Camp, Notes on Fashion: il Met racconta una ’sensibilità’ che ha fatto storia

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È consuetudine che, ogni anno, il Met – Metropolitan Museum of Art di New York – organizzi una grande mostra dedicata alla moda e ai fenomeni che la caratterizzano.

Realizzata da quella che è riconosciuta come una delle istituzioni museali più importanti al mondo, la mostra può contare anche sulla collaborazione di Condé Nast e Vogue Usa: viene inaugurata con un ambitissimo gala in occasione del quale le celebrità presenti sono invitate a interpretare il tema al centro dell’esposizione sfilando sul tappeto rosso.

Heavenly Bodies, la retrospettiva dell’anno scorso dedicata all’immaginario religioso, è stata a oggi la mostra più visitata nella storia del museo: quest’anno tocca a Camp, Notes on Fashion.

Inaugurata lo scorso 9 maggio e anticipata come sempre dal gala con un red carpet sul quale si sono viste stravaganze di ogni genere e grado, la mostra gode del supporto dalla maison Gucci e dichiara fin dal titolo il tema scelto da Andrew Bolton, il curatore, e da Anna Wintour, l’inossidabile direttrice di Vogue: il ’camp’, ovvero un concetto esteso e non facile da definire.

Provando a dare una possibile definizione, si potrebbe dire che il termine ’camp’ si riferisce all’uso deliberato e consapevole del kitsch in settori trasversali che includono arte e abbigliamento.

Il termine non è affatto nuovo: secondo alcune interpretazioni verrebbe dal francese e sarebbe stato usato già da Molière (1622 – 1673) in una sua commedia.
Comparve di nuovo nel 1909 all’interno del Passing English of the Victorian Era con una definizione che raccontava il termine come un insieme di «azioni e gesti di enfasi esagerata».

Nello stesso anno, anche l’Oxford English Dictionary propose una propria definizione, collegando il termine a un orientamento sessuale: «ostentato, esagerato, teatrale; effeminato o omosessuale; pertinente o tipico dell’omosessualità; come nome, comportamento ‘camp’, maniere ‘camp’, ecc.; un uomo che esibisce tale comportamento».

Per la mostra del Met, Andrew Bolton ha deciso di prendere come riferimento il saggio Notes on ‘Camp’ di Susan Sontag, opera pubblicata nel 1964.

Susan Sontag, scrittrice e intellettuale statunitense (1933 – 2004), fu in effetti la prima a esaminare la sensibilità, i comportamenti e gli atteggiamenti ‘camp’ nella cultura occidentale: il suo saggio è diventato il punto di partenza per tutte le successive riflessioni sull’argomento.

Per molti intellettuali e osservatori attuali, lo scritto della Sontag costituisce appunto un riferimento utile però ormai distante dallo scenario odierno: in effetti, il saggio descrive la società e la realtà di oltre cinquant’anni fa, un periodo in cui il ’camp’ procedeva di pari passo con la rivoluzione sessuale e, proprio in questa ottica, la stessa Susan Sontag faceva frequenti collegamenti con l’omosessualità.

Ma, lentamente, il concetto di ’camp’ si è ampliato e ha abbandonato i riferimenti riguardo qualsiasi orientamento sessuale.

Ciò che è molto interessante è che, nel suo lavoro, la Sontag specificava molto chiaramente che il ‘camp’ è una ’sensibilità’ e non una corrente artistica e letteraria o nemmeno soltanto una tendenza sociale; sottolineava inoltre la difficoltà insita nel tentativo di descrivere e definire una ’sensibilità’ e faceva una importante precisazione.

«Non è una sensibilità di tipo naturale, se di tali ne esistono. L’essenza del ‘camp’, infatti, consiste nell’amore per ciò che è innaturale: l’amore per l’artificiale e per l’esagerato […] Una sensibilità è quasi, ma non del tutto, indescrivibile. Ogni sensibilità che può essere racchiusa nella forma di un sistema, oppure maneggiata con i grezzi mezzi della prova, non è più una sensibilità. Si è concretizzata in un’idea.»

Queste parole nonché l’autorevolezza della Sontag e del suo saggio hanno in un certo senso garantito una buona libertà a tutti i successivi interpreti della sensibilità o fenomeno o atteggiamento ’camp’, dispensandoli da critiche troppo severe.

Il ‘camp’ deve inoltre molto alla rivalutazione delle culture popolari avvenuta sempre negli Anni Sessanta del Novecento, così come alla diffusione negli Anni Ottanta del concetto di postmoderno applicato ad arte e cultura (in breve, con il termine postmodernismo si fa genericamente riferimento alla crisi della modernità nelle società a capitalismo avanzato).

Tocca ora al Met raccontare il fenomeno e la sensibilità ’camp’.

«È troppo di tutto, è la sovversione dello status quo, ma anche generosità, munificenza»: così spiega Andrew Bolton, mentre Alessandro Michele (direttore creativo di Gucci nonché uno dei ‘padrini’ con Anna Wintour, Lady Gaga, Harry Styles e Serena Williams) sostiene che quelle quattro lettere «insegnano quanto sia importante sentirsi liberi di esprimersi attraverso il modo di vestire».
Questo concetto di libertà è certamente condivisibile e non resta dunque che godere delle varie interpretazioni in mostra.

In compagnia del sottofondo offerto da Over the Rainbow, il celebre brano cantato in origine da Judy Garland per il film Il mago di Oz del 1939, si parte dal ’camp’ dell’Eden e si passa per la Versailles dei re di Francia: vengono poi citati Oscar Wilde ed Elsa Schiaparelli per arrivare a esempi recenti (firmati – tra gli altri – McQueen, Galliano, Gaultier, Versace, Moschino, Vivienne Westwood, Virgil Abloh) in una selezione di 250 pezzi scelti tra gli oltre 33mila della collezione del Met.

Intanto, la discussione a proposito di cosa sia o non sia ’camp’ è più che mai aperta e vivace grazie a giornali e social network: per farsi una propria opinione, c’è tempo fino all’8 settembre per programmare un viaggio a New York, anche breve, e godere così della mostra.

Emanuela Pirré
Docente Accademia Del Lusso

Tutte le immagini riguardano la mostra Camp, Notes on Fashion allestita al Met e provengono dalla pagine Facebook del Museo 
Maggiori informazioni sulla mostra: https://www.metmuseum.org/exhibitions/listings/2019/camp-notes-on-fashion