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Annunciata la nuova collaborazione tra Accademia del Lusso e Pambianco Communication

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Dal 1977 Pambianco assiste le società della Moda, del Lusso, del Beauty e del Design nella creazione dell’immagine della propria Azienda. Accompagna queste realtà nelle scelte più delicate, partendo dall’interpretazione delle nuove esigenze dei mercati, passando per la verifica delle strategie, del posizionamento competitivo, delle politiche e delle strutture organizzative, seguendo i cambiamenti di cultura e di gestione delle aziende e pianificando tempi e modi di attuazione dei progetti di sviluppo.

Per questo motivo Accademia del Lusso – una delle più importanti scuole di moda e design nel panorama nazionale – è lieta di annunciare una nuova collaborazione con Pambianco Communication, divisione del gruppo Pambianco.

Come fine ultimo l’incremento ulteriore della brand awareness di Accademia del Lusso sia tra gli studenti che fra le Maison di Moda. In maniera particolare l’obiettivo principale sarà quello di comunicare al meglio l’alta specificità di una realtà, che dal 2005, offrendo diversi livelli di formazione, sia in italiano che in inglese, come corsi Post Diploma triennali, corsi Master annuali e corsi Professionali intensivi, si è posta da subito come leader di questo settore.

Su Libero quotidiano, Pietro Luigi Polidori parla di Accademia del Lusso

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Settimana scorsa a Parigi ha sfilato il meglio del lusso e della creatività della moda mondiale: da Christian Dior a Chanel, da Giambattista Valli a Valentino, fino a Giorgio Armani Prive. Ma dove nascono i nuovi talenti, gli stilisti capaci di rivoluzionare le tradizioni e reinterpretare gli archivi dei grandi maestri?

Questa la domanda che si è posta Francesca Carollo, nell’articolo pubblicato su Libero Quotidiano il 5 luglio 2018. E dopo una breve panoramica delle numerose scuole di moda in Italia e nel mondo, passando da Londra, New York, Roma e Firenze, la giornalista si è soffermata con particolare interesse su Accademia del Lusso, riconoscendole il merito di essere, fin dal 2005, il luogo di incontro tra le esigenze del mercato del lavoro e le aspirazioni dei giovani che scelgono di intraprendere una carriera in questo bellissimo e complesso ramo.

«Accademia del Lusso in questo settore si posiziona come scuola esclusiva, i nostri corsi sono aggiornati ogni anno per creare competenze sempre in linea con quello che il mercato della moda richiede ai giovani. Abbiamo circa l’85% dei nostri (ex studenti) alunni che lavorano presso case di moda o che hanno creato dei loro brand e stanno lanciando adesso le loro prime collezioni. Il concept della nostra scuola è quello di essere a contatto con ogni studente, le nostre classi non superano i 12 studenti, con questa metodologia didattica riusciamo a far crescere il talento di ogni studente e carpirne le potenzialità. Si va verso un’educazione personalizzata anche sulla moda, ognuno di noi è diverso sia come background che come metodo di apprendimento e talento personale», le ha spiegato Pietro Luigi Polidori, Ceo di Accademia del Lusso.

«Per il futuro abbiamo il progetto a breve di aprire una nuova sede in Italia al fine di offrire un’altra location per apprendere, sicuramente sarà di massimo prestigio ed esclusiva come lo è già via Montenapoleone a Milano. Per quanto riguarda i corsi vogliamo sempre più esperienze dirette e pratiche con aziende del lusso oltre ai contenuti teorici necessari», ha concluso Polidori.

Carollo ha anche sottolineato meraviglia e interesse per i 47 talenti provenienti da Accademia del Lusso, autori dei capi che da poco hanno sfilato a Milano, esprimendo al meglio l’unione tra materia e forma. Un risultato ottenuto in mesi di lavoro coi materiali più diversi e impreziosendoli con dettagli ispirati ai capi e agli stili dei grandi maestri della moda.

Alberta Ferretti per Alitalia, il Made in Italy… prende il volo, letteralmente

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Alberta Ferretti è stata incaricata di disegnare le nuove divise Alitalia: così si leggeva in una nota ufficiale della compagnia aerea dello scorso novembre.

Proprio in quei giorni, infatti, la celebre stilista aveva accettato di collaborare al restyling dell’immagine di Alitalia, garantendo a tutto il personale, di volo e di terra, comfort, praticità, benessere e qualità in ogni occasione lavorativa e in tutte le stagioni.

Il compito preso in carico da Alberta Ferretti è importante: le divise indossate dal personale di volo della compagnia di bandiera rappresentano un ottimo modo di far prendere il volo – letteralmente! – al Made in Italy, veicolando in maniera estremamente concreta i concetti chiave che caratterizzano la nostra idea di moda, proprio come ha affermato la stilista stessa nella sua dichiarazione ufficiale.

«Alitalia è un simbolo iconico e istituzionale del nostro Paese. Per questo ho subito accettato con entusiasmo la proposta di disegnare le nuove divise della compagnia. Mi piace l’idea di portare la creatività, l’eleganza e la qualità del nostro Paese nel mondo.»

D’altro canto, divise e uniformi esercitano da sempre un certo fascino ed entrano a pieno titolo nell’immaginario comune quando si pensa a bellezza, eleganza e anche autorevolezza.

Il rapporto tra moda, stilisti, uniformi e italianità è stato per esempio recentemente portato avanti da marchi prestigiosi come Luisa Spagnoli in ambito istituzionale e da stilisti del calibro di Giorgio Armani in ambito sportivo.

