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Il fashion show ‘In_Materia’ e la manipolazione di tessuti e superfici

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Michelangelo Buonarroti è il grande protagonista del Rinascimento italiano nonché uno dei maggiori artisti di sempre: le sue opere sono dimostrazione di un ingegno creativo senza eguali – il David, la Pietà, la Cupola di San Pietro, il ciclo di affreschi nella Cappella Sistina, il Mosè – e chiunque le abbia ammirate dal vivo non può più dimenticarle.

Prendiamo, per esempio, proprio il Mosè: la scultura marmorea creata attorno al 1513-1515 dal geniale quanto irrequieto artista è così imponente – supera i 230 cm – e appare tanto viva da aver sempre attirato ammirazione e stupore: a proposito della sua maestosa barba, Giorgio Vasari (1511-1574, pittore, architetto e storico dell’arte) disse che è scolpita con perfezione e finezza tali da sembrare più «opera di pennello che di scalpello».

Ma l’aneddoto più significativo legato a questa meravigliosa scultura è quello secondo il quale Michelangelo, contemplandola al termine delle ultime rifiniture e stupito egli stesso dal realismo delle sue forme, abbia esclamato «Perché non parli?» percuotendone il ginocchio con il martello che impugnava.

Mi piace chiudere gli occhi e immaginare il volto accigliato del Maestro davanti alla sua stessa creazione: egli era stato tanto eccezionale nel manipolare la materia da stupirsi che quella stessa materia non potesse prendere vita.

Qualcuno – forse – si starà chiedendo perché io abbia chiamato in causa Michelangelo: perché Barbara LG Sordi, direttore didattico di Accademia del Lusso nonché direttore artistico di ‘In_Materia’, il fashion show che ha chiuso l’anno 2017 – 18, ha creato il concept partendo proprio dall’idea michelangiolesca per cui è la materia stessa a ispirare la forma finale della creazione.

Tale idea vale per ogni manipolazione artistica, dalla pittura alla scultura fino ad arrivare alla moda, proprio come racconta la stessa Barbara Sordi.

«L’idea ispiratrice per il tema di ‘In_Materia’ è trovare un collegamento tra la dimensione fisica e quella onirica. È l’espressione migliore che può essere comunicata attraverso il suo modellamento e declinazioni cromatiche. Questo tema ha permesso ai designer di esprimere al meglio la loro creatività, senza lasciare nulla al caso. Ogni cosa ha un ciclo di vita che parte e finisce sempre con la materia.»

Tuto parte e finisce con la materia e ciò conduce in una precisa direzione: la manipolazione dei tessuti.

Manipolare i tessuti significa poter prendere possesso dell’elemento principale che costituisce un capo, che porta alla sua creazione: la materia viene plasmata, come in un processo artistico, lavorata come un marmo o come un colore a olio, per dare vita a modelli che esprimono al meglio la creatività dei diversi artisti.

Barbara ha chiesto agli studenti di andare oltre le convenzioni, di non porsi limiti fisici, di esasperare la propria visione e rappresentazione di spazio. Li ha invitati a intonare un inno totale alla creatività, generata dallo loro menti non ancora contaminate da imposizioni o cliché.

I designer hanno così lavorato per mesi con diversi materiali tra cui tulle, chiffon di seta, organza, taffetà, cotone (leggero come il popeline o strutturato), lino, cady, lana extra fine,  jersey e perfino plastica.

I tessuti sono stati impreziositi e personalizzati con dettagli ispirati al lavoro di alcune importanti figure della moda: i tagli dei capi di Maison Margiela, i tessuti in crêpe usati da Balenciaga, i fili strutturati di Rick Owens, gli strati e i volumi di Simone Rocha, le lavorazioni patchwork di Christopher Kane. Le superfici sono state manipolate e trasformate con tecniche varie, dalle spalmature fino ad arrivare alle bruciature; tattilità e manualità sono state riscoperte tra intrecci, onde, rilievi, strati e nodi.

Lavorando all’insegna di eclettismo e dinamismo, tra interiorità ed esteriorità, abbandonando ogni paura di giocare con i contrasti, cercando un equilibrio tra materiale e immateriale, volumi e leggerezza, artigianalità e tecnologia (inclusa quella 3D), è nata infine la collezione ‘In_Materia’, una collezione stimolante in quanto eterogenea, che alterna capi minimali ed essenziali a capi dalle ricche lavorazioni, realizzati da giovani talenti provenienti da tutto il mondo, studenti di Accademia del Lusso delle sedi di Milano, Roma, Palermo e Belgrado.

Accademia del Lusso ha poi scelto Milano, teatro della sinergia tra gli storici brand del lusso e i nuovi designer, per presentare il fashion show e l’incontro tra materia e forma: l’evento si è tenuto lo scorso 5 giugno presso la Pelota in via Palermo.

Naturalmente, anche la scelta della location è stata tutt’altro che casuale: la Pelota è situata in una delle zone più suggestive e vive di Milano, collocata tra i distretti di Brera, celebre quartiere degli artisti, e Moscova, entrambi luoghi d’ispirazione, di giorno attraverso vari luoghi di creatività e cultura, di notte attraverso la vivace movida.

L’edificio stesso può essere definito eclettico e multifunzionale: è un luogo in cui è possibile immergersi interamente in un mood atemporale, senza farsi distrarre dalla frenesia della vita meneghina.

È un luogo in cui le creazioni dei designer hanno trovato la loro giusta collocazione, catturando ogni sguardo: l’essenzialità della cornice ha accolto il quadro composto dalla materia manipolata, plasmata e reinventata attraverso testa, ingegno, cuore, fantasia, personalità, creatività, manualità.

