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Da Versace al New York Times passando per la MFW: qual è lo stato di salute della moda italiana?

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Pare non esserci tregua per la moda italiana: senza nemmeno aver avuto il tempo necessario a rielaborare i dati e le proposte della Milano Fashion Week (o #MFW per usare l’ormai irrinunciabile linguaggio del web), ecco arrivare le accuse del New York Times circa le condizioni di lavoro nel nostro Paese proprio nel comparto moda nonché la notizia della vendita di Versace, uno dei nostri marchi storici.

Si tratta di due fatti che creano pessimismo attorno allo stato di salute della moda italiana, sebbene i dati economici non siano affatto negativi.

Durante la conferenza stampa di presentazione di Milano Moda Donna, Carlo Capasa, presidente di Camera Nazionale della Moda Italiana, ha parlato di «vivacità del settore», una vivacità che è in effetti supportata e testimoniata dai dati che vedono, per l’anno 2018, un aumento del 2,8% e una previsione di fatturato che sfiora i 90 miliardi di euro (moda più comparti collegati), mentre la moda da sola tocca quota 66,76 miliardi.

Con i risultati 2018, il fatturato sta tornando ai livelli di inizio 2008, recuperando completamente la caduta causata dalla crisi finanziaria, sebbene sia necessario ammettere che si trova lontano dai risultati pre-crisi del Duemila.

Anche la politica lancia segnali positivi alla moda e promette di continuare a investire nel settore: in occasione della visita istituzionale a Micam, il salone del calzaturiero che si è tenuto dal 17 al 20 settembre a Milano, Luigi Di Maio, vicepremier nonché Ministro dello Sviluppo Economico, ha espresso l’intenzione di confermare e aumentare il piano di investimenti avviato dal precedente governo, «perché la moda è ambasciatrice della cultura italiana del bello».

Il sentimento di positività investe anche il web e la dimensione digitale: con 165 collezioni, 60 sfilate, 80 presentazioni e 44 eventi in calendario, tutti tra il 18 e il 24 settembre, la Milano Fashion Week risulta essere un evento sempre più globale e coinvolgente e ad affermarlo è SEMrush (piattaforma per la gestione della visibilità online) la quale ha condotto uno studio che ha fornito dati interessanti a proposito del comportamento degli utenti durante la settimana milanese della moda.

Per esempio, analizzando il traffico globale generato proprio attraverso l’hashtag #MFW e facendo una suddivisione per Paesi, SEMrush ha determinato che la Milano Moda Donna è l’evento più atteso non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Russia e in Romania.

Per inciso: che ai cittadini russi piaccia mangiare e vestire italiano è cosa alquanto nota, ma scoprire che spendono in Italia più che altrove – e soprattutto in ambito moda – è un’ottima notizia.

In un recente studio, Sberbank, la più grande banca russa, ha calcolato le spese dei russi all’estero in occasione dell’estate appena terminata: in base ai costi affrontati tra coloro che hanno utilizzato le carte di credito, in cima alla classifica c’è proprio l’Italia che lascia indietro persino la Turchia, ovvero la meta di maggior richiamo turistico in assoluto per i connazionali di Vladimir Putin. Tutto ciò nonostante siano arrivati in Turchia quasi quattro volte più turisti, tra i clienti di Sberbank, rispetto all’Italia: non solo, più della metà della somma spesa è stata investita in moda, abiti e calzature.

Ma – così come accennato in principio – ecco arrivare l’attacco al Made in Italy sferrato dal New York Times: in un articolo datato 20 settembre, il quotidiano americano pubblica i risultati di un inchiesta condotta in Puglia, sostenendo che, dietro le creazioni delle griffe italiane, ci sarebbero condizioni di lavoro inaccettabili.

Ma Confindustria Moda non ci sta e rigetta con fermezza le accuse di presunte irregolarità, sottolineando come queste rechino un grave quanto ingiustificato danno in termini di reputazione a una industria che, da sola, dà il maggior contributo alla bilancia commerciale italiana e che dà lavoro a circa 600 mila addetti.