Nicoletta Spagnoli, Cavaliere del Lavoro nonché Presidente e Amministratore Delegato della maison che quest’anno celebra l’anniversario dei 90 anni, ha annunciato lo scorso marzo di aver realizzato le divise per le staffiere del Quirinale, una serie di tailleur tinta unita nei colori rosso e blu.

EA7 Emporio Armani è stato invece official outfitter della squadra Olimpica e Paralimpica italiana per i Giochi Invernali di Pyeongchang 2018, rinnovando così la collaborazione avviata in occasione dei Giochi di Londra 2012 e proseguita con l’edizione invernale di Sochi 2014 e dei Giochi di Rio del 2016.

Tornando ad Alitalia, la storia degli stilisti che ne hanno disegnato le uniformi è alquanto ricca: le prime furono le mitiche Sorelle Fontana nell’ormai lontano 1950.

La loro scelta fu quella di offrire sobrietà ed eleganza: per le hostess, fu scelta una giacca a tre bottoni dalla linea aderente e una gonna a tubo che sfiorava il polpaccio.

Dieci anni dopo e precisamente nel 1960, Delia Soldaini Biagiotti – madre di Laura Biagiotti – mantenne la stessa linea elegante sebbene la foggia dei capi cambiò lievemente per permettere maggior movimento alle assistenti di volo: la giacca mantenne i tre bottoni, ma la silhouette fu ammorbidita.

Tita Rossi, nel 1966, progettò una giacca doppiopetto con scollo arrotondato che lasciava vedere la camicia bianca.

Nel 1969, toccò a Mila Schön la quale mirò a dare una superba interpretazione dell’immagine dell’Italia e della compagnia aerea concependo una divisa severa ma, al tempo stesso, estremamente femminile: venne introdotta la giacca verde smeraldo abbinata alla gonna a tubo rossa che si fermava sopra il ginocchio. Gli accessori iniziarono a diventare parte fondamentale della divisa.

Nel 1973, il progetto fu affidato ad Alberto Fabiani: lo stilista romano ritornò a un look austero, declinandolo nelle tonalità calde del giallo.

Due anni dopo, nel 1975, fu Florence Marzotto a rinfrescare l’immagine delle assistenti di volo: il suo completo – giacca con scollo a V, camicetta, gonna plissettata – fu in seguito soppiantato dalla proposta di Renato Balestra che, nel 1986, introdusse il gessato.

Poi, nel 1991, arrivò Giorgio Armani: Re Giorgio, com’è soprannominato da molti per il suo ruolo indiscusso di portabandiera della moda italiana in tutto il mondo, creò ancora una volta un’uniforme rigorosa e austera, come da suo stile.

Successivamente, nel 1998, Alitalia si affidò a Mondrian: foulard a cingere il collo, giacca con spalle squadrate, guanti di pelle, questa divisa è stata utilizzata per ben diciotto anni, fino al passaggio di testimone, in maggio 2016, a Ettore Bilotta.

Le nuove divise firmate Alberta Ferretti e presentate ufficialmente lo scorso 15 giugno a Milano nella splendida cornice dello scalone dell’Arengario di Palazzo Reale in Piazza Duomo, andranno infatti a sostituire quelle disegnate da Ettore Bilotta, divise che – ahimè – sono state molto criticate e che vengono dismesse dopo soli due anni di impiego.

Lo stilista ha un curriculum di tutto rispetto: studi accademici allo IED di Roma e successiva formazione con Lella Curiel e con Lancetti, Bilotta è un designer italiano indipendente che firma già dal 2003 le divise di un’altra compagnia aerea, Etihad.

Eppure, pare che la sua uniforme non sia stata apprezzata dalle stesse hostess, per la linea d’ispirazione retrò (Bilotta si era ispirato al glamour della moda degli Anni Cinquanta e Sessanta) e per il tessuto.

Il colore dominante delle sue divise è stato il rosso, simbolo della passione italiana, insieme al verde, in rappresentanza dei paesaggi e delle ricchezze culturali e storiche del nostro Paese: tra le scelte più criticate figura proprio quella delle calze, verdi, scelta che lo stilista ha sempre strenuamente difeso in nome dell’armonia

A causa del naturale logoramento dei capi, passato un certo periodo di tempo, è necessario procedere al riassortimento delle divise, ha spiegato lo scorso novembre Alitalia, intenzionata a non dare ulteriore adito alle tante polemiche già consumate negli ultimi due anni. E così, in vista della prossima fornitura di magazzino, si è deciso di sostituire l’attuale modello con un nuovo disegno firmato dalla Ferretti, stilista di indiscussa fama mondiale.

Il guardaroba dedicato al personale di terra e di bordo prevede il completo da uomo e l’abito da donna realizzati in fresco di lana color blu, un tessuto no season dalla mano sottile e traspirante, in grado di assicurare comfort e libertà di movimento durante il volo e le varie attività in aeroporto. I capi sono personalizzati con bottoni incisi con l’iniziale A di Alitalia in oro satinato e il punto vita della giacca da donna è segnato con un nastro in gros-grain logato con i colori del Tricolore.

È stato eliminato il cappellino e i capispalla consistono in un impermeabile maschile e uno femminile in cotone e nylon waterproof, rifiniti internamente con un’imbottitura rimovibile leggermente trapuntata.

Il look include infine camicie in popeline di cotone con taschino, foulard e cravatte coordinate in twill di seta, guanti in pelle e maglieria in pura lana. Per il servizio di bordo sono stati disegnati un gilet e un abito-grembiule in tessuto jacquard anche in questo caso logato Alitalia.