Se solo quegli abiti potessero anche parlare…

Emanuela Pirré

 

Gli studenti che hanno partecipato al fashion show ‘In_Materia’:

SEBASTIAN CARBONI_MILANO / MANUEL FINO_MILANO / FELICIA AMORUSO_MILANO / OUAFA AMZIL_MILANO / LUCREZIA SGUALDINO_MILANO / SALVATORE SCARDINA_PALERMO / JACOPO FORMENTIN_MILANO / ELISABETTA SORTENI_MILANO / KRISTINA MAROVIC_BELGRADO / GIULIA SPITALERI_PALERMO / TIJANA MILUNOVIĆ_BELGRADO / LORENZO BOERI_MILANO / ILARIA GASPERINI_MILANO / ANNA BERENATO_MILANO / BELINDA HEALY_MILANO / GRETA VIANINI_MILANO / DARIO PRINCIOTTA_PALERMO / ELMIRA RIZZO_PALERMO / ELEONORA CATTELAN_MILANO / ILEANA GRILLO_MILANO / JELENA ZARIC_BELGRADO / IVA KUJUNDZIC_BELGRADO / CHEN YUYE_MILANO / FABIO PORLIOD_MILANO / NICOLE PLATZER_MILANO / CAMILLA GIOLITO_MILANO / CHIARA ERRICA_MILANO / CECILIA MORALES_MILANO / MARCELLA GIORGIS_MILANO / MARTINA ROGORA_MILANO / BRUNO VEIZAJ_MILANO / SIMONA ZARCONE_MILANO / SONIA CIAMPRONE_MILANO / FABRIZIO AGOSTINI_MILANO / CAMILLA PACI_MILANO

Gli Scollamenti Temporali di Giulio Ceppitra arte, moda e lifestyle

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Se è vero che la moda è un linguaggio, è allora altrettanto vero che non può vivere chiusa in se stessa: deve necessariamente relazionarsi con tutte le forme di comunicazione e di creatività, deve ibridarsi e contaminarsi.

Ed è in quest’ottica che alla prestigiosa Triennale di Milano si inaugura la mostra Scollamenti Temporali, un’ampia raccolta di collage realizzati da Giulio Ceppi, architetto e designer milanese: incentrata sulle relazioni impreviste esistenti tra arte, moda, lifestyle e curata da Elisabetta Longari,critica e storica dell’arte contemporanea, la mostra è in grado di riservare non poche sorprese ai visitatori.

Scollamenti Temporali, che apre il prossimo 7 giugno e resterà in calendario fino all’8 luglio, comprende più di 160 collage basati sulla relazione tra opere d’arte del passato e campagne pubblicitarie contemporanee.

È così che accostamenti a prima vista improbabili trovano invece una familiarità inaspettata, dando luogo a un dialogo e a una serie di contrasti, paradossi, provocazioni.

In questi montaggi su carta, Giulio Ceppi ha giocato con due tipi di frammenti: da una parte, ha scelto parti di immagini che riproducono capolavori della storia dell’arte dal Duecento al Moderno; dall’altra, ha utilizzato ritagli di riviste che illustrano campagne pubblicitarie di moda. Il tutto dà vita a relazioni fluide, aperte e imprevedibili.

«Il lavoro del progettista, architetto e designer, consiste sempre più nell’assemblare materiali, segni, codici, linguaggi, trovando ogni volta una nuova e diversa sintesi, originale quanto capace di produrre un senso condivisibile. Il frammento ha un grande valore in questo processo: che sia frammento fisico o intangibile, mnemonico o reale, figurativo o astratto… non importa. Da bambino, avrei voluto essere un archeologo capace di ricostruire un mondo dal frammento, di intuire una vita diversa e lontana nel tempo. Che sia un oggetto, un’immagine, un’architettura: il frammento non è però un dettaglio, ma l’inizio di una possibile storia.»

Così racconta Giulio Ceppi e, nelle tavole in mostra alla Triennale, opera una ricerca attraverso il collage, sperimentando liberamente nuove vie espressive e nuovi linguaggi, rivendicando il diritto alla materia e all’interazione sensoriale con gli oggetti in un mondo ormai sempre più digitale e immateriale.

È infine importante segnalare che, allo scopo di rendere ancora più vivo il dialogo e vivace il confronto, contemporaneamente alla mostra Scollamenti Temporali si svolgeranno, sempre in Triennale, due incontri che hanno l’intento di approfondire il valore delle ibridazioni e delle contaminazioni di genere nella cultura contemporanea.

Invito pertanto i nostri lettori e in particolare gli studenti di Accademia del Lusso a seguire i nostri social per avere i dettagli e l’invito per tali incontri, importanti per tutti coloro che desiderano comprendere la realtà che viviamo e avere gli strumenti per proiettarsi in quella futura.

Emanuela Pirré

 

Scollamenti Temporali

Mostra di collage di Giulio Ceppi a cura di Elisabetta Longari

Dal 7 giugno all’8 luglio, da martedì a domenica, dalle 10.30 alle 20.30

Triennale di Milano, Viale Alemagna 6, Milano (sito http://www.triennale.org/ )

L’opera di Giulio Ceppi verrà analizzata e approfondita grazie ai contributi di noti personaggi del mondo dell’arte, della moda e del giornalismo, raccolti nel catalogo pubblicato da Magonza Editore.

Elisabetta Longari, critica e storica dell’arte contemporanea, si concentrerà sulle matrici storiche del “fare” di Giulio Ceppi, sulla sua particolare modalità di creare un sistema di immagini basato sulla commistione dei linguaggi, mettendo in risalto le implicazioni concettuali della sua operazione.

Mariapia Bobbioni, psicanalista, studiosa di storia della moda e autrice di saggi tra moda e psicanalisi, analizzerà le opere di Ceppi attraverso il corpo-abito e la sua frammentazione.

Antonio Mancinelli, giornalista e scrittore, ama il pensiero laterale e la contaminazione tra diversi settori culturali, si interessa soprattutto agli interstizi tra un’area espressiva e un’altra per costruire e fondare connessioni inedite. Un saggio a sua firma affronterà il lavoro di Ceppi in quanto intellettuale che opera sulla “forma delle forme”.

