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Ultra Violet è Color of the Year 2018 secondo Pantone

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Si chiama Ultra Violet e corrisponde al codice 18-3838: è il colore che il Pantone Color Institute ha scelto per il 2018 e che influenzerà ambiti tra i quali figurano moda e design.

Il Pantone Color Institute offre servizi di consulenza che includono previsioni sulle tendenze e ricerche sulla psicologia del colore: ogni fine dicembre, l’azienda indica la tinta che contraddistinguerà l’anno successivo e così Ultra Violet prende il posto di Greenery, il tono di verde che è stato il colore-simbolo per il 2017.

Ultra Violet

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Color of the Year viene scelto da un team di professionisti in grado di individuare le tendenze cromatiche in svariati settori: quest’anno tocca a Ultra Violet, varietà di viola con una forte predominanza di blu.

Il viola viene spesso associato al soprannaturale, alla spiritualità e al misticismo: per alcune religioni è il colore del lutto, del cordoglio e della penitenza.

È anche alla base di alcune superstizioni: per esempio, il viola è considerato di cattivo auspicio nel mondo dello spettacolo e in particolare a teatro.

Tutto nasce nel Medioevo quando, nei quaranta giorni della Quaresima contraddistinti dai paramenti liturgici di colore viola, tutte le rappresentazioni teatrali venivano vietate: ne derivava un periodo di disagio economico per gli attori che, naturalmente, vivevano di quel guadagno e l’avversione verso il viola rivela in questo caso motivazioni storiche precise.

Il viola è stato il colore delle suffragette, termine con il quale si indicavano le appartenenti ai movimenti nati per ottenere il diritto di voto per le donne (dalla parola suffragio nel suo significato di voto): le suffragette indossavano spesso il viola insieme al bianco, la purezza, e al verde, la speranza.

Il viola è anche simbolo di sperimentazione, controcultura, anticonformismo e genialità artistica.

Viene naturale l’associazione con Prince e con la sua Purple Rain (letteralmente pioggia viola), il brano musicale pubblicato come singolo nel 1984 nonché title track dell’omonimo album: proprio nel 2018, Prince avrebbe compiuto 60 anni ed è bello pensare che la scelta del viola come colore dell’anno possa essere una sorta di omaggio al genio di Minneapolis.

Hillary Clinton scelse il viola per il suo Concession Speech, il discorso di resa tenuto il 9 novembre 2016 a New York in seguito alla sconfitta elettorale contro il repubblicano Donald Trump, attuale presidente degli Stati Uniti d’America.

Per tale discorso, la candidata democratica optò per un completo pantalone firmato Ralph Lauren con revers e blusa di seta declinati in un intenso viola, la stessa sfumatura della cravatta indossata dal marito Bill.

Scelta casuale? Non secondo molti giornalisti e osservatori politici, visto che tale tinta ha significati sociali e culturali: non solo, è anche il colore che si ottiene quando si combinano il blu, tinta della calma, e il rosso, tinta dell’energia, e blu e rosso sono, rispettivamente, i colori che negli Stati Uniti rappresentano democratici e repubblicani.

«La nostra nazione è più profondamente divisa di quanto pensassimo, ma credo ancora nell’America e ci crederò sempre. Se ci credete anche voi, dobbiamo accettare questo risultato e guardare al futuro.»

Così disse la Clinton quel giorno: il viola da lei scelto non simboleggiava dunque né cordoglio né penitenza, bensì una ritrovata voglia di coesione pur partendo da elementi innegabilmente e profondamente differenti. La sua fu un’ottima dimostrazione di coerenza tra linguaggio verbale (le parole pronunciate) e non verbale (gli abiti scelti).

In definitiva, il viola è un colore affascinante e dalle molteplici implicazioni: Leatrice Eiseman, direttore esecutivo del Pantone Color Institute, afferma che potrà «illuminare il percorso verso ciò che deve ancora venire», mettendo in evidenza il fatto che il Colore dell’Anno diventa un riflesso del momento in cui viviamo ed è in grado di rappresentare e raccontare il mondo contemporaneo e i suoi umori.

Moda e design hanno prontamente abbracciato la tendenza: fioccano proposte di abiti e accessori in vibranti toni di viola, nascono oggetti e complementi d’arredo che da soli illuminano una stanza e pennellate di Ultra Violet non mancheranno tra i capelli e nel make-up.

Emanuela Pirré

 

Le foto provengono dal sito Pantone https://www.pantone.com/

Potete trovare altre ispirazioni a proposito del colore Ultra Violet nella pagina Facebook di Pantone https://www.facebook.com/PantoneColor

 

Pitti Uomo Live Now

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Al via la 93° edizione di Pitti Immagine Uomo: l’appuntamento fieristico per eccellenza dedicato alla moda maschile.

Anche quest’anno la Fortezza da Basso a Firenze torna ad ospitare  Pitti Immagine Uomo, l’appuntamento fieristico per eccellenza dedicato alla moda maschile, che giunge alla sua 93°edizione.

Per l’occorrenza questa stagione la Fortezza da Basso si trasforma in un Film Festival, con gli stili delle sue diverse sezioni da interpretare come generi diversi – dai thriller ai film d’avventura, d’azione e sportivi alle spy-stories – e con i padiglioni che diventano sale in cui godersi lo spettacolo. Un progetto con layout e
direzione creativa firmati dal lifestyler Sergio Colantuoni.

“Ogni edizione di Pitti Uomo è sempre un grande film sulla moda maschile – dice Agostino Poletto, direttore generale di Pitti Immagine– che ha per protagonisti marchi, buyers, giornalisti, influencere visitatori da tutto il mondo. Ma questa volta trasformiamo il salone in una rassegna cinematografica: sarà come partecipare a un grande festival di cinema, che racconta in modo unico e coinvolgente le sue sezioni al pubblico internazionale. Ci immergeremo in un animato movietheatredistrict, in cui si annunciano i blockbuster ma anche i film cult e le pellicole indipendenti”. 