A completare il lavoro della Ferretti c’è anche una capsule collection see now buy now destinata al grande pubblico e fatta di T-shirt e felpe con il logo del vettore aereo: c’è da scommettere che i capi andranno a ruba, complice anche il fatto che siano stati immediatamente scelti da alcuni influencer. Un esempio su tutti è quello della celeberrima Chiara Ferragni.

Polemiche e critiche sono però ancora una volta nell’aria: la decisione della compagnia di cambiare le divise arriva infatti nel pieno di una crisi pesante che ha portato il vettore aereo verso l’amministrazione controllata.

Ma, in realtà, la polemica non ha ragione di esistere: la collaborazione con la casa di moda non comporta alcun esborso finanziario per Alitalia.

Secondo quanto è stato reso noto dall’autorevole agenzia di stampa ANSA, nell’accordo tra Alitalia e Aeffe, il gruppo di Alberta Ferretti, c’è infatti proprio la possibilità, per la stilista, di usare liberamente il logo del marchio per la propria capsule collection, in una moderna visione dalla quale possono trarre beneficio sia Alitalia sia la maison di moda.

Visto il successo delle proposte see now buy now che sembrano il miglior strumento per intercettare il desiderio continuo di novità nell’epoca di Instagram, quella di Alberta Ferretti è sicuramente una scelta intelligente e vincente.

Emanuela Pirré

 

Le immagini provengono dall’account ufficiale Instagram di Alitalia

Fashion begins to Pitti

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La carovana della moda maschile ha invaso in questi giorni le strade di Firenze in occasione della 94esima edizione di Pitti, che si concluderà venerdì 15, quando tutto la carovana si sposterà a Milano per celebrare fino al 19 di giugno Milano Moda Uomo.

Dopo l’athleisure, focus della scorsa edizione con l’iniziativa Athlovers, la manifestazione questa volta punta i riflettori sull’outdoor, a cui dedica I go out, nuovo progetto espositivo di scena alla Sala della Ronda: 30 collezioni, in arrivo da tutto il mondo, con la partecipazione speciale di Reda Active, linea di tessuti high performance.

Il Gruppo Roberto Cavalli sceglie Pitti Uomo 2018 come piattaforma per il lancio worldwide del suo nuovo progetto di moda maschile, con un evento speciale – mercoledì 13 giugno – realizzato nello stile distintivo della maison e dedicato al suo nuovo corso.

Il designer londinese Craig Green presenterà a Firenze la sua collezione S/S 2019 attraverso una sfilata esclusiva, mentre FUMITO GANRYU dopo l’esperienza nel gruppo Comme des Garçons – presenterà in occasione di Pitti Uomo 2018 la sua etichetta indipendente.

Spazio ai nomi emergenti della scena creativa dalla Georgia grazie alla collaborazione di Fondazione Pitti Immagine Discovery con la MERCEDES BENZ FASHION WEEK TBILISI, piattaforma dinamica che punta i riflettori sulle collezioni dei principali fashion designer del Paese e dell’area circostante. In scena allo Spazio Carra in Fortezza, un progetto realizzato grazie anche al supporto di LEPL Enterprise Georgia l’agenzia che fa capo al Ministero dell’Economia georgiano e che favorisce e promuove lo sviluppo economico del paese.

Due importanti anniversari nel calendario di Pitti Uomo: HERNO celebra 70 anni con LIBRARY e Lardini compie 40 anni.

Tra glie eventi speciali in calendario l’inaugurazione due nuove sale nella GUCCI GARDEN GALLERIA, Il progetto MONCLER Genius, Lo showcase di MCM e Il lancio della menswear capsule di COS che con una sfilata, mercoledì 13 giugno, ha presentato “Soma”, una capsule di capi menswear essential basata su comfort ed elevato design.

Un calendario come sempre ricco di eventi e numerose presentazioni che fanno di Pitti Uomo 2018 ancora una volta un contenitore d’eccellenza per le tendenze che interessano la moda uomo.

Foto di http://www.pittimmagine.com

 

Il fashion show ‘In_Materia’ e la manipolazione di tessuti e superfici

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Michelangelo Buonarroti è il grande protagonista del Rinascimento italiano nonché uno dei maggiori artisti di sempre: le sue opere sono dimostrazione di un ingegno creativo senza eguali – il David, la Pietà, la Cupola di San Pietro, il ciclo di affreschi nella Cappella Sistina, il Mosè – e chiunque le abbia ammirate dal vivo non può più dimenticarle.

Prendiamo, per esempio, proprio il Mosè: la scultura marmorea creata attorno al 1513-1515 dal geniale quanto irrequieto artista è così imponente – supera i 230 cm – e appare tanto viva da aver sempre attirato ammirazione e stupore: a proposito della sua maestosa barba, Giorgio Vasari (1511-1574, pittore, architetto e storico dell’arte) disse che è scolpita con perfezione e finezza tali da sembrare più «opera di pennello che di scalpello».

Ma l’aneddoto più significativo legato a questa meravigliosa scultura è quello secondo il quale Michelangelo, contemplandola al termine delle ultime rifiniture e stupito egli stesso dal realismo delle sue forme, abbia esclamato «Perché non parli?» percuotendone il ginocchio con il martello che impugnava.

Mi piace chiudere gli occhi e immaginare il volto accigliato del Maestro davanti alla sua stessa creazione: egli era stato tanto eccezionale nel manipolare la materia da stupirsi che quella stessa materia non potesse prendere vita.