Simona Segre Reinach, antropologa culturale e studiosa delle forme di espressione e rappresentazione della moda, commenterà l’opera di Giulio Ceppi dal punto di vista della relazione tra moda, arte e consumo.

 

Si ringrazia l’ufficio stampa per l’uso delle immagini.

La foto che mostra Giulio Ceppi al lavoro è di Raimondo Santucci

Scollamenti Temporali collage Giulio Ceppi La Cappella degli Sposi Andrea Mantegna Scollamenti Temporali Nudo Rosa Henri Matisse

The Szechwan Tale, la mostra che grazie a Teatro e Storia unisce Oriente e Occidente

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Viviamo in un mondo sempre più interconnesso ed è importante costruire ponti tra popoli e comunità, è importante cementare le relazioni sociali e culturali, favorendola reciproca conoscenza: è proprio in quest’ottica che si muove FM, Centro per l’Arte Contemporanea di Milano.

Fino al 15 luglio 2018, FM propone infatti la mostra The Szechwan Tale – China, Theater and History  a cura di Marco Scotini, una mostra che racconta un’importante sfaccettatura del contesto culturale cinese, proseguendo la linea di dialogo tra popoli idealmente già tracciata attraverso mostre precedenti, dedicate all’arte dell’Est Europa e all’arte africana.

Tra contaminazioni e scambi e in un continuo dialogo tra Oriente e Occidente nonché tra passato e presente, le opere in mostra fanno sì che The Szechwan Tale possa spaziare dalla pittura alla fotografia, dall’installazione ai video fino ad arrivare ai film/documentari.

Le installazioni invitano il pubblico alla partecipazione attiva, a mascherarsi per diventare essi stessi attori e protagonisti: entrando, ci si trova infatti in una sorta di backstage o guardaroba di abiti tradizionali cinesi da indossare (l’opera Memory Wardrobe, 1968-2017, di Michelangelo Pistoletto), per poi incontrare pezzi di stage vuoti e da assemblare tra loro, su cui poter salire e esibirsi (l’opera TheatricalPieces, 2017, di Céline Condorelli).

Non solo: tutto ciò che è in mostra – dai rari materiali documentali sul teatro dell’opera di Pechino e su Bertolt Brecht passando per le foto dell’Archivio del Piccolo Teatrofino ad arrivare alle molte videoinstallazioni – invitaespressamente i visitatori a immergersi in una serie di storie e di ricerche diverse, delineando un quadro di relazioni tra Oriente e Occidente attraverso i grandi temi del Teatro e della Storia.

La mostra è infatti concepita come se fosse essa stessa un teatro in cui più di trenta di artisti (internazionali, cinesi e sichuanesi) forniscono una decostruzione degli strumenti della macchina teatrale – il pubblico, il sipario, l’attore, i costumi e la scenografia, il testo, la musica – come metafora di altrettanti fenomeni sociali e del loro carattere storico.

Il titolo della mostra non è certo casuale e ha due riferimenti importanti.

Il primo è all’opera teatrale The GoodPerson of Szechwan (L’anima buona del Sezuan) di Bertolt Brecht: scritta dal celeberrimo drammaturgo tedesco a cavallo tra il 1938 ed il 1940, venne messa in scena a Milano al Piccolo Teatro da Strehler nel 1958 in una versione che è rimasta memorabile.

L’opera è considerata una dei capolavori del teatro epico e la regione del Sezuano Szechwancitata nel titolo è un riferimento al Sichuan, una provincia della Cina Sud-occidentale che è molto cara anche al curatore Marco Scotini.

Il secondo riferimento è a un gruppo scultoreo in creta di 114 figure in scala reale ospitato ad Anren, antica città del Sichuan: intitolato Rent Collection Courtyard, risalente al 1964 eispirato alla storia (pare autentica) di ribellione verso un feudatario, è un diorama che ritrae la lotta di classe nelle campagne cinesi prima del 1949, anno della Rivoluzione che portò al potere il Partito Comunista.

Altra figura fondamentale per The Szechwan Tale è Mei Lanfang (1894-1961), uno dei più importanti attori della storia del teatro cinese moderno, divenuto famoso per i suoi ruoli femminili nell’Opera di Pechino.

Non mancano infine i riferimenti all’opera lirica europea, con la presenza del costume del soprano Gina Cigna, indossato negli Anni Trenta per la Turandot di Giacomo Puccini al Teatro alla Scala.

Grazie alla mostra (a ingresso gratuito) e alla sua particolare costruzione, il Centro FM conferma dunque la propria scelta di creare occasioni di dialogo e confronto costruttivo tra popoli.

Emanuela Pirré

 

 

THE SZECHWAN TALE – China, Theatre and History

a cura di Marco Scotini

FM Centro per l’Arte Contemporanea, via Piranesi 10, Milano

12 aprile – 15 luglio 2018

Orari della mostra che è a ingresso gratuito:

– dalmercoledì al venerdì 17.00-22.00

– sabato e domenica 11.00-19.00

Visite guidate e in altri giorni/orari su prenotazione, con possibilità di visitare i Laboratori di restauro di Open Care.

Artisti in mostra: CaoFei, CorneliusCardew, Chen Zhen, Chia-WeiHsu, Céline Condorelli, Peter Friedl, YervantGianikian& Angela Ricci Lucchi, Piero Gilardi, Dan Graham, JorisIvens, JiaZhangke, Joan Jonas, William Kentridge, LinYilin, LiuDing, Mao Tongqiang, RithyPanh, Michelangelo Pistoletto, LislPonger, QiuZhijie, Pedro Reyes, Santiago Sierra, SunXun, MarkoTadić, Ulla von Brandenburg, Clemens von Wedemeyer& Maya Schweizer, WeiMinglun, Yang Yuanyuan, Zhang Huan, Zhuang Hui. Mei Lanfang and the Russian Proletarian Theatre (Research Curator AndrisBrinkmanis).

È stato anche pubblicato il libro The Szechwan Tale, volume di 240 pagine a colori in doppia edizione italiana e inglese, edito da Archive Books di Berlino, con testi di approfondimento sulla mostra e sugli artisti.