Il tema, che caratterizza il salone di questa stagione, è stato lanciato in modo virale attraverso unnuovo digital art project, per la cui realizzazione Pitti Immagine ha richiesto la collaborazione di alcuni tra i più talentuosi video maker del momento. Sono state inoltre lanciate 40Stories – dallo stile grafico, iconico-centrico e scanzonato – ispirate a 40 film famosi, da “Rocky” a “Memorie di una Geisha”, da “Forrest Gump” a “A qualcuno piace caldo”, condivise sugli account di Pitti con l’hashtag#PittiLiveMovie.

Un’edizione, dunque, ricca d’innovazione ma anche di eventi, nuovi arrivi e ritorni, come ad esempio quello di Corneliani che rinnova la sua presenza al salone presentando le collezioni A/I 2018-19 Corneliani e CC Collection Corneliani. Una doppia esposizione per introdurre al pubblico l’universo del brand e il suo stile in continua evoluzione.

Birkenstock con uno spazio espositivo all’interno dell’area degli Archivi 3: ci introdurrà nell’universo stilistico del brand attraverso la presentazione della collezione A/I 2018 e mostrerà, in anteprima, il cortometraggio firmato da Dan Tobin Smith.

Grazie all’accordo tra Pitti Immagine e Tokyo Fashion Award – seconda puntata di una lunga serie di collaborazioni – saranno visibili in uno spazio dedicato all’interno di TOUCH, le collezioni di 6 talentuosi brand emergenti dal Giappone, selezionati da una prestigiosa giuria. I nomi: Body Song, Children of the Discordance, Digawel, F/CE, Kuon e Soe.

Il brand olandese DENHAM the Jeanmaker, leader nella produzione di denim, celebrerà il suo 10°anniversario, con il lancio del libro “A Decade of DENHAM” e la presentazione di tre modelli di jeans, in collaborazione con Candiani, storica azienda tessile italiana, leader nel campo del denim, che nel 2018 festeggia il suo 80° anniversario.

Questa edizione vedrà anche la partecipazione di Karl Lagerfeld che presenterà la nuova collezione maschile, in uno spazio espositivo all’interno della Sala dell’Orologio alle Costruzioni Lorenesi.

Al primo piano delle Costruzioni Lorenesi, T-Michael – designer conosciuto per l’innovazione nelle sue creazioni bespoke – presenta “5 CURATORS/ ONE SPACE/”: cinque fashion insider e designer – Gerold Brenner, Tom Stubbs, Harris Elliott, NoriakiMoriguchi e T-Michael, selezionati da quest’ultimo – raccontano l’abilità creativa di 9 brand, in uno spazio che riflette lo zeitgeist dello stile contemporaneo. I brand coinvolti: SoarRunning, Bianca Saunders, Infundibulum, Labrum., Neat, NorwegianRain, T-Michael, Y. &Sons e Marc Point.

Sintesi dell’evoluzione contemporanea del brand, collegamento tra passato e futuro, la nuova collezione Best Company by Olmes Carretti sarà presentata in anteprima a Pitti Uomo. Protagoniste le iconiche felpe con una capsule Spring-Summer che accompagnerà la collezione F/W 2018, introdotta da una campagna firmata da Oliviero Toscani.

foto http://www.pittimmagine.com

Nicola Ievola

Paolo Roversi: Storie.

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Gli studenti di Accademia del Lusso di Milano hanno incontrato “per caso” Paolo Roversi.

Dal 16 novembre al 17 dicembre le stanze di Palazzo  Reale di Milano hanno ospitato Storie, una monografica del fotografo Paolo Roversi, curata dalla photo editor di Vogue Italia Alessia Glaviano.

La personale ha esplorato le diverse sfaccettature del lavoro di Roversi, da quello più meditativo, intimista e sconosciuto fino a quello più glamour, ponendo particolare attenzione alla continua e costante ricerca legata al “sentimento della luce”.  9 storie hanno abitato le 9 stanze degli Appartamenti del Principe adibiti alla mostra.

Artista profondamente attento al processo fotografico, Roversi ha fatto della sperimentazione con la polaroid largo formato la base della propria cifra stilistica. La sua poetica, modulata sulla ricerca e la prossimità all’ineffabile “sentimento della luce”, è evidente in tutti gli scatti del fotografo, da quelli di alta moda fino ai nudi o agli still life.

Ed è stato proprio durante una visita guidata alla mostra che gli studenti di Accademia del Lusso di Milano hanno avuto la possibilità di incontrare casualmente Paolo Roversi.

Roversi stava tenendo una lezione di fotografia ad un giovane fotografo, ma non ha esitato ad interromperla quando i ragazzi con grande entusiasmo lo hanno fermato per chiedere una foto ricordo e scambiare due chiacchiere.

Un momento unico ed estremamente formativo per i ragazzi, che hanno avuto la possibilità di conoscere uno dei più grandi fotografi esistenti al mondo.

Nicola Ievola

Moda e comunicazione: successi, insuccessi e risvolti sociali

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Qualche settimana fa, l’azienda Pandora è finita al centro di un piccolo caso mediatico: il celebre brand danese ha tappezzato i corridoi della metropolitana milanese con la campagna per il Natale 2017, campagna che non è però piaciuta a molte persone – moltissime, in verità.

Cosa recitavano i manifesti sotto accusa?

«Un ferro da stiro, un pigiama, un grembiule, un bracciale Pandora. Secondo te cosa la farebbe felice?»

La risposta dei passanti non si è fatta attendere e, dai corridoi della metropolitana meneghina, la protesta si è rapidamente spostata sui social network dove in tantissimi hanno additato la campagna come sessista e mortificante per il genere femminile poiché infarcitadi luoghi comuni.

Il brand ha replicato postando due note sulla pagina Facebook allo scopo di chiarire la propria posizione: l’idea– ha spiegato – era in realtà «quella di strizzare l’occhio ad alcuni stereotipi che tutte noi conosciamo in maniera ironica e giocosa, assolutamente non offensiva, con il desiderio di regalare un sorriso».