Qualcuno – forse – si starà chiedendo perché io abbia chiamato in causa Michelangelo: perché Barbara LG Sordi, direttore didattico di Accademia del Lusso nonché direttore artistico di ‘In_Materia’, il fashion show che ha chiuso l’anno 2017 – 18, ha creato il concept partendo proprio dall’idea michelangiolesca per cui è la materia stessa a ispirare la forma finale della creazione.

Tale idea vale per ogni manipolazione artistica, dalla pittura alla scultura fino ad arrivare alla moda, proprio come racconta la stessa Barbara Sordi.

«L’idea ispiratrice per il tema di ‘In_Materia’ è trovare un collegamento tra la dimensione fisica e quella onirica. È l’espressione migliore che può essere comunicata attraverso il suo modellamento e declinazioni cromatiche. Questo tema ha permesso ai designer di esprimere al meglio la loro creatività, senza lasciare nulla al caso. Ogni cosa ha un ciclo di vita che parte e finisce sempre con la materia.»

Tuto parte e finisce con la materia e ciò conduce in una precisa direzione: la manipolazione dei tessuti.

Manipolare i tessuti significa poter prendere possesso dell’elemento principale che costituisce un capo, che porta alla sua creazione: la materia viene plasmata, come in un processo artistico, lavorata come un marmo o come un colore a olio, per dare vita a modelli che esprimono al meglio la creatività dei diversi artisti.

Barbara ha chiesto agli studenti di andare oltre le convenzioni, di non porsi limiti fisici, di esasperare la propria visione e rappresentazione di spazio. Li ha invitati a intonare un inno totale alla creatività, generata dallo loro menti non ancora contaminate da imposizioni o cliché.

I designer hanno così lavorato per mesi con diversi materiali tra cui tulle, chiffon di seta, organza, taffetà, cotone (leggero come il popeline o strutturato), lino, cady, lana extra fine,  jersey e perfino plastica.

I tessuti sono stati impreziositi e personalizzati con dettagli ispirati al lavoro di alcune importanti figure della moda: i tagli dei capi di Maison Margiela, i tessuti in crêpe usati da Balenciaga, i fili strutturati di Rick Owens, gli strati e i volumi di Simone Rocha, le lavorazioni patchwork di Christopher Kane. Le superfici sono state manipolate e trasformate con tecniche varie, dalle spalmature fino ad arrivare alle bruciature; tattilità e manualità sono state riscoperte tra intrecci, onde, rilievi, strati e nodi.

Lavorando all’insegna di eclettismo e dinamismo, tra interiorità ed esteriorità, abbandonando ogni paura di giocare con i contrasti, cercando un equilibrio tra materiale e immateriale, volumi e leggerezza, artigianalità e tecnologia (inclusa quella 3D), è nata infine la collezione ‘In_Materia’, una collezione stimolante in quanto eterogenea, che alterna capi minimali ed essenziali a capi dalle ricche lavorazioni, realizzati da giovani talenti provenienti da tutto il mondo, studenti di Accademia del Lusso delle sedi di Milano, Roma, Palermo e Belgrado.

Accademia del Lusso ha poi scelto Milano, teatro della sinergia tra gli storici brand del lusso e i nuovi designer, per presentare il fashion show e l’incontro tra materia e forma: l’evento si è tenuto lo scorso 5 giugno presso la Pelota in via Palermo.

Naturalmente, anche la scelta della location è stata tutt’altro che casuale: la Pelota è situata in una delle zone più suggestive e vive di Milano, collocata tra i distretti di Brera, celebre quartiere degli artisti, e Moscova, entrambi luoghi d’ispirazione, di giorno attraverso vari luoghi di creatività e cultura, di notte attraverso la vivace movida.

L’edificio stesso può essere definito eclettico e multifunzionale: è un luogo in cui è possibile immergersi interamente in un mood atemporale, senza farsi distrarre dalla frenesia della vita meneghina.

È un luogo in cui le creazioni dei designer hanno trovato la loro giusta collocazione, catturando ogni sguardo: l’essenzialità della cornice ha accolto il quadro composto dalla materia manipolata, plasmata e reinventata attraverso testa, ingegno, cuore, fantasia, personalità, creatività, manualità.

Se solo quegli abiti potessero anche parlare…

Emanuela Pirré

 

Gli studenti che hanno partecipato al fashion show ‘In_Materia’:

SEBASTIAN CARBONI_MILANO / MANUEL FINO_MILANO / FELICIA AMORUSO_MILANO / OUAFA AMZIL_MILANO / LUCREZIA SGUALDINO_MILANO / SALVATORE SCARDINA_PALERMO / JACOPO FORMENTIN_MILANO / ELISABETTA SORTENI_MILANO / KRISTINA MAROVIC_BELGRADO / GIULIA SPITALERI_PALERMO / TIJANA MILUNOVIĆ_BELGRADO / LORENZO BOERI_MILANO / ILARIA GASPERINI_MILANO / ANNA BERENATO_MILANO / BELINDA HEALY_MILANO / GRETA VIANINI_MILANO / DARIO PRINCIOTTA_PALERMO / ELMIRA RIZZO_PALERMO / ELEONORA CATTELAN_MILANO / ILEANA GRILLO_MILANO / JELENA ZARIC_BELGRADO / IVA KUJUNDZIC_BELGRADO / CHEN YUYE_MILANO / FABIO PORLIOD_MILANO / NICOLE PLATZER_MILANO / CAMILLA GIOLITO_MILANO / CHIARA ERRICA_MILANO / CECILIA MORALES_MILANO / MARCELLA GIORGIS_MILANO / MARTINA ROGORA_MILANO / BRUNO VEIZAJ_MILANO / SIMONA ZARCONE_MILANO / SONIA CIAMPRONE_MILANO / FABRIZIO AGOSTINI_MILANO / CAMILLA PACI_MILANO

Gli Scollamenti Temporali di Giulio Ceppitra arte, moda e lifestyle

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Se è vero che la moda è un linguaggio, è allora altrettanto vero che non può vivere chiusa in se stessa: deve necessariamente relazionarsi con tutte le forme di comunicazione e di creatività, deve ibridarsi e contaminarsi.

Ed è in quest’ottica che alla prestigiosa Triennale di Milano si inaugura la mostra Scollamenti Temporali, un’ampia raccolta di collage realizzati da Giulio Ceppi, architetto e designer milanese: incentrata sulle relazioni impreviste esistenti tra arte, moda, lifestyle e curata da Elisabetta Longari,critica e storica dell’arte contemporanea, la mostra è in grado di riservare non poche sorprese ai visitatori.

Scollamenti Temporali, che apre il prossimo 7 giugno e resterà in calendario fino all’8 luglio, comprende più di 160 collage basati sulla relazione tra opere d’arte del passato e campagne pubblicitarie contemporanee.

È così che accostamenti a prima vista improbabili trovano invece una familiarità inaspettata, dando luogo a un dialogo e a una serie di contrasti, paradossi, provocazioni.

In questi montaggi su carta, Giulio Ceppi ha giocato con due tipi di frammenti: da una parte, ha scelto parti di immagini che riproducono capolavori della storia dell’arte dal Duecento al Moderno; dall’altra, ha utilizzato ritagli di riviste che illustrano campagne pubblicitarie di moda. Il tutto dà vita a relazioni fluide, aperte e imprevedibili.

«Il lavoro del progettista, architetto e designer, consiste sempre più nell’assemblare materiali, segni, codici, linguaggi, trovando ogni volta una nuova e diversa sintesi, originale quanto capace di produrre un senso condivisibile. Il frammento ha un grande valore in questo processo: che sia frammento fisico o intangibile, mnemonico o reale, figurativo o astratto… non importa. Da bambino, avrei voluto essere un archeologo capace di ricostruire un mondo dal frammento, di intuire una vita diversa e lontana nel tempo. Che sia un oggetto, un’immagine, un’architettura: il frammento non è però un dettaglio, ma l’inizio di una possibile storia.»

Così racconta Giulio Ceppi e, nelle tavole in mostra alla Triennale, opera una ricerca attraverso il collage, sperimentando liberamente nuove vie espressive e nuovi linguaggi, rivendicando il diritto alla materia e all’interazione sensoriale con gli oggetti in un mondo ormai sempre più digitale e immateriale.

È infine importante segnalare che, allo scopo di rendere ancora più vivo il dialogo e vivace il confronto, contemporaneamente alla mostra Scollamenti Temporali si svolgeranno, sempre in Triennale, due incontri che hanno l’intento di approfondire il valore delle ibridazioni e delle contaminazioni di genere nella cultura contemporanea.

Invito pertanto i nostri lettori e in particolare gli studenti di Accademia del Lusso a seguire i nostri social per avere i dettagli e l’invito per tali incontri, importanti per tutti coloro che desiderano comprendere la realtà che viviamo e avere gli strumenti per proiettarsi in quella futura.

Emanuela Pirré

 

Scollamenti Temporali

Mostra di collage di Giulio Ceppi a cura di Elisabetta Longari

Dal 7 giugno all’8 luglio, da martedì a domenica, dalle 10.30 alle 20.30

Triennale di Milano, Viale Alemagna 6, Milano (sito http://www.triennale.org/ )

L’opera di Giulio Ceppi verrà analizzata e approfondita grazie ai contributi di noti personaggi del mondo dell’arte, della moda e del giornalismo, raccolti nel catalogo pubblicato da Magonza Editore.

Elisabetta Longari, critica e storica dell’arte contemporanea, si concentrerà sulle matrici storiche del “fare” di Giulio Ceppi, sulla sua particolare modalità di creare un sistema di immagini basato sulla commistione dei linguaggi, mettendo in risalto le implicazioni concettuali della sua operazione.

Mariapia Bobbioni, psicanalista, studiosa di storia della moda e autrice di saggi tra moda e psicanalisi, analizzerà le opere di Ceppi attraverso il corpo-abito e la sua frammentazione.

Antonio Mancinelli, giornalista e scrittore, ama il pensiero laterale e la contaminazione tra diversi settori culturali, si interessa soprattutto agli interstizi tra un’area espressiva e un’altra per costruire e fondare connessioni inedite. Un saggio a sua firma affronterà il lavoro di Ceppi in quanto intellettuale che opera sulla “forma delle forme”.

Simona Segre Reinach, antropologa culturale e studiosa delle forme di espressione e rappresentazione della moda, commenterà l’opera di Giulio Ceppi dal punto di vista della relazione tra moda, arte e consumo.

 

Si ringrazia l’ufficio stampa per l’uso delle immagini.

La foto che mostra Giulio Ceppi al lavoro è di Raimondo Santucci

Scollamenti Temporali collage Giulio Ceppi La Cappella degli Sposi Andrea Mantegna Scollamenti Temporali Nudo Rosa Henri Matisse

The Szechwan Tale, la mostra che grazie a Teatro e Storia unisce Oriente e Occidente

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Viviamo in un mondo sempre più interconnesso ed è importante costruire ponti tra popoli e comunità, è importante cementare le relazioni sociali e culturali, favorendola reciproca conoscenza: è proprio in quest’ottica che si muove FM, Centro per l’Arte Contemporanea di Milano.

Fino al 15 luglio 2018, FM propone infatti la mostra The Szechwan Tale – China, Theater and History  a cura di Marco Scotini, una mostra che racconta un’importante sfaccettatura del contesto culturale cinese, proseguendo la linea di dialogo tra popoli idealmente già tracciata attraverso mostre precedenti, dedicate all’arte dell’Est Europa e all’arte africana.

Tra contaminazioni e scambi e in un continuo dialogo tra Oriente e Occidente nonché tra passato e presente, le opere in mostra fanno sì che The Szechwan Tale possa spaziare dalla pittura alla fotografia, dall’installazione ai video fino ad arrivare ai film/documentari.

Le installazioni invitano il pubblico alla partecipazione attiva, a mascherarsi per diventare essi stessi attori e protagonisti: entrando, ci si trova infatti in una sorta di backstage o guardaroba di abiti tradizionali cinesi da indossare (l’opera Memory Wardrobe, 1968-2017, di Michelangelo Pistoletto), per poi incontrare pezzi di stage vuoti e da assemblare tra loro, su cui poter salire e esibirsi (l’opera TheatricalPieces, 2017, di Céline Condorelli).

Non solo: tutto ciò che è in mostra – dai rari materiali documentali sul teatro dell’opera di Pechino e su Bertolt Brecht passando per le foto dell’Archivio del Piccolo Teatrofino ad arrivare alle molte videoinstallazioni – invitaespressamente i visitatori a immergersi in una serie di storie e di ricerche diverse, delineando un quadro di relazioni tra Oriente e Occidente attraverso i grandi temi del Teatro e della Storia.

La mostra è infatti concepita come se fosse essa stessa un teatro in cui più di trenta di artisti (internazionali, cinesi e sichuanesi) forniscono una decostruzione degli strumenti della macchina teatrale – il pubblico, il sipario, l’attore, i costumi e la scenografia, il testo, la musica – come metafora di altrettanti fenomeni sociali e del loro carattere storico.

Il titolo della mostra non è certo casuale e ha due riferimenti importanti.

Il primo è all’opera teatrale The GoodPerson of Szechwan (L’anima buona del Sezuan) di Bertolt Brecht: scritta dal celeberrimo drammaturgo tedesco a cavallo tra il 1938 ed il 1940, venne messa in scena a Milano al Piccolo Teatro da Strehler nel 1958 in una versione che è rimasta memorabile.

L’opera è considerata una dei capolavori del teatro epico e la regione del Sezuano Szechwancitata nel titolo è un riferimento al Sichuan, una provincia della Cina Sud-occidentale che è molto cara anche al curatore Marco Scotini.

Il secondo riferimento è a un gruppo scultoreo in creta di 114 figure in scala reale ospitato ad Anren, antica città del Sichuan: intitolato Rent Collection Courtyard, risalente al 1964 eispirato alla storia (pare autentica) di ribellione verso un feudatario, è un diorama che ritrae la lotta di classe nelle campagne cinesi prima del 1949, anno della Rivoluzione che portò al potere il Partito Comunista.

Altra figura fondamentale per The Szechwan Tale è Mei Lanfang (1894-1961), uno dei più importanti attori della storia del teatro cinese moderno, divenuto famoso per i suoi ruoli femminili nell’Opera di Pechino.

Non mancano infine i riferimenti all’opera lirica europea, con la presenza del costume del soprano Gina Cigna, indossato negli Anni Trenta per la Turandot di Giacomo Puccini al Teatro alla Scala.

Grazie alla mostra (a ingresso gratuito) e alla sua particolare costruzione, il Centro FM conferma dunque la propria scelta di creare occasioni di dialogo e confronto costruttivo tra popoli.

Emanuela Pirré

 

 

THE SZECHWAN TALE – China, Theatre and History

a cura di Marco Scotini

FM Centro per l’Arte Contemporanea, via Piranesi 10, Milano

12 aprile – 15 luglio 2018

Orari della mostra che è a ingresso gratuito:

– dalmercoledì al venerdì 17.00-22.00

– sabato e domenica 11.00-19.00

Visite guidate e in altri giorni/orari su prenotazione, con possibilità di visitare i Laboratori di restauro di Open Care.

Artisti in mostra: CaoFei, CorneliusCardew, Chen Zhen, Chia-WeiHsu, Céline Condorelli, Peter Friedl, YervantGianikian& Angela Ricci Lucchi, Piero Gilardi, Dan Graham, JorisIvens, JiaZhangke, Joan Jonas, William Kentridge, LinYilin, LiuDing, Mao Tongqiang, RithyPanh, Michelangelo Pistoletto, LislPonger, QiuZhijie, Pedro Reyes, Santiago Sierra, SunXun, MarkoTadić, Ulla von Brandenburg, Clemens von Wedemeyer& Maya Schweizer, WeiMinglun, Yang Yuanyuan, Zhang Huan, Zhuang Hui. Mei Lanfang and the Russian Proletarian Theatre (Research Curator AndrisBrinkmanis).

È stato anche pubblicato il libro The Szechwan Tale, volume di 240 pagine a colori in doppia edizione italiana e inglese, edito da Archive Books di Berlino, con testi di approfondimento sulla mostra e sugli artisti.

 

Si ringrazia l’ufficio stampa del Centro FM per l’uso delle foto

Gli studenti di Accademia visitano l’installazione Melissa + NONE collective: The Brilliant Side of Us

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In occasione del Fuori Salone 2018 gli studenti di Accademia hanno visitato l’installazione Melissa + NONE collective: The Brilliant Side of Us, presentata dal brand Melissa.

Dopo il grande successo dell’installazione FEM.IN.INE Collective del 2017, Melissa conferma anche quest’anno la propria partecipazione al Fuori Salone 2018 in occasione della Milano Design Week, presentando un’istallazione artistica in collaborazione con il collettivo artistico NONE, fondato da Gregorio De Luca Comandini, Mauro Pace e Saverio Villirillo.

Attraverso questa installazione immersiva Melissa ha messo in evidenza la parte più intima di ciascuno di noi, quella che splende della luce più brillante, e quella a cui tutti abbiamo più bisogno di riconnetterci.

La galleria in stile industrial ha ospitato nei due spazi principali un’installazione creata da NONE collective che grazie ad una scenografia riflettente e irregolare generava un paesaggio iridescente, come fosse il centro di una struttura cristallina. Una mesh triangolare di 120 mq interamente rivestita di mylar e composta da 584 aste di legno e 264 nodi.

Il collettivo multidisciplinare Hangar Design Group si è occupato, invece, di firmare la Melissa pop up experience, creata appositamente per il Fuori Salone, dell’ingresso, della terrazza e della facciata esterna della location. Un set caleidoscopico giocato sul contrasto tra i colori accesi e il carattere quasi grezzo della location. Hangar Design Group ha trasformato lo spazio dedicato a Melissa in un laboratorio per scenografie riflettenti, blocchi di colore, luci iridescenti, dove l’immagine dei prodotti si rinnova ogni volta che cambia il punto di vista dello spettatore.

Gli studenti hanno avuto la possibilità di ammirare e immergersi in questa esperienza sensoriale, in cui sapientemente moda e design si mixano e allegramente giocano fradi loro, arricchendo il loro bagaglio culturalee traendo numerosi input creativi da poter applicare come ispirazione per i loro lavori.

 

Nicola Ievola

Louis Vuitton presenta la Collezione Objets Nomades

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Anche quest’anno Louis Vuitton in occasione del Fuorisalone, ha presentato a Milano presso Palazzo Bocconi la sua collezione Objets Nomades.

La collezione Objets Nomades, ideata nel 2012, mantiene viva la tradizione di Louis Vuitton nella creazione di meravigliosi articoli da viaggio.

Alcuni dei più celebri designer del mondo hanno immaginato sorprendenti oggetti ispirati al viaggio, pezzi sofisticati ed unici, realizzati in materiali pregiati e venduti in edizioni limitate.

Durante la Milano Design Week Louis Vuitton ha presentato due nuovi oggetti che sono andati ad arricchire la famiglia dee Objets Nomades: il Ribbon Dance di André Fu e il Diamond Mirror di Marcel Wanders.

Il Ribbon Dance è una seduta da conversazione che rievoca la grazia dei movimenti delle tradizionali danze dei nastri asiatiche. Le due sedute sono collocate in equilibrio tra le curve dei braccioli in legno rivestiti in pelle da Louis Vuitton, la cui forma evoca l’infinito e dona alla seduta un profilo gradevolmente fluido.

Il Diamond Mirror di Marcel Wanders è composto invece da un ottagono centrale e 25 specchi triangolari, che danno vita a delicati e poetici riflessi, grazie ad un design geometrico. La struttura rigida e sfaccettata dello specchio è avvolta da pelle Nomade che mostra l’iconica cucitura a contrasto della Maison.

Sempre quest’anno è stata presentata in anteprima esclusiva anche la collezione Louis Vuitton Les Petits Nomades: oggetti decorativi, innovativi, poetici ed eleganti per la casa, creati da alcuni dei designer degli Objets Nomades, come il vaso Tropicalist dei Fratelli Campana, i Fiori Origami, i vasi e vassoi Rosace in pelle e i cuscini Flower Field di Atelier Oï, l’OverlayBowl di Patricia Urquiola e il Petit Diamond Mirror di Marcel Wanders.

Nicola Ievola

La Triennale ci racconta le Storie del Design Italiano

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Sapevate che il primo museo del design italiano è stato inaugurato presso la Triennale di Milano nel 2007?

Ha preso il nome di Triennale Design Museum ed è un museo “mutante” che, ogni anno per 10 anni, ha cambiato sguardo, prospettiva e allestimento con l’intento di offrire di volta in volta risposte diverse a una medesima domanda di fondo: che cos’è il design italiano?

L’undicesima edizione del Triennale Design Museum racconta proprio la storia del nostro design attraverso una pluralità di storie che concorrono a definirne la complessa natura: si intitola “Storie – Il design italiano” e, inaugurato il 14 aprile, resterà aperto fino al 20 gennaio 2019.

Che cosa si può ammirare?

Possiamo ammirare una variegata e interessante selezione di 180 opere – per la maggior parte provenienti dalla Collezione Permanente del Triennale Design Museum – realizzate tra il 1902 (anno dell’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino, importante evento espositivo dello stile Liberty) e il 1998: l’ultima opera in mostra è infatti una motocicletta Ducati Monster del 1988, anno in cui la Ducati passò di mano e venne introdotto un radicale rinnovamento della gamma. La gamma Monster, presentata nel 1992, viene considerata la capostipite di una categoria che, fino ad allora, aveva avuto poco successo e che, da allora, ha ispirato il design di molte altre moto.

Queste 180 opere sono state individuate come le più rappresentative del design italiano per il loro valore di innovazione tecnico-formale, per l’estetica, per la sperimentazione, per la riconoscibilità e il successo di pubblico: le opere introducono la problematica di quali debbano essere i pezzi imprescindibili esposti in un museo del design e di cosa possa essere considerato una “icona” e, ancora, se questo termine sia realmente efficace quando applicato al contesto del design.

Pezzi e materiali esposti sono organizzati cronologicamente in cinque periodi che sono 1902-1945, 1946-1963, 1964-1972, 1973-1983, 1984-1998: la scelta voluta e ponderata di tenere il 1998 come termine della selezione, lasciando scoperto l’ultimo ventennio, permette di analizzare la disciplina con la giusta distanza critica e temporale ma, allo stesso tempo, intende anche sottolineare il grande cambiamento in corso per quanto riguarda i parametri con i quali giudicare il design. E tale cambiamento, naturalmente, rende difficile esprimersi su un panorama ancora così mutevole.

Vi sono inoltre cinque approfondimenti tematici che sono dedicati a Politica (a cura di Vanni Pasca), Geografia ed Economia (entrambi a cura di Manolo de Giorgi), Tecnologia (a cura di Raimonda Riccini) e Comunicazione (a cura di Maddalena Dalla Mura).

La prima sezione prende il nome di “Il potere e le forme – Quando i designer fanno politica” e si concentra su alcuni momenti fondamentali per lo sviluppo del design italiano, dal1933 al boom economico degli Anni Cinquanta, dal contro-design degli anni Sessanta e Settanta fino alla globalizzazione che inizia a svilupparsi a partire dagli Anni Ottanta: vengono così privilegiate le politiche sviluppate da designer e sistema design rispetto alla politica intesa come prerogativa delle pubbliche istituzioni.

La seconda sezione si intitola “Mappe – Unageografia in movimento”: mette in scena i distretti produttivi disseminati nel nostro Paese e le specificità delle realtà territoriali che costituiscono un unicum per determinate lavorazioni e impiego di materiali.

Le terza sezione si chiama “Borsa Valori – UnCarosello di numeri” e analizza il design italiano attraverso i dati economici a esso correlati: vendite, successi, flop commerciali.

La quarta sezione è “Dal transistor alla Luna – Design e tecnologie”: si concentra sulla capacità di imprese e designer italiani di interpretare le innovazioni nel campo dell’elettronica e della sperimentazione sui materiali per trasformarle in prodotti di qualità, sia per il consumo di massa sia per le alte prestazioni.

E infine chiude il percorso la sezione “Immagini e immaginario, tra fotografia e riviste” che illustra come la storia del design italiano sia anche la storia della costruzione, della proiezione e della moltiplicazione della sua immagine nonché della sua divulgazione attraverso i media: tale storia viene presentata attraverso un percorso fra riviste e fotografia, dagli Anni Cinquanta (quando si definisce la “linea italiana” nell’editoria collegata a design e moda) agli Anni Ottanta, prima della diffusione dell’immagine digitale.

Ma, oltre alla cinque sezioni tematiche, il percorso dil“Storie – Il design italiano” inizia con un’ulteriore riflessione, curiosa e stimolante: curata da Chiara Alessi, tale riflessione è dedicata al presente e prende il nome di “Pay per Design – Il Mercato del Contemporaneo”.

Questo “Mercato”presenta una selezione delle esperienze più interessanti atte a descrivere la multiformità del design italiano contemporaneo: viene messa in scena attraverso una serie di vetrine grazie alle quali i visitatori potranno sperimentare alcune modalità di vendita, acquisto, distribuzione, finanziamento e personalizzazione applicate a progetti di design degli ultimi anni. Processi, sperimentazioni, nuova imprenditorialità e riconversione di esperienze storiche contribuiscono a mostrare e dimostrare un peso d’insieme rilevante, perfino più rilevante rispetto ai singoli autori o prodotti.

Grazie a tutto ciò, visitare il museo è come inoltrarsi in una città, ovvero la metafora scelta dallo studio Calvi Brambilla come guida per il progetto di allestimento, poiché la storia del design italiano è un affastellarsi ininterrotto di sperimentazioni, innovazioni, ripensamenti e – se ci facciamo caso – ricorda proprio il tessuto urbano che ha lo stesso grado di complessità.

Durante la conferenza stampa e la presentazione del nuovo allestimento, Silvana Annichiarico, direttrice del Triennale Design Museum, ha raccontato quello che è stato lo scopo del lavoro suo e di tutto il team che dirige, ovvero costruire un museo che non monumentalizzasse il passato bensì che potesse renderlo vivo: pensando ai 2 milioni di visitatori dal 2007 a oggi e visitando “Storie”, si può affermare che questa sia una missione decisamente riuscita.

Emanuela Pirré

 

Storie.Il design italiano

14 aprile 2018 – 20gennaio 2019

Ingresso intero: 9 Euro

Biglietto unico Triennale Design Museum + mostre: 12 Euro

Orari: martedì – domenica, 10.30 – 20.30

Triennale Design Museum

Viale Alemagna 6, Milano

http://www.triennale.org/

Si ringrazia Triennale Design Museum per l’uso delle foto che sono tutte di Gianluca Di Ioia©

 

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