 

Si ringrazia l’ufficio stampa del Centro FM per l’uso delle foto

Gli studenti di Accademia visitano l’installazione Melissa + NONE collective: The Brilliant Side of Us

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In occasione del Fuori Salone 2018 gli studenti di Accademia hanno visitato l’installazione Melissa + NONE collective: The Brilliant Side of Us, presentata dal brand Melissa.

Dopo il grande successo dell’installazione FEM.IN.INE Collective del 2017, Melissa conferma anche quest’anno la propria partecipazione al Fuori Salone 2018 in occasione della Milano Design Week, presentando un’istallazione artistica in collaborazione con il collettivo artistico NONE, fondato da Gregorio De Luca Comandini, Mauro Pace e Saverio Villirillo.

Attraverso questa installazione immersiva Melissa ha messo in evidenza la parte più intima di ciascuno di noi, quella che splende della luce più brillante, e quella a cui tutti abbiamo più bisogno di riconnetterci.

La galleria in stile industrial ha ospitato nei due spazi principali un’installazione creata da NONE collective che grazie ad una scenografia riflettente e irregolare generava un paesaggio iridescente, come fosse il centro di una struttura cristallina. Una mesh triangolare di 120 mq interamente rivestita di mylar e composta da 584 aste di legno e 264 nodi.

Il collettivo multidisciplinare Hangar Design Group si è occupato, invece, di firmare la Melissa pop up experience, creata appositamente per il Fuori Salone, dell’ingresso, della terrazza e della facciata esterna della location. Un set caleidoscopico giocato sul contrasto tra i colori accesi e il carattere quasi grezzo della location. Hangar Design Group ha trasformato lo spazio dedicato a Melissa in un laboratorio per scenografie riflettenti, blocchi di colore, luci iridescenti, dove l’immagine dei prodotti si rinnova ogni volta che cambia il punto di vista dello spettatore.

Gli studenti hanno avuto la possibilità di ammirare e immergersi in questa esperienza sensoriale, in cui sapientemente moda e design si mixano e allegramente giocano fradi loro, arricchendo il loro bagaglio culturalee traendo numerosi input creativi da poter applicare come ispirazione per i loro lavori.

 

Nicola Ievola

Louis Vuitton presenta la Collezione Objets Nomades

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Anche quest’anno Louis Vuitton in occasione del Fuorisalone, ha presentato a Milano presso Palazzo Bocconi la sua collezione Objets Nomades.

La collezione Objets Nomades, ideata nel 2012, mantiene viva la tradizione di Louis Vuitton nella creazione di meravigliosi articoli da viaggio.

Alcuni dei più celebri designer del mondo hanno immaginato sorprendenti oggetti ispirati al viaggio, pezzi sofisticati ed unici, realizzati in materiali pregiati e venduti in edizioni limitate.

Durante la Milano Design Week Louis Vuitton ha presentato due nuovi oggetti che sono andati ad arricchire la famiglia dee Objets Nomades: il Ribbon Dance di André Fu e il Diamond Mirror di Marcel Wanders.

Il Ribbon Dance è una seduta da conversazione che rievoca la grazia dei movimenti delle tradizionali danze dei nastri asiatiche. Le due sedute sono collocate in equilibrio tra le curve dei braccioli in legno rivestiti in pelle da Louis Vuitton, la cui forma evoca l’infinito e dona alla seduta un profilo gradevolmente fluido.

Il Diamond Mirror di Marcel Wanders è composto invece da un ottagono centrale e 25 specchi triangolari, che danno vita a delicati e poetici riflessi, grazie ad un design geometrico. La struttura rigida e sfaccettata dello specchio è avvolta da pelle Nomade che mostra l’iconica cucitura a contrasto della Maison.

Sempre quest’anno è stata presentata in anteprima esclusiva anche la collezione Louis Vuitton Les Petits Nomades: oggetti decorativi, innovativi, poetici ed eleganti per la casa, creati da alcuni dei designer degli Objets Nomades, come il vaso Tropicalist dei Fratelli Campana, i Fiori Origami, i vasi e vassoi Rosace in pelle e i cuscini Flower Field di Atelier Oï, l’OverlayBowl di Patricia Urquiola e il Petit Diamond Mirror di Marcel Wanders.

Nicola Ievola

La Triennale ci racconta le Storie del Design Italiano

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Sapevate che il primo museo del design italiano è stato inaugurato presso la Triennale di Milano nel 2007?

Ha preso il nome di Triennale Design Museum ed è un museo “mutante” che, ogni anno per 10 anni, ha cambiato sguardo, prospettiva e allestimento con l’intento di offrire di volta in volta risposte diverse a una medesima domanda di fondo: che cos’è il design italiano?

L’undicesima edizione del Triennale Design Museum racconta proprio la storia del nostro design attraverso una pluralità di storie che concorrono a definirne la complessa natura: si intitola “Storie – Il design italiano” e, inaugurato il 14 aprile, resterà aperto fino al 20 gennaio 2019.

Che cosa si può ammirare?

Possiamo ammirare una variegata e interessante selezione di 180 opere – per la maggior parte provenienti dalla Collezione Permanente del Triennale Design Museum – realizzate tra il 1902 (anno dell’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino, importante evento espositivo dello stile Liberty) e il 1998: l’ultima opera in mostra è infatti una motocicletta Ducati Monster del 1988, anno in cui la Ducati passò di mano e venne introdotto un radicale rinnovamento della gamma. La gamma Monster, presentata nel 1992, viene considerata la capostipite di una categoria che, fino ad allora, aveva avuto poco successo e che, da allora, ha ispirato il design di molte altre moto.

Queste 180 opere sono state individuate come le più rappresentative del design italiano per il loro valore di innovazione tecnico-formale, per l’estetica, per la sperimentazione, per la riconoscibilità e il successo di pubblico: le opere introducono la problematica di quali debbano essere i pezzi imprescindibili esposti in un museo del design e di cosa possa essere considerato una “icona” e, ancora, se questo termine sia realmente efficace quando applicato al contesto del design.