Accettando di mettersi in discussione, Pandora ha però ammesso che, nonostante le proprie buone intenzioni, il messaggio poteva dar luogo a malintesi: «in realtà abbiamo visto che estrapolati dal loro contesto alcuni passaggi di questa comunicazione hanno generato interpretazioni opposte al nostro intento», si legge ancora nella nota che si chiude con le parole «quindi ci scusiamo con tutte coloro che si sono sentite toccate nella loro sensibilità».

Le scuse presentate da Pandora non sono però bastate a calmare gli animi e l’opinione pubblica si è divisa su due fronti: da una parte, si è schierato chi ha visto in tutto ciò una polemica esagerata; dall’altra parte, invece, si è schierato chi ha continuato a sostenere che lo sdegno fosse più che legittimo e giustificato. Altri ancora hanno affermato che, in fondo, è inutile prendersela con Pandora poi ché la pubblicità italiana in generale non fa altro che rifletteree sottolineare la condizione della donna nel nostro Paese.

Chi ha ragione? Chi ha torto?

Difficile dirlo ma, sicuramente, in comunicazione vale un principio: una campagna che necessita di troppe spiegazioni equivale a un insuccesso e così la vicenda ha causato un piccolo terremoto che, in realtà, non sorprende coloro che si occupano quotidianamente di comunicazione e che dunque ben sanno quanto situazioni come questa possano essere costantemente in agguato, nonostante – ripetiamolo – le migliori intenzioni.

Ogni addetto o responsabile comunicazione è costantemente in stato di allerta nel momentodel lancio di una nuova campagna, soprattutto se si tratta di una campagna trasversale condivisa su tutti i media, dalla carta al web, dalla televisione alle affissioni stradali.

Il pericolo di equivoci e conseguenti polemiche è sempre esistito, ma il rischio è diventato esponenziale proprio con l’avvento dei social network che hanno dato la possibilità a tutti di esprimere la propria opinione in tempo reale: talvolta, il brusio del web diventa più potente e più virale della campagna pubblicitaria stessa e ogni scelta può contenere una certa percentuale di rischio, dalle parole ai testimonial, passando – naturalmente – per le immagini.

Ne sa qualcosa la maison Saint Laurent: nel 2015,una loro pubblicità fu proibita in quanto la modella protagonista della foto fu giudicata troppo magra.

La Advertising Standards Authority, l’agenzia indipendente che regola il mercato pubblicitario britannico, prese posizione con parole molto chiare: «the model appeared unhealthily underweight».

L’immagine in bianco e nero era apparsa nell’edizione inglese della rivista Elle: la modella, sdraiata per terra, indossava un abito corto che lasciava vedere gambe lunghissime e magrissime.

La maison francese contestò le accuse, naturalmente, ma la pubblicità fu infine ritirata poiché la posizione dell’ASA fu dura, lapidaria e irremovibile quanto lo furono le motivazioni a fronte del procedimento di censura: «the ad wasirresponsible».

È evidente come il modo di comunicare e pubblicizzare un brand e i suoi prodotti possa avere un impatto sociale anche molto forte: in tutto ciò, la moda in tutte le sue declinazioni – dal lusso al fast fashion, dagli accessori allo sportswear – haun ruolo da protagonista poiché esiste uno stretto legame proprio tra moda e società.

La moda è a tutti gli effetti un linguaggio e racconta gli umori, le tensioni, i cambiamenti della società in cui viviamo, influenzandola e venendone a sua volta influenzata: è un mezzo potente e i grandi comunicatori ne sono sempre stati ben consci.

Tra di essi, va ricordata Franca Sozzani della quale, proprio in questi giorni e precisamente il 22 dicembre, ricorre il primo anniversario dalla prematura scomparsa: per quasi tre decadi, dal 1988 fino ai suoi ultimi giorni, la celeberrima direttrice di Vogue Italia ha usato le pagine della rivista non solo per parlare di abiti, ma anche per iniettare messaggi ecologici e sociali nella fotografia di moda.

Resta indimenticabile l’editoriale con la top model Linda Evangelista posseduta dai demoni della chirurgia estetica come anche il Black Issue, il numero datato luglio 2008 con modelle e celebrità unite dal colore della pelle: quello della direttrice fu un atto di sensibilizzazione rivolto all’opinione pubblica in merito allo scarso numero di modelle di colore rispetto alle colleghe di pelle chiara.

Franca Sozzani ha decisamente dato il proprio contributo nel rivoluzionarela comunicazione visivain ambito moda, mandando un messaggio forte e chiaro: la moda permette di puntare il riflettore sulle questioni sociali.

La sua visione è stata – edè – ampiamente condivisa da molti brand, come per esempio Benetton.

La collaborazione tra il brand e il celebre fotografo Oliviero Toscaniha sancito l’inserimento delle campagne Benetton in testi universitari e ambiti museali e ha prodotto alcune delle immagini più famose nel mondo della pubblicità tra gli Anni Ottanta e gli Anni Novanta: le collezioni del brand veneto sono state letteralmente usate per attirare l’attenzione su temi sociali quali il razzismo, la povertà, l’AIDS, la pena di morte.

Le immagini forti e l’irriverenza di alcuni scatti hanno fatto talvolta discutere, scandalizzando e creando polemiche, dando vita a ciò che viene definito shockvertising: il termine anglosassone nasce dalla fusione delle parole shock (letteralmente urto, scossa) e advertising (pubblicità) ed è impiegato per definire quelle campagne in grado di creare un impatto emotivo importante.

Oggi, dopo molti anni, Toscani torna a firmarele campagne Benetton con due fotografie che affrontano il tema dell’integrazione.

«Il problema del mondo attuale è l’integrazione – dichiara Toscani – e il futuro si giocherà su quanto e come sapremo usare la nostra intelligenza per integrare il diverso, superando le paure.»

