di bijoux italiani è specifica e speciale perché la fabbricazione dei singoli pezzi è limitata. Infatti essa è caratterizzata dall’unicità dei pezzi, prodotti singolarmente, ed in quantità minime; mantenendo per un prezzo ragionevole e diventando così un accessorio indispensabile per qualunque tipo di donna e in qualunque epoca.

Elena Pallavera Luz Del Carmen

SUV, collier girocollo in filo armonico, perle di vetro e pendenti in vetro, seconda metà anni cinquanta, archivio di SUV. Foto Augusto Panini
SUV, collier girocollo in filo armonico, perle di vetro e pendenti in vetro, seconda metà anni cinquanta, archivio di SUV. Foto Augusto Panini
Collaretta in conterie e conchiglie, Venezia, anni cinquanta, collezione Doretta Davanzo Poli.
Collaretta in conterie e conchiglie, Venezia, anni cinquanta, collezione Doretta Davanzo Poli.
Storia della Bigiotteria Italiana
Coppola e Toppo collana con tubetti cavi in vetro, plexiglass, strass

Xerjoff, passione liquida…

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La natura del profumo ha in sé la capacità di evocare e di stimolare il nostro immaginario, attraverso un affascinante “memoria dei sensi” in cui un tono rimanda ad una forma, la forma ad un colore, il colore ad uno spazio in un infinito gioco di rimandi sinestetici. E’ proprio questa la caratteristica del profumo che più attrae Sergio Momo, fondatore del brand di fragranze artistiche Xerjoff. “L’olfatto, tra i cinque sensi, dal punto di vista creativo, è quello che mi stimola di più, perché il profumo è un mezzo per raggiungere luoghi, situazioni, persone, è il mezzo attraverso cui è possibile evocare ricordi, rivivere sensazioni. E pur essendo qualcosa di molto intimo e personale offre la possibilità a chiunque di entrare in contatto e di condividere emozioni con chi gli sta vicino.”

Sergio Momo ci ricorda il suo interesse per l’universo del profumo: “Sono cresciuto in una famiglia che amava i profumi. Uno dei miei primi ricordi è quello della nonna, intenta a mostrarmi esclusivi flaconi di profumo Lanvin e Coty, d’altra parte anche i miei genitori possedevano una selezionata collezione di profumi. Mio padre era un grande lavoratore e passava lunghi periodi in Oriente dove aveva sviluppato una passione per essenze naturali orientali come l’incenso e il sandalo.”

Per il creatore italiano, il profumo è come: “un gioiello liquido perchè la lavorazione delle sue essenze è un lungo processo tradizionale che cattura lo strato più puro delle piante e dei fiori che viene affiancato dal design delle bottiglie. Bottiglie di design che non solo attraggono a livello visivo per la loro particolare estetica ma che riescono a preservare la bellezza intangibile ed olfattiva del profumo...”.

La curiosità olfattiva di Momo è sempre viva… Egli viaggia costantemente, in giro per il mondo, alla ricerca di nuovi odori per poi creare alchimie tra essenze e catturare così il naso. Una ricerca di qualità che Sergio Momo ha voluto chiamare “bacio creativo”.

Il brand Xerjoff è un viaggio tra ricordi e sensazioni. Un marchio di profumeria artistica che riesce a catturare le memorie dell’infanzia. Ricordi preziosi che danno vita a profumi che sono universi tangibili… Arte liquida. Sergio Momo, con il suo marchio di alta profumeria, racconta il vero made in Italy attraverso antichi processi olfattivi che creano album olfattivi unici ed irripetibili.

Luz del Carmen

MURANO NEW POCHETTE

Fmf Falegnameria Atelier alla Milano Design Week 2016

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In occasione della Milano Design Week 2016, presso l’Hotel Magna Pars Suite a Milano, fmf falegnameria atelier ha riarredato la Library Hall con alcuni pezzi unici che testimoniano l’esclusività e l’alta qualità artigianale del Made in Italy.

Fmf falegnameria atelier è un’azienda fondata nel 1980 ad Asolo, zona riconosciuta per la tradizione mobiliera a livello internazionale.

L’azienda progetta e realizza pezzi unici di arredo personalizzati ad ogni esigenza del cliente, con idee capaci di adattarsi sia all’ambiente più moderno sia a quello più classico, interpretando anche le tendenze del momento e future.

Il lusso del prodotto finale si rivela nella ricercatezza dei dettagli, nell’utilizzo di materiali pregiati, nelle qualità esecutive e nella simbiosi tra legno e marmo che collaborano per garantire eleganza, raffinatezza e un’anima ad ogni elemento.

Per offrire un servizio di eccellenza e di attenzione alle richieste e al gusto del cliente, gli arredi vengono progettati, realizzati a mano da maestri artigiani italiani e montati in laboratorio per mostrare in anteprima una visione d’insieme.

Gli ingredienti base che l’azienda impiega sono professionalità, maestria artigianale che si avvale di tecnologie moderne, attenzione ai dettagli e ai materiali, equilibrio tra estetica e funzionalità e lavorazioni come intagli e decori a foglia oro e argento che contribuiscono a personalizzare il prodotto finale.

Ogni pezzo esprime quindi unicità ed eccellenza del Made in Italy. Queste caratteristiche hanno di conseguenza promosso la realtà artigianale dell’azienda sul mercato nazionale ed internazionale da oltre 30 anni.

Legno e marmo sono stati i protagonisti della presentazione di fmf falegnameria atelier durante il Fuori Salone.

All’interno della Library Hall sono state proposte tre ambientazioni: Vie en Rose, espressione di equilibrio tra taglio contemporaneo e dettagli classici grazie alla scelta del noce canaletto naturalizzato e al marmo Emperador Dark, Just Déco, stile ispirato alle forme e agli ornamenti déco dove l’Ebano Macassar nero, il marmo Nero Marquina e il marmo Calacatta oro collaborano per creare un’ambientazione di forte impatto scenografico, ed infine Miss Pink, sofisticato ed iperfemminile grazie al marmo rosa e alle finiture in oro 24 carati.

Fmf falegnameria atelier rappresenta quindi una realtà italiana di alto livello guidata da passione e gusto per la cura dei dettagli.

Chiara Errica

Credits photo by www.fmfatelier.com

Fmf Falegnameria Atelier

Fmf Falegnameria di lusso

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