Pezzi e materiali esposti sono organizzati cronologicamente in cinque periodi che sono 1902-1945, 1946-1963, 1964-1972, 1973-1983, 1984-1998: la scelta voluta e ponderata di tenere il 1998 come termine della selezione, lasciando scoperto l’ultimo ventennio, permette di analizzare la disciplina con la giusta distanza critica e temporale ma, allo stesso tempo, intende anche sottolineare il grande cambiamento in corso per quanto riguarda i parametri con i quali giudicare il design. E tale cambiamento, naturalmente, rende difficile esprimersi su un panorama ancora così mutevole.

Vi sono inoltre cinque approfondimenti tematici che sono dedicati a Politica (a cura di Vanni Pasca), Geografia ed Economia (entrambi a cura di Manolo de Giorgi), Tecnologia (a cura di Raimonda Riccini) e Comunicazione (a cura di Maddalena Dalla Mura).

La prima sezione prende il nome di “Il potere e le forme – Quando i designer fanno politica” e si concentra su alcuni momenti fondamentali per lo sviluppo del design italiano, dal1933 al boom economico degli Anni Cinquanta, dal contro-design degli anni Sessanta e Settanta fino alla globalizzazione che inizia a svilupparsi a partire dagli Anni Ottanta: vengono così privilegiate le politiche sviluppate da designer e sistema design rispetto alla politica intesa come prerogativa delle pubbliche istituzioni.

La seconda sezione si intitola “Mappe – Unageografia in movimento”: mette in scena i distretti produttivi disseminati nel nostro Paese e le specificità delle realtà territoriali che costituiscono un unicum per determinate lavorazioni e impiego di materiali.

Le terza sezione si chiama “Borsa Valori – UnCarosello di numeri” e analizza il design italiano attraverso i dati economici a esso correlati: vendite, successi, flop commerciali.

La quarta sezione è “Dal transistor alla Luna – Design e tecnologie”: si concentra sulla capacità di imprese e designer italiani di interpretare le innovazioni nel campo dell’elettronica e della sperimentazione sui materiali per trasformarle in prodotti di qualità, sia per il consumo di massa sia per le alte prestazioni.

E infine chiude il percorso la sezione “Immagini e immaginario, tra fotografia e riviste” che illustra come la storia del design italiano sia anche la storia della costruzione, della proiezione e della moltiplicazione della sua immagine nonché della sua divulgazione attraverso i media: tale storia viene presentata attraverso un percorso fra riviste e fotografia, dagli Anni Cinquanta (quando si definisce la “linea italiana” nell’editoria collegata a design e moda) agli Anni Ottanta, prima della diffusione dell’immagine digitale.

Ma, oltre alla cinque sezioni tematiche, il percorso dil“Storie – Il design italiano” inizia con un’ulteriore riflessione, curiosa e stimolante: curata da Chiara Alessi, tale riflessione è dedicata al presente e prende il nome di “Pay per Design – Il Mercato del Contemporaneo”.

Questo “Mercato”presenta una selezione delle esperienze più interessanti atte a descrivere la multiformità del design italiano contemporaneo: viene messa in scena attraverso una serie di vetrine grazie alle quali i visitatori potranno sperimentare alcune modalità di vendita, acquisto, distribuzione, finanziamento e personalizzazione applicate a progetti di design degli ultimi anni. Processi, sperimentazioni, nuova imprenditorialità e riconversione di esperienze storiche contribuiscono a mostrare e dimostrare un peso d’insieme rilevante, perfino più rilevante rispetto ai singoli autori o prodotti.

Grazie a tutto ciò, visitare il museo è come inoltrarsi in una città, ovvero la metafora scelta dallo studio Calvi Brambilla come guida per il progetto di allestimento, poiché la storia del design italiano è un affastellarsi ininterrotto di sperimentazioni, innovazioni, ripensamenti e – se ci facciamo caso – ricorda proprio il tessuto urbano che ha lo stesso grado di complessità.

Durante la conferenza stampa e la presentazione del nuovo allestimento, Silvana Annichiarico, direttrice del Triennale Design Museum, ha raccontato quello che è stato lo scopo del lavoro suo e di tutto il team che dirige, ovvero costruire un museo che non monumentalizzasse il passato bensì che potesse renderlo vivo: pensando ai 2 milioni di visitatori dal 2007 a oggi e visitando “Storie”, si può affermare che questa sia una missione decisamente riuscita.

Emanuela Pirré

 

Storie.Il design italiano

14 aprile 2018 – 20gennaio 2019

Ingresso intero: 9 Euro

Biglietto unico Triennale Design Museum + mostre: 12 Euro

Orari: martedì – domenica, 10.30 – 20.30

Triennale Design Museum

Viale Alemagna 6, Milano

http://www.triennale.org/

Si ringrazia Triennale Design Museum per l’uso delle foto che sono tutte di Gianluca Di Ioia©

 

Omaggio a Hubert de Givenchy, genio e gentiluomo

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Quando manca un couturier del calibro di Hubert de Givenchy, in chi ama follemente la moda non può che prevalere un sentimento: la sensazione di sentirsi un po’ orfano.

Sabato 10 marzo, si è spento uno dei più grandi creatori di tutto il Novecento: Hubert James Marcel Taffin de Givenchy, aristocratico di nascita ma soprattutto di modi, classe 1927, è stato il fondatore nel 1952 della nota e prestigiosa casa di moda che porta il suo nome, Givenchy.

All’epoca, Monsieur – com’era chiamato da tutti – aveva solo 25 anni: con lui, oggi, scompare uno degli ultimi testimoni dell’epoca d’oro della Haute Couture francese; scompare un autentico gentiluomo che ha vestito donne bellissime e che sono state eleganti anche grazie a lui.