Le due immagini – una che ritrae una classe di bambini sorridenti di 13 nazionalità da 4  continenti e l’altra di un gruppo di bimbi anch’essi di tante nazionalità riuniti attorno a una maestra che legge Pinocchio – sonole prime di un progetto più ampio sul tema dell’integrazione che Toscani porterà avanti attraverso Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton.

Ma il tema della diversità e dell’integrazione è caro anche ad altre aziende.

La pattinatrice sul ghiaccio Zahra Lari è uno dei volti della campagna con la quale Nike presenta il suo primo hijab (il velo o foulard che copre i capelli e il collo delle donne musulmane lasciando scoperto il viso) in versione sportiva.

L’atleta rappresenterà gli Emirati Arabi durante i prossimi giochi olimpici invernali: oltre a fungere da testimonial, ha collaborato con il brand allo sviluppo del Nike Pro Hijab.

«Unohijab sportivo ideale deve essere leggero, traspirante e stabile perché mi muovo molto velocemente sul ghiaccio e non posso usare le mie mani per sistemarlo», ha spiegato Zahra Lari: la sua immagine contribuirà senza dubbio a far parlare di integrazione e Nike avrà un ruolo di primo piano nella discussione.

Nike è infatti il primo brand di caratura mondiale a produrre hijab sportivi: non si tratta certo di un’invenzione visto che i veli sportivi esistevano già, ma finora erano stati prodotti da aziende piccole e spesso locali.

Il lancio conferma l’interesseverso i mercati emergenti islamici, ma è anche una dichiarazione sociale forte: Nike si è infatti sempre schierata a favore dell’inclusione culturale nello sport convarie campagne e progetti.

Le reazioni del pubblico sono state di vario tipo: molti hanno apprezzato il prodotto e la campagna basata sul concetto di empowerment e self-confidence delle donne sportive di fede islamica e la rivista americana Time ha inserito il Nike Pro Hijabnelle 25 invenzioni importanti del 2017.

Naturalmente, non sono mancate né mancheranno opinioni diametralmente opposte così come qualche accusa, per esempio quella di indebita appropriazione culturale – ma questa è un’altra storia che magari vi racconterò in una futura occasione.

E per chiudere questo viaggio, oggi, uso una citazione.

«Le parole sono importanti»: così affermava il protagonista in una scena celebre del film Palombella rossa, diretto e interpretato da Nanni Moretti.

Potremmo aggiungere che le immagini lo sono altrettanto e che oggi, nell’era della comunicazione globale, parole e immagini devono necessariamente lavorare insieme, con coerenza e chiarezza, senza offendere né aggredire.

È una missione impegnativa, ma solo così è possibile far sì che il riflettore che la moda rappresenta possa diffondere una luce utile e, dunque,positiva.

Emanuela Pirré

Le fotodella campagna Benetton provengono dalla pagina Facebookdel brand https://www.facebook.com/BenettonItalia/

La foto della pattinatrice sul ghiaccio Zahra Lari con il Nike Pro Hijab proviene dal sito Nike Newshttps://news.nike.com/news/nike-pro-hijab

STRATEGIA DI COMUNICAZIONE DI FERRARI : INCONTRO CON STEFANO LAI, DIRETTORE COMUNICAZIONE FERRARI

in Eventi/News ADL by

Giovedì 23 novembre Stefano Lai, direttore della comunicazione di Ferrari, è stato invitato a parlare davanti agli studenti dell’Accademia del Lusso di strategie di comunicazione nel lusso e del valore di eccellenza e esclusività per un brand come la Ferrari. 

L’importanza del team

 Stefano Lai ha iniziato il suo intervento ponendo l’attenzione sul ruolo del leader e ha citato il VI presidente degli Stati Uniti John Quincy Adams “Se le tue azioni ispirano gli altri a sognare di più, imparare di più, fare di più e diventare di più, sei un leader.”

Essere un buon comunicatore significa tenere conto delle persone che formano il team e chi sta intorno a voi. Un vero leader è quello che pensa cosa possa fare per gli altri.

Un leader deve essere capace di dare uno stimolo, trovare delle soluzioni, essere curioso, coinvolgere tutti e dare un riscontro a ciascuno.

Grande attenzione alle persone

Il direttore della comunicazione Ferrari ha insistito più volte sul valore più importante in azienda : le persone.

Si percepisce un grande senso di appartenenza sia da parte del team, sia dai clienti e dal mondo Ferrari allargato.

Le persone fanno la differenza e la Ferrari è un team fortemente ancorato al suo territorio. Considera che ciascuna persona, cliente, appassionato della Ferrari, fornitore rappresenta l’azienda e può esserne portavoce.

Comunicare è anche garantire un flusso consistente e continuo di informazioni sia nell’azienda sia all’esterno con il mercato. Ha sottolineato l’importanza della coerenza nella comunicazione del brand.

Il ruolo della comunicazione

 La comunicazione è capire la storia dell’altro per raccontare la propria storia. Le aziende e le persone comunicano per :

  • Educare
  • Informare
  • Collaborare
  • Motivare
  • Guidare

La comunicazione deve avere un obiettivo, essere coerente con i valori di marca, il prodotto e il mercato e il messaggio deve essere significativo per i destinatari del messaggio e per colui che lo comunica.

La comunicazione

Ogni azienda ha un proprio stile comunicativo basato sulla personalità, il ruolo e l’azienda stessa.

Lo stile della Ferrari è istituzionale :

  • Comunicare solo quando è necessario
  • Il prodotto parla da solo, comunicazione fattiva
  • Coerenza della comunicazione intorno ai valori di marca : esclusività, eccellenza, innovazione, competizione, performance, storia personale del fondatore Enzo Ferrari
  • Mantenere la legenda viva. La Ferrari non fa pubblicità (tranne per i sponsors della F1, secondo evento sportivo mondiale guardato dopo i giochi olimpici)

L’esperienza

 Ferrari vende prodotti che danno emozioni. Una parte fondamentale dell’esperienza è il suono.