«Il New York Times denuncia una situazione anacronistica per dimensioni ipotizzate – sicuramente residuali e ininfluenti – che le stesse associate da anni combattono con fermezza. Rigorosi e frequenti controlli, verifiche di regolarità retributive e contributive sono attività normalmente svolte, in coerenza con un percorso di sviluppo e sostenibilità che la moda italiana ha voluto intraprendere prima di altri paesi», ha dichiarato in una nota ufficiale Claudio Marenzi, presidente di Confindustria Moda.

Mentre Marenzi per Confindustria e Capasa per Camera Moda difendono con convinzione la reputazione italiana, ecco giungere una seconda notizia: il gruppo americano Michael Kors (a cui fanno capo l’omonimo marchio Michael Kors, Jimmy Choo, Tapestry ex Coach e Tiffany) ha raggiunto un accordo per rilevare il controllo di Versace, la casa di moda fondata nel 1978 da Gianni Versace.

Il gruppo M. Kors si è aggiudicato il 100% del marchio per un valore di 2,1 miliardi di dollari, ovvero circa 1,8 miliardi di euro: secondo le indiscrezioni, alla famiglia Versace andranno quote, per 150 milioni di euro, della nuova realtà che si chiamerà Capri Holdings, mentre Donatella Versace rimarrà «il cuore dell’estetica di Versace e continuerà a guidare la visione creativa della compagnia», come si legge in comunicati ufficiali.

Tra l’altro, proprio Versace ha spopolato su Instagram durante la MFW: la maison della Medusa ha totalizzato 2,1 milioni di interazioni, ha guadagnato oltre 120mila fan sul popolare social network e si è aggiudicata il titolo di most engaging post grazie a una foto che ritrae Kendall Jenner in passerella.

Sarà merito, oltre che della celeberrima modella, anche del ritorno di immagine dovuto ad aver vestito il raper Fedez per il suo matrimonio con l’influencer, imprenditrice ed ex blogger Chiara Ferragni nonché del clamore sollevato dalle voci della cessione al gruppo americano?

A ogni modo, Versace è solo l’ultimo in ordine di tempo dei marchi italiani di lusso ad aver trovato un acquirente fuori dai nostri confini.

Sono nell’orbita della holding Lvmh nomi del calibro di Pucci, Fendi, Bulgari, Loro Piana e le essenze di Acqua di Parma; Kering, l’altra grande holding del lusso mondiale, ha in scuderia Gucci (che dà una notevole spinta al fatturato del gruppo), Bottega Veneta, Brioni, Pomellato.

Valentino è nelle mani del fondo del Qatar Mayhoola, mentre Krizia è in quelle dei cinesi di Marisfrolg e, da quest’anno, il brand di lingerie La Perla è sotto il controllo degli olandesi di Sapinda Holding.

Tra i nomi che restano invece in mani italiane troviamo Tod’s, Moncler, Armani, Prada: la famiglia Missoni è entrata anch’essa in una holding ma ha raggiunto un accordo con una realtà nostrana, ovvero FSI, acronimo di Fondo Strategico Italiano.

L’opinione pubblica così come gli esperti hanno pareri talvolta discordanti: non tutti pensano infatti che in tali cessioni vi sia da riconoscere il segno della decadenza del Made in Italy, minacciato sempre più dai brand stranieri più grandi e globalizzati, e diversi esperti economici parlano piuttosto di «normale mobilità del capitalismo nei sistemi evoluti».

Anche perché – come giustamente precisa qualcuno – avviene anche il contrario ed esistono realtà italiane impegnate in operazioni di crescita con acquisizioni all’estero: l’esempio è quello del gruppo Ermenegildo Zegna, sbarcato negli USA pochi giorni fa con l’acquisizione del marchio Thom Browne.

La moda non cede dunque al pessimismo e – al contrario – i marchi italiani cercano e trovano nuovi sblocchi internazionali oppure siglano accordi trasversali con altri settori di eccellenza del nostro Made in Italy.

Qualche esempio?

Dopo aver firmato le nuove divise Alitalia (come abbiamo raccontato qui) nonché gli abiti per le damigelle al matrimonio di Chiara Ferragni e Fedez, l’italianissima Alberta Ferretti ha disegnato i costumi di scena per la settima edizione del Fashion Gala d’Autunno del New York City Ballet, appena tenuto nella città statunitense: insieme agli stilisti Gareth Pugh e Giles Deacon, la Ferretti è stata scelta per creare i costumi di uno dei tre balletti che hanno composto il programma della serata, ideata e presieduta da Sarah Jessica Parker.

Anche Armata di Mare prende letteralmente il volo e lo fa con Klm: il marchio (di proprietà dell’azienda Facib di Solbiate Olona, Varese, che può contare su 60 anni di storia) ha stretto una partnership esclusiva con la linea aerea olandese. La collaborazione si articola in diversi step a partire dalla realizzazione di una capsule collection in limited edition composta da un impermeabile unisex reversibile e uno zainetto: i prodotti saranno disponibili già da ottobre su Amazon.

A proposito di Tod’s già nominato, c’è da segnalare che Diego Della Valle ha svelato il nuovo capitolo della storia del suo calzaturificio e impero del lusso (che comprende Hogan, Fay, Schiaparelli, Roger Vivier e la squadra di calcio della Fiorentina): si chiama Tod’s Factory e consiste in una serie di dialoghi con vari designer partendo da Alessandro Dell’Acqua. Il prossimo novembre, la casa marchigiana inizierà a vendere la capsule collection di debutto: Alessandro Dell’Acqua x Tod’s è composta da circa 10 capi d’abbigliamento e da una mezza dozzina di calzature.

Durante la sfilata di Antonio Marras del 21 settembre nel’ambito della MFW, è stata invece presentata l’anteprima dell’etichetta ispirata alla collezione e firmata dallo stilista per il marchio Sella&Mosca, in particolare per delle bottiglie di Alghero Torbato Brut in un’edizione limitata. L’azienda di proprietà della holding Terra Moretti ha infatti concluso un accordo con Marras, originario di Alghero esattamente come i vini a marchio Sella&Mosca, per dare vita a una collaborazione caratterizzata dall’appartenenza al territorio e per raccontare l’identità di quella zona della Sardegna: l’Alghero Torbato Brut limited edition anticipa la presentazione delle nuove etichette e dei nuovi vini, prevista per l’inizio del 2019.
Il Made in Italy non resta indietro nemmeno per quando riguarda la sostenibilità, lavorando per un futuro libero da sostanze tossiche.

È ciò per cui lavorano il CID (Consorzio Italiano Implementazione Detox) e Greenpeace che, in chiusura della Milano Fashion Week e dopo i Green Carpet Fashion Awards dedicati proprio alla sostenibilità, hanno annunciato l’impegno in tal senso di importanti realtà manifatturiere italiane che corrispondono ai nomi di Candiani Denim, Toscofilati, Tessilfibre e LTA. Queste aziende si aggiungono al gruppo guidato da Confindustria Toscana Nord che per primo, due anni fa, ha aderito alla campagna Detox lanciata da Greenpeace per l’eliminazione, entro il 2020, di sostanze tossiche dal ciclo di produzione tessile.

Proprio da questa esperienza, è nato il CID che oggi, con i nuovi ingressi, arriva a contare 34 aziende manifatturiere sparse su tutto il territorio nazionale.

Sicuramente, la moda italiana deve affrontare parecchie questioni aperte e, sicuramente, c’è tanto da fare su diversi fronti: con altrettanta sicurezza, però, è possibile affermare che disfattismo, sconfitta e negatività non sono sentimenti rappresentativi di un settore che vuole guardare avanti e che vuole fortemente superare le proprie difficoltà.

Emanuela Pirré
Docente di Accademia del Lusso

La foto di copertina è relativa alla sfilata Versace SS 2019 ed è tratta dalla pagina Facebook del brand.

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