Il fatto che sia morto nel sonno, a 91 anni e dopo averci lasciato creazioni indimenticabili, non dà certo consolazione né sana quel senso di solitudine e di perdita irrimediabile sebbene, già nel 1988, il couturier avesse venduto la sua maison alla holding francese LVMH continuando a firmare le collezioni fino al 1995, anno del suo definitivo ritiro.

Hubert de Givenchy aveva dunque saputo farsi da parte, senza clamore e con estrema classe ed eleganza, provato – si dice – da un dolore immenso: due anni prima, nel 1993, precisamente il 20 gennaio, era scomparsa Audrey Hepburn, sua musa e amica per quaranta lunghissimi anni.

Chi non ricorda il raffinatissimo tubino nero creato da Givenchy, indossato dalla Hepburn in Colazione da Tiffany nel 1961 e così consegnato all’eternità per mano di entrambi?

Quello tra il couturier e l’attrice è stato un rapporto straordinariamente intenso: ecco perché molti esperti di moda e costume sostengono che la scomparsa della Hepburn sia stata per lui una sorta di punto di non ritorno.

Monsieur aveva iniziato la carriera nel mondo della moda contro il volere della famiglia, lavorando per grandissimi nomi quali LucieneLelong, Robert Piguet, Jacques Fath, Elsa Schiapparelli.

Fin dal debutto, era riuscito a segnare lo stile di un’epoca: la collezione presentata nel 1952 portava un nome evocativo, Les Séparables, poiché nasceva dall’idea che gonne e bluse che la componevano potessero essere mixate liberamente tra loro. Considerando l’epoca, era un’idea straordinariamente all’avanguardia.

È stata altrettanto straordinaria l’idea della celeberrima Blusa Bettina, con il corpetto stretto e le maniche ampissime, creata sempre nel 1952 in omaggio a Bettina Graziani, l’indossatrice preferita di Givenchy.

Grazie a quelle sue intuizioni, insieme a Cristóbal Balenciaga (che nel 1937 aveva iniziato a proporre le sue sublimi creazioni sartoriali) e a Christian Dior (che nel 1947 aveva lanciato la linea New Look come ho raccontato in un altro articolo per ADL Maghttp://www.adlmag.it/2017/11/14/christian-dior-lo-stilista-del-sogno/), Hubert de Givenchy ha formato un’incredibile triade che, tra gli Anni Trenta e i Cinquanta, ha segnato indelebilmente il corso della moda con proposte che, tuttora, vengono citate, rivisitate, emulate.

Balenciagaera stato tra l’altro mentore di Givenchy e, anche in questo caso, a legarli è stato un rapporto di amicizia durato fino al 1972, anno della scomparsa dello stesso Balenciaga: sono stati tanto amici che, nel 1956,avevano persino sfilato insieme a New York.

Tra le sue clienti, Monsieurha annoverato donne come Jacqueline Kennedy, l’imperatrice Farah Pahlavi, Marella Agnelli, la principessa Grace, Wallis Simpson duchessa di Windsor; oltre a Audrey Hepburn, ha vestito le attrici Marlene Dietrich, Greta Garbo, Lauren Bacall, Jeanne Moreau e Ingrid Bergman.

E dire che l’immenso amore professionale tra Hubert de Givenchy e Audrey Hepburnera iniziato quasi per caso e quando lei non era ancora l’icona che è poi diventata.

Il loro incontro casuale è divenuto mitico non solo negli annali della storia della moda: era il 1953, l’anno dopo il debutto di Givenchy in passerella e l’anno in cui Audrey aveva interpretato il film Vacanze Romane per il quale vince poi l’Oscar nel 1954.

Il couturier aveva capito di dover incontrare Katherine Hepburn e si era invece ritrovato al cospetto non della nota diva, ma di Audrey la quale gli chiese di creare il suo guardaroba per il nuovo film: lui non aveva tempo a causa delle imminenti sfilate parigine, eppure il fascino dell’attrice lo conquistò e Monsieur, infine, si arrese.

Il film in questione era Sabrina e l’abito da sera biancoindossato dalla Hepburn per la scena del ballo, ricamato e con strascico, ha inaugurato il lungo sodalizio professionale e affettivo tra Givenchy e la Hepburn, continuato poi da Arianna, Funny Face, Colazione da Tiffany, Sciarada, Insieme a Parigi e Come rubare un milione di dollari:nel 2006, il tubino nero di Colazione da Tiffanyè andato all’astaincassando oltre 467.000 sterline.

Altre creazioni importanti di Hubert de Givenchy sono state l’abito a sacchetto nonché i mantelli dai colli ampi e avvolgenti, così come gli abiti a palloncino con bustino.

Dopo di lui, alla direzione creativa dalla maison Givenchy, si sono alternati stilisti quali John Galliano, Alexander McQueen, Julien MacDonald, OzwaldBoateng (per la linea uomo), Riccardo Tisci: da maggio 2017, alla guida della griffe è arrivata una donna, Clare Waight Keller.

All’annuncio della scomparsa di Monsieur, è stata proprio la Keller a rilasciare un commento che rende il giusto omaggio al fondatore di una maison ormai entrata nel mito.

«Sono profondamente rattristata per la scomparsa di uno dei più grandi uomini e artisti che abbia mai avuto l’onore di conoscere. Non è stato solamente una delle figure più influenti nel mondo della moda, capace tuttora di influenzare con il suo stile quello del vestire delle donne contemporanee, ma anche uno degli uomini più seducenti e favolosi mai incontrati.»

Come scrivevo in principio, ci mancherà lo stilista ma anche il gentiluomo.

Emanuela Pirré

 

Il ritratto di Hubert de Givenchy è tratto dalla pagina Facebook della maison, https://www.facebook.com/Givenchy/

Frida Kahlo, l’icona che ispira tutti, dall’arte alla moda

in Lifestyle by

Tra le icone del Novecento, trova un posto sicuro Frida Kahlo, pittrice messicana diventata immortale per le sue opere e anche per l’aspetto fortemente identificativo e riconoscibile.