 

Chloé Payer

 

I British Fashion Awards amano e premiano la moda italiana

in Eventi/Fashion by

Milano, Parigi, Londra, New York: le fashion week si moltiplicano, nel tempo, in tutto il mondo, eppure sono ancora queste le vere capitali della moda.

Le quattro città giocano un ruolo fondamentale e hanno caratteri profondamente diversi, così come diverso è il loro approccio alla moda e diversa è la visione: in questo risiede la ricchezza, nel fatto che – tutte insieme – riescano a comporre un quadro che racconta le molteplici sfaccettature del vestire contemporaneo.

In una cosa, però, le quattro città e irispettivi Paesi si assomigliano: in tutti esiste un ente che si occupa in maniera specifica e sistematica della promozione del settore moda.

Camera Nazionale della Moda Italiana, Fédération de la Haute Couture et de la Mode, British Fashion Council, Council of Fashion Designers of America: i quattro enti (rispettivamente italiano, francese, britannico e statunitense) non hanno scopo di lucro ma ne hanno uno ben più importante, quello di difendere e diffondere il patrimonio culturale di ogni Paese rispetto alla materia moda.

Non solo, i quattro enti lavorano insieme per darsi reciproco supporto e per creare un network internazionale di eccellenza che sia in grado di portare avanti tradizione e progresso allo stesso tempo: in questa ottica, vengono concertate le fashion week e vengono realizzate alcune manifestazioni il cui scopo è assegnare premi orientati a valorizzare il meglio della moda internazionale.

Il British Fashion Council(BFC in acronimo) ha appena celebrato i suoi Fashion Awards 2017, in partnerhip con Swarovski: i vincitori sono stati premiati il 4 dicembre durante una cerimonia di gala che si è tenuta presso la Royal Albert Hall di Londra.

Lanciati nel 1986, i Fashion Awards sono diventati uno dei premi più prestigiosi in Europa, una sorta di Oscar della Moda: l’evento ha anche il merito di raccogliere fondi per finanziare le future generazioni di talenti.

La giuria dell’edizione 2017 si è avvalsa di 2mila addetti ai lavori (tra cui giornalisti, esperti del retail e specialisti della creatività) provenienti da oltre 38 Paesi di tutto il mondo.

Tra le categorie più seguite della manifestazione, figurano due premi molto ambiti: quello per lo stilista e quello per il business leader dell’anno.

Le nomination per la categoria International Designer of the year vedevano quest’anno ben due italiani tra i cinque finalisti, ovvero Alessandro Michele per Gucci e Maria Grazia Chiuri per Dior: Alessandro Michele era inoltre in lizza anche per la categoria Accessories Designer of the Year.

Un altro italiano, Marco Bizzarri, CEO di Gucci, era invece in lizza nella categoria Business Leader.

Com’è andata?

Com’è infine andata per l’Italia nel corso della serata del 4 dicembre, presentata dall’attore Jack Whitehall e dalla top model Karlie Klossal cospetto di una platea di circa 4mila ospiti?

Per il nostro Paese i premi sono stati infine ben tre, quello riconosciuto a Marco Bizzarri – che ha vinto nella sua categoria – nonché due premi speciali e prestigiosi riconosciuti a Donatella Versace e a Maria Grazia Chiuri: la maison della Medusa e il suo direttore artistico hanno vinto il premio Fashion Icon,mentre al direttore creativo di Dior è andato invece lo Swarovski Award For Positive Change.

Sul palco della Royal Albert Hall, Donatella Versace ha ritirato il Fashion Icon Award, assegnatole in un anno molto speciale: nel 2017 ricorrono infatti i 20 anni dalla scomparsa del fratello Gianni. Inoltre, la maison celebrerà nel 2018 il 40esimo anniversario dalla fondazione.

La motivazione del premio è duplice: da una parte, è stato riconosciuto il ruolo attivo della designer nel proteggere l’eredità del fratello Gianni; dall’altra, il merito coincide con la capacità di far apparire powerful tutte le donne.

E proprio grazie al contribuito prestato a quello che viene oggi chiamato women empowerment, Maria Grazia Chiuri si è invece aggiudicata lo Swarovski Award for Positive Change: consegnato per la prima volta lo scorso anno a un’altra importantissima figura italiana, Franca Sozzani, il premio desidera riconoscere i personaggi che hanno avuto un ruolo chiave nella società.

Il premio è ben meritato: la Chiuri – prima designer donna nella storia di Dior – ha saputo portare in passerella il dibattito sull’emancipazione, legando moda e femminismo in risposta all’attuale clima politico e sociale.

A lei si deve anche la capacità di aver saputo traghettare la maison Dior verso una dimensione più attuale e contemporanea, avvicinando il marchio al pubblico dei Millennials senza però snaturarne l’essenza, grazie a una nuova idea di lusso in cui lo sportswear non rinnega gli abiti da sera.

La moda italiana, insomma, ha dimostrato ancora una volta di avere un ruolo importante e di essere in grado – grazie ad alcuni dei suoi protagonisti – di incontrare il gusto e l’apprezzamento di un pubblico internazionale, così come hanno ben dimostrato nomination e premi di questa edizione dei British Fashion Awards.

Emanuela Pirré

 

Il sito dei Fashion Awards

Il sito del British Fashion Council – BFC

La pagina Facebook

L’account Instagram:

Le foto provengono dalla pagina Facebookdel BFC

Presentazione del libro “Improvvisamente…L’abito scorso” che racconta lo stile vintage

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Giovedì 30 novembre, nell’atmosfera retro e calorosa di Cavalli & Nastri in via Brera 2, Stefano Sacchi ha presentato il suo libro “Improvvisamente…L’abito scorso” che racconta lo stile vintage, limited edition, heritage come strategia di marketing del settore moda. Marisa Berenson, nipote della grandissima Elsa Schiaparelli, ne ha scritto la prefazione.