E proprio Frida è la protagonista, in questo anno 2018, di due mostre importanti che affrontano il suo mito in maniere diverse ed entrambe interessanti: la prima è ospitata al Mudec di Milano, si intitola Frida Kahlo – Oltre il mito ed è aperta fino al 3 giugno 2018.

La mostra è frutto di sei anni di studi e ricerche: si pone l’obiettivo di delineare una nuova chiave di lettura attorno alla figura della pittrice, presentando inediti e sorprendenti materiali d’archivio.

Riunisce infatti in un’unica sede espositiva – per la prima volta in Italia e dopo quindici anni dall’ultima a livello mondiale – tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, le due più importanti e ampie collezioni di Frida Kahlo al mondo, con la partecipazione di autorevoli musei internazionali che hanno prestato alcuni capolavori mai visti nel nostro Paese.

Diego Sileo, il curatore della mostra, ha voluto fare un lavoro diverso: a suo avviso, molti eventi su Frida si sono limitati ad analizzare, con una certa morbosità, i suoi oscuri traumi familiari, la sua tormentata relazione con il marito Diego Rivera, il suo desiderio frustrato di essere madre, la sua tragica lotta contro la malattia.

Frida Kahlo – Oltre il mito si pone invece l’obiettivo di superare tale visione, dimostrando che per un’analisi seria e approfondita è necessario spingersi al di là degli angusti limiti di una biografia anche troppo abusata.

Dal 16 giugno al 4 novembre, il Victoria and Albert Museum di Londra ospiterà invece Frida Kahlo – MakingHer Self Up, un’esposizione basata su una straordinaria collezione di manufatti e abiti appartenuti all’artista, conservati per 50 anni negli armadi della sua Casa Azul ed esposti per la prima volta fuori dal Messico.

Dopo la morte di Frida, il marito Diego sigillò tutti i suoi beni all’interno del loro appartamento a Città del Messico dove sarebbero dovuti rimanere, secondo le volontà dell’uomo, per alcuni anni: mezzo secolo dopo, precisamente nel 2004 (Frida è scomparsa nel 1954), gli oggetti della pittrice sono stati finalmente catalogati ed esposti.

L’artista messicana continua però a influenzare l’immaginario collettivo non solo attraverso le mostre delle sue opere, ma anche grazie al cinema, alla musica, ai fumetti e alla moda.

Il suo personaggio affascinante ha stregato gli artisti del suo tempo e anche attrici e cantanti dei nostri giorni, tra le quali Madonna, Beyoncé, Salma Hayek (che ha interpretato la pittricein un film), FKA twigs.

Dopo aver dedicato un volume a Tamara de Lempicka, pittrice polacca appartenente alla corrente Art Déco, la fumettista italiana Vanna Vinci ha studiato a lungo anche l’artista messicana: è nata così una graphic novel che si intitola Frida – Operetta amorale a fumetti.

Le ampie e lunghe gonne a ruota, i maxi scialli, i gioielli fatti a mano in stile pre-colombiano, i capelli raccolti in trecce decorate da corone di coloratissimi fiori, le sopracciglia marcate, le labbra dipinte con tinte intense: tutti questi elementi propri del codice estetico di Frida sono stati ripresi da tanti stilisti e riproposti in varie collezioni, stagione dopo stagione.

Nel 1998, è stato Jean Paul Gaultiera proporre una sfilata alla quale hanno preso parte anche Naomi Campbell e Linda Evangelista (con tanto di mono-sopracciglio!) in un vero e proprio tributo allo stile di Frida.

Qualche anno dopo, precisamente nel 2004, Veronica Etro ha presentato una collezione intitolata Sud: i riferimenti sono stati il Messico, Frida Kahlo e la charreria o charreada, un evento simile al rodeo.

L’autunno / inverno 2005-2006 è stato invece il momento in cui Clements Ribeiro ha realizzato alcuni look con dettagli che riportavano alla mente l’artista, dai fiori che decoravano gli abiti fino alle pettinature realizzate sulle modelle.

Prima dell’arrivo di Jeremy Scotte e sotto la guida di Rossella Jardini, per la collezione primavera / estate 2012, la maison Moschino ha reinterpretato l’immagine iconica di Frida proponendo alcuni look nei quali sono stati però accorciati gli abiti pur mantenendo le trecce e i fiori tra i capelli.

Per la primavera / estate 2013, è stata la volta della stilista Lena Hoschek e l’anno dopo è toccato ad Alberta Ferretti: per la primavera / estate 2015, si sono lasciati ispirare da Frida anche Dolce & Gabbana (in una versione decisamente opulenta, con tanto di corona) e Valentino.

Frida ha ispirato perfino una bambola: Mattel, l’azienda produttrice di Barbie, ha lanciato recentemente una nuova serie della bambolina più famosa del mondo ispirandosi a 17 donne famose. Tra eroine della storia di tutti i tempi, artiste, cineaste, scienziate, ballerine, atlete, imprenditrici, figura anche Frida, anche se la famiglia della pittrice pare non aver apprezzato l’omaggio.

Il fascino della pittrice è magnetico, lampante per molti quanto inspiegabile per altri: che si appartenga all’una o all’altra corrente di pensiero, resta innegabile il fatto che la conformazione visiva di Frida mantiene un potere enorme.

Frida è stata una pittrice eccezionale, unica e inimitabile, e ha anche saputo usare sé stessa e l’abbigliamento, perfettamente conscia dell’enorme impatto della sua immagine, dimostrandosi una grande comunicatrice che continuerà a essere ricordata.

Emanuela Pirré

Le foto sono tratte dall’account Twitter ufficiale dedicato all’artista ( https://twitter.com/Frida ) e fanno parte dell’Archivio Isolda P. Kahlo, México

L’account ufficiale  su Instagram https://www.instagram.com/fridakahlo/?hl=it

 Oltre il Mito al Mudec a Milano: http://www.mudec.it/ita/frida/

 MakingHer Self Up al V&A a Londra: https://www.vam.ac.uk/exhibitions/frida-kahlo-making-her-self-up

Accademia del lusso in visita la sede di Vogue Italia

in News ADL by

Lunedì 26 marzo 2018 gli studenti dell’Accademia del lusso hanno visitato la sede di Vogue Italia situata in Piazzale Cadorna 5 a Milano.

Alle pareti di Vogue tante foto glamour di Steven Meiselche per venticinque anni fece le copertine di Vogue Italia.

Carlo Ducci ha incontrato per ben più di due ore gli studenti di Fashion Styling, Master Fashion Brand Management e Master Fashion Communication.

Carlo Ducci è stato chiamato in Italia nel 1987 da Franca Sozzani per entrare nella squadra di Vogue Italia, ricoprendo finora il ruolo di caporedattore attualità.

Ha partecipato a molte mostre ed eventi concepiti negli anni da Vogue Italia e ha seguito varie associazioni di beneficenza (Breast Health International di Filadelfia e il ghanese OrphanAid of Africa) e noti brand internazionali del lusso.

Vogue Italia è considerata la più innovativa e prestigiosa di tutte le riviste di moda Condé Nast. Carlo Ducci ha curato un contenuto che spazia dall’arte, musica, beneficenza, teatro dandogli una posizione privilegiata per esplorare la società e influenzare i cambiamenti culturali.

Nel suo lavoro, mantenere un approccio giornalistico alla vita è essenziale per osservare con curiosità tutti i fenomeni sociologici, culturali, economici einterpretarli.

Vogue Italia nasce dall’acquisto nel 1962 della rivista italiana Novità dall’americana Condé Nast di Samuel Irving Newhouse. Novità era destinato ad un pubblico d’élite e trattava di stile, arredamento e moda. La nuova proprietà ribattezza la testata Vogue & Novità, nel novembre 1965, per poi diventare definitivamente Vogue nel giugno 1966.

Vogue Italia ha diffuso lo stile del Made in Italy nel mondo.

Carlo Ducci ha parlato della grande influenza di Carla Sozzani sull’estetica e il ruolo di Vogue quando nel luglio 1988 è stata nominata direttrice. Ha accentuato lo stile sofisticato del giornale, rendendolo sempre più attento alle varie tendenze e parlando a un pubblico più giovane.

La moda non ha leggi né regole, ma è stata Franca Sozzani e la sua creatività e sensibilità a dettarle negli ultimi decenni.Ha reso Vogue la migliore rivista di moda al mondo, nonché la meno influenzata dalle industrie del settore e per la prima volta il nome di un giornale è diventato un brand, dando nascita a nuove collaborazioni al di fuori del mondo dell’editoria.

È rimasta per quasi 30 anni direttrice di Vogue Italia fino alla sua morte nel dicembre 2016. Emanuele Farneti è stato nominato suo successore, dando a sua volta una nuova personalità alla rivista e che vuole portare Vogue a una tradizione di alto livello non solo visivo ma anche di scrittura.

Carlo Ducci ha spiegato il modello di sviluppo del marchio Vogue e del posizionamentopiù esclusivo e taste makerdi Vogue Italia, diverso da atri paesi.

Vogue è stato fondato nel 1892 a New York. Vogue Uk, Francia, Italia sono nello stesso gruppo. Le altre edizioni di Australia, India, Brasile, Spagna, Corea del Sud, Taiwan, Russia, Giappone, Messico, Portogallo, Cina, Turchia, Olanda, Tailandia, Ucraina, Arabia e Polonia sono state sviluppate sul modello del franchising.

L’incontro è stato illustrativo, motivazionale, partecipativo. Ha dato consigli agli studenti come quelli di puntare alla qualità, essere sé stessi e dare spazio alla propria liberta creativa.

Chloe Payer
fonte foto: vogue.it

Gli studenti ti Accademia del Lusso prendono parte alla #MFW

in Eventi by

Dal 20 al 26 Febbraio 2018 si è svolta  a Milano la Milano Fashion Week, l’evento più prestigioso organizzato da Camera Nazionale della Moda Italiana, che ha visto la presentazione delle collezioni donna per il prossimo autunno-inverno 2018/19.

Un calendario davvero ricco di eventi e appuntamenti che ha visto la partecipazione della stampa e degli influencer internazionali.

Un calendario ricco anche di anniversari speciali: da quello di Camera Nazionale della Moda Italiana che festeggia quest’anno 60 anni, e lo fa promuovendo i nuovi talenti e rendendo omaggio ai Designer  che hanno fatto la storia della moda.

Gli emergenti hanno presentato le loro collezioni nel nuovo Fashion Hub, mentre i grandi nomi della moda sono stati celebrati con la mostra Italiana. L’Italia vista dalla moda 1971-2001, a cura di Maria Luisa Frisa e Stefano Tonchi.

Ed ancora i 40 anni della Maison Versace e i 60 di Mila Schön, che ha festeggiato l’anniversario con un esclusivo party a Palazzo Clerici.

Durante questi giorni gli studenti di Accademia del Lusso hanno avuto la possibilità di assistere alle presentazioni delle collezioni e di prendere parte a cocktail e party esclusivi, come ad esempioa quello organizzato da Monclerche con un grande evento presso il Palazzo delle Scintille ha presentato Moncler Genius, il progetto che, come ha annunciato Remo Ruffini, presidente e Ceo del brand, sarà un hub unico nel suo genere.

8 creativi per 8 linnee, ogni creativo si occuperà di una linea specifica del brand e le collezioni saranno presentate mensilmente.

A molti degli studenti è stata data la possibilità di lavorare come supporto backstage per importanti sfilate da Anna Kiki, a Ultra Chic, a Grinko fino a Tommy Hilfiger, che ha scelto Milano per la nuova tappa del suo #TOMMYNOW.

Come di consueto, il brand ha sfilato secondo la filosofia seenow, buynow, secondo la quale i  clienti possono acquistare tutti i capi e gli accessori visti in passerella a partire dall’inizio dello spettacolo.

Nicola Ievola

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