 Non basta ripescare dagli armadi dei genitori e nonni giacche, gonne e accessori per provare il fascino dello stile retrò! Nostalgia, accessori e abiti che hanno fatto la storia.

 Negli ultimi dieci anni il vintage è diventato un vero e proprio fenomeno in tutti campi dell’industria culturale: dalla moda alla musica, dalle serie TV ai libri, sempre più spesso sono i ricordi del passato a raccontarci il presente.

 Stefano Sacchi ha avuto la gentilezza di chiedermi di partecipare alla presentazione del suo lavoro e con molto piacere ho raccolto il suo invito, scrivendo un testo sulla mia percezione del Vintage.

La parola “Vintage” viene dal francese “vendange”, e significa un’eccezionale raccoltadi uva destinata a produrre i vini più prestigiosi, i millesimati.

Sono nata nella regione dello Champagne, in mezzo ai prestigiosi vigneti e celebre maisons di champagne: Moët & Chandon, Krug, Bollinger, Taittinger, Roederer.

Tutte queste maisons hanno in comune un valore: la ricerca dell’eccellenza.

L’eccellenza di coltivare la materia prima, un amore unico per il proprio lavoro e il rispetto della terra, un processo di fabbricazione eccezionale, l’esperienza di generazioni di savoir-faire,la ricerca del prodotto perfetto guidata dalla passione.

La passione di creare emozioni. Lo Champagne non è altro che emozione.

Il vintage è emozionante.

Emozioni legate adorigini storiche, alla storia del fondatore come Christian Dior, Coco Chanel, Cristobal Balenciaga, Gianni Versace, Giorgio Armani e tanti altri stilisti innamorati del proprio mestiere, a tessuti e modelli prodigiosi. Raccontano storie, fanno emozionare. Ciascun oggetto, accessorio, vestito ha una storiasingolare,sono modelli rari per creare un racconto che unisce passato e presente alla ricerca di uno stile unico e personale.

L’emozione come chiave per creare un rapporto tra la marca e il suo pubblico, per creare un’esperienza mozzafiato alla ricerca di un tesoro tra ammirazione, piacere ed eccitazione, un modo ludico di reinventarsi e sognare.

Il vintage richiede pazienza, non è immediato, non è di consumo veloce e facile. Come lo Champagne che può richiedere 10 anni di maturazione, ci vuole cultura e passione per capire il vintage e apprezzarne lo stile. Vintage è memoria, è stile, sono radici, è passato, presente e futuro nella sua permanente influenza sui cicli della moda.

 

Il vintage ci prende per mano per entrare in un mondo fatto di storie, di passione e di piacere.

 

Chloé Payer

Klimt dalla mostra al MUDEC all’influenza sulla moda contemporanea

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Tra le tante mostre interessanti attualmente in programma a Milano, il MUDEC – acronimo di Museo delle Culture – ne presenta una intitolata Klimt Experience.

Aperta fino al 7 gennaio 2018, la mostra offrein effetti una vera e proprio esperienza in quanto è una rappresentazione multimediale e immersiva interamente dedicata all’artista più rappresentativo della Secessione Viennese.

Gustav Klimt e la sua vita, ma anche la pittura, l’architettura, le arti applicate, il design e la moda della Vienna di fine Ottocento – inizi Novecento: sono questi i protagonisti assoluti di un excursus multimediale e multisensoriale che racconta l’universo pittorico e anche il contesto culturale e sociale in cui visse e operò il pittore austriaco.

L’obiettivo del percorso è quello di proporre al visitatore un nuovo modello di fruizione dell’opera d’arte attraverso le potenzialità sempre più allargate delle nuove tecnologie: la volontà è quella di entusiasmare, affascinare, emozionare e meravigliare il pubblico, invitando giovani e adulti ad approfondire la conoscenza di Klimt, la comprensione dei suoi lavori, la tecnica pittorica e la lettura stilistica attraverso macro-ingrandimenti dei dettagli delle opere.

Il visitatore può così vivere un’esperienza a 360° che coinvolge tutto lo spazio disponibile senza soluzione di continuità: le pareti, il soffitto e perfino il pavimento vengono colorati dalle immagini dell’arte di Klimt, dagli esordi agli ultimi dipinti.

Pensate: sono comprese ben settecento opere per una visione completa dell’opera del pittore altrimenti impossibile da ammirare in un unico evento espositivo. Il suo mondo – simbolico, enigmatico e sensuale – viene riprodotto con eccezionale impatto visivo grazie a un sistema progettato in esclusiva per questa video installazione.

In principio, ho parlato anche di musica: compositori del calibro di Strauss, Mozart, Wagner, Lehár, Beethoven, Bach, Orff e Webern accompagnano il visitatore con una coinvolgente colonna sonora proprio per testimoniare quanto la musica influenzò la vita e il lavoro di Klimt.

Accanto alla sua arte, è inoltre possibile ammirare fotografie d’epoca nonché ricostruzioni in 3D della Vienna dei primi del Novecento con la moda e i luoghi simbolodi una capitale europea in pieno fermento: trovano per esempio spazio le architetture innovative del Palazzo della Secessione, il luogo in cui è conservato il magnifico Fregio di Beethoven, dipinto da Klimt nel 1902, sviluppato su tre pareti per una lunghezza di 34 metri.

Tra le interazioni, ho citato – non certo a caso – quella con la moda: l’artista ha infatti collaborato con la sartoria di Emilie Louise Flöge, sua compagna nella vita.

In perfetta corrispondenza con il suo stile pittorico, le creazioni moda di Klimt rappresentavano un’interpretazione europea delle forme morbide dei capi dei popoli dell’Oriente: caratterizzati da un’eleganza raffinata, avevano linee sciolteche liberavano i movimenti del corpo e, alla razionalità dei tagli, si accompagnava e quasi si contrapponeva un ricco decorativismo.

I capi, disegnati da Klimt per sé e per la sua compagna e musa Emilie, nascevano come abiti d’artista, indipendenti dalle esigenze di mercato, ma ebbero una diffusione proprio grazie al lavoro che Emilie svolse insieme alle sorelle: basta digitare il nome della Flögenella stringa di un motore di ricerca per vedere apparire centinaia di splendide immagini d’epoca.

Il rapporto Klimt – moda non si è peraltro esaurito con la sua scomparsa avvenuta nel 1918: il celebre artista austriacoha continuato a influenzare la moda fino ad arrivare ai giorni nostri, tanto che molti stilisti contemporanei si sono ispirati e si ispirano alle sue opere immortali.

Tra i primi a rendergli omaggio vi fu Pierre Cardin: un editoriale con suoi capiin tributo al grande pittore apparvenell’edizione di settembre 1965 di Vogue UK, fotografato da Norman Parkinson.

John Galliano, il geniale enfant terrible della moda, ha invece reso il proprio omaggio a Klimt con la collezione primavera / estate 2008 disegnata per Dior.

Aquilano Rimondi, il brand creato da Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, si è invece ispirato a Klimt per le stampe della propria collezione primavera / estate 2011.

Anche la maison Alexander McQueen ha ceduto al fascino senza tempo del pittoreviennese: per la collezioneresort 2013,la designer Sarah Burton ha fatto incontrare lo stile Anni Settanta di David Bowie e i dipinti di Klimt.

L’Wren Scott, modella e stilista tragicamente scomparsa nel 2014, ha anch’essa dedicato la sua ultima collezione, quella per l’autunno / inverno 2013-14, a Klimt e in particolare alla sua passione per Adele Bloch-Bauer.

Maria Grazia Chiuri e PierPaolo Piccioli, quando erano insieme al timone di Valentino, hanno reso un tributo a Emilie Louise Flöge con la collezione autunno / inverno 2015-16.

L’esempio più recente è infine quello di Alberto Zambelli: per la collezione autunno / inverno 2016-17, lo stilista italiano si è ispirato a Maria Viktoria Altmann e, nel backstage della sua sfilata, mi ha raccontato come questa donna straordinaria, sopravvissuta all’Olocausto, abbia lungamente fronteggiato il governo austriaco per riuscire a recuperare l’iconico quadro di Gustav Klimt Ritratto di Adele Bloch-Bauer I,appartenuto a sua zia e confiscato dai nazisti a Vienna poco prima della Seconda Guerra Mondiale.

Adele Bloch-Bauer, colei che ha ispirato anche L’Wren Scott, era appunto lazia della Altmann e fu protettrice e musa di Klimt al quale commissionò diversi quadri prestandosi per due ritratti: il più importante e famoso fu eseguito nel 1907 e la figura di Adele si staglia in mezzo all’oro tipico del lavoro del grande pittore.

Dopo la guerra e dopo la fuga negli Stati Uniti per scampare all’Olocausto, la Altmann intraprese una lunga battaglia legale per riottenere i beni confiscati alla sua famiglia dai nazisti tra i quali il ritratto della zia: Alberto ha reso omaggio alle due donne attraverso i suoi capi.

A cento anni dalla morte, il grande artista austriaco non smette dunque di affascinare attraverso la sua arte, la sua vita e le persone che l’hanno attraversata: questa è la formula dell’immortalità ed ecco perché consiglio di vivere la Klimt Experience proposta dal MUDEC.

Emanuela Pirré

 

Il sito del MUDEC

 

Le foto della mostra provengono dal sito e dalla pagina Facebook del MUDEC.

Per le foto della collezione Alberto Zambelli FW 16-17 si ringrazia invece l’ufficio stampa dello stilista.

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Christian Dior, lo stilista del sogno, e i 70 anni del New Look

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Il 2017 è l’anno di Dior: mentre l’iconico e imperituro New Look ha compiuto 70 anni a febbraio, lo scorso 24 ottobre è stato invece il 60esimo anniversario della scomparsa di monsieur Christian Dior, creatore e fondatore dell’ormai leggendaria Maison.

Nato il 21 gennaio 1905 a Granville, città situata in Normandianel nord della Francia, ma poi cresciuto nel sud, vicino a Grasse, il couturier si spense prematuramente a Montecatini Terme il 24 ottobre 1957, a soli 52 anni e a causa di un infarto: il grande successo era arrivato per lui nel 1947, soltanto dieci anni prima, eppure quel decennio gli fu sufficiente per cambiare i codici della moda femminile dell’epoca e per lasciare un segno indelebile.

Christian Dior, figlio di un industriale, era però destinato a un’altra carriera, quella diplomatica.

Assecondando il desiderio dei propri genitori, frequentò infatti l’Écoledes Sciences Politiques: alla fine, lasciò però gli studi e, grazie all’aiuto del padre, nel 1928 riuscì ad aprire una piccola galleria d’arte che però dovette chiudere pochi anni dopo a causa del crollo dell’azienda di famiglia.

Dal 1937 al 1939, Dior lavorò con Robert Piguet, stilista e profumiere svizzero, finché non fu chiamato per il servizio militare: nel 1942, cominciò a lavorare nella casa di moda di Lucien Lelong presso la quale lui e Pierre Balmain diventarono i principali stilisti.

Nell’ottobre 1946,lo stilista aprì infine un suo atelier a Parigi con l’aiuto finanziario di Marcel Boussac, il re del cotone; da lì, un anno dopo, riuscì nell’impresa di rivoluzionare la moda degli Anni Quaranta introducendo un’idea di femminilità e uno stile completamente nuovi.

Il 12 febbraio 1947, il 42enne Christian Dior presentò la sua collezione Corolle nei saloni dell’atelier di Avenue Montaigne pieni, per l’occasione, di fiori: la collezione era fatta di abiti ricchi e romantici che ottennero una popolarità istantanea.

La donna presentata da Dior aveva spalle arrotondate rispetto a quelle imbottite precedentemente in uso; la gonna lunga a forma di corolla arrivava a venti centimetri dal suolo; il punto vita era stretto, ottenutotramite un leggero bustino, la guêpière; tessuti raffinati e costosi avevano sostituito il panno usato durante la Seconda Guerra Mondiale.

CarmelSnow, storica redattrice della rivista statunitense Harper’s Bazaar,parlò di Dior utilizzando il termine New Look, espressione in lingua inglese adottata per definire ciò che ella considerava il massimo della Haute Couture francese.

La celebre giornalista credeva nel talento di Dior che aveva notato fin dal 1937 con un modello disegnato per Robert Piguet e il New Look, la novità della quale lei annunciava la nascita, fu come una detonazione.

La Grande Guerra era finita da due anni e, con la sua collezione Corolle, Monsieur Dior voleva segnare una svolta lasciando al passato restrizioni e austerità: l’abbondanza di stoffa dei suoi modelli fu in effetti di non poco aiuto alla ripresa dell’industria tessile.

Il couturier intendeva restituire alle donne il gusto di piacersi e di piacere, gusto che era stato sacrificato dalla guerra.

«Volevo che gli abiti fossero modellati sulle curve del corpo femminile. Sottolineavo la vita e i fianchi, mettevo in evidenza il seno. Per dare più struttura ai miei modelli, feci foderare tutti i tessuti di percalle o taffetà, riprendendo una tradizione da tempo abbandonata.»

Così dichiarò Christian Dior.

Ma il suo spirito innovativo non si esaurì certo con la creazione della collezione Corolle: da allora, ogni anno, immise sul mercato nuove idee, creando una continua attesa.

Nel 1949 fu la volta di una linea a pannelli intercambiabili; nel 1950 la linea verticale portò le gonne a tubo; nel 1951 la linea diventò lunga con gonne strutturate per dare più slancio al busto; nel 1952 la linea divenne sinuosa con la vita sciolta e la gonna più corta; nel 1953 la linea tulipano valorizzò il seno; nel 1954 la linea a H uniformò invece il seno alla linea del corpo; nel 1955 la linea ad A portò gonne ampie e spalle strette; nel 1956 la linea a freccia assottigliò la figura; nel 1957, infine, apparve la linea a sacco.

Christian Dior fu anche tra i primi couturier ad associare in maniera sistematica accessori e vestiti: ai modelli affiancò infatti scarpe, borse, foulard, profumi e perfino lo smalto per le unghie.

Sempre nel 1947, per esempio, vide la luce Miss Dior, primo profumo della Maison: prendeva il nome da Catherine, la sorella del couturier.

Proprio per festeggiare i 70 anni – ormai 71 – dalla fondazione della maison e dal lancio del New Look, il prestigioso Muséedes Arts Décoratifs di Parigi ha inaugurato una mostra intitolata Christian Dior, couturier durêve ovvero lo stilista del sogno.

La retrospettiva – iniziata lo scorso 7 luglio e aperta fino al 7 gennaio 2018 – include non solo i capi, ma anche fotografie e documenti, da illustrazioni, schizzi e pubblicità fino a reportage di moda, oltre a un’ampia gamma di accessori, borse, scarpe, cappelli, gioielli e boccette di profumo.

I curatori Florence Müller e Olivier Gabet hanno progettato la mostra installando dipinti e oggetti d’arte che dialogano con sette decenni di creazioni Dior e hanno inserito nel percorso espositivo più di 300 capi: l’esposizione annovera così modelli disegnati non solo dal fondatore, ma anche dagli stilisti che si sono succeduti alla guida della maison dopo di lui.

Diorè infatti sopravvissuta alla scomparsa del suo fondatore e, oggi, è uno dei marchi globali di lusso dalla holding LVMH: dopo Yves Saint Laurent, Marc Bohan, Gianfranco Ferré, John Galliano e Raf Simons, vede attualmente una donna nel ruolo di direttore creativo.

Si tratta dell’italiana Maria Grazia Chiuri che, dal 1999 al 2016, ha lavorato per Valentino in coppia con Pierpaolo Piccioli: la Chiuri è la prima donna in una dinastia di soli uomini e c’è da scommettere che – come ha già dimostrato di poter fare – continuerà a tenere viva quell’attesa che Monsieur Dior fu capace di creare.

Emanuela Pirré

La mostra al Muséedes Arts Décoratifs

In foto: scenografie dell’esposizione Christian Dior, couturier durêve © Le arti decorative, Parigi  foto @LucBoegly – dalla pagina Facebook del Museo

Con Apritimoda! Milano scopre gli atelier

in Eventi by

Milano viene spesso definita città della moda e manifesta oggi un nuovo desiderio: aprire i luoghi segreti delle sue maison alla visita del pubblico.

Le case di moda sono una delle anime più importanti della creatività non ché dell’economia e lo sono non solo per il capoluogo meneghino, ma più in generale per tutto il nostro Paese; eppure, il cuore della loro attività è spesso sconosciuto ed èquasi sempre inaccessibile.

Ecco in quale ottica è nata l’iniziativa Apritimoda! – nome scritto proprio così, con il punto esclamativo, come a parafrasare la formula magicache in una nota fiaba serve ad aprire la caverna in cui è celato il tesoro.

Il progetto, realizzato con importanti sostegni quali il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico, del Comune di Milano, di Camera Nazionale della Moda Italiana e di Altagamma, si inserisce nell’immagine che Milano ha costruito negli ultimi anni, quella di città affascinante balzata tra le primissime posizioni in Italia per attrattiva turistica, «the place to be», come l’hanno definita testate prestigiose quali il New York Timesoppure il China Daily.

La città ha ottenuto questi risultati aprendosi al mondo ed è proprio il concetto dell’apertura, che è innanzitutto nuovo approccio culturale, una delle ragioni del cosiddetto Rinascimento milanese.

Milano, città del design, ha conquistato il mondo con il Fuori Salone; Milano, città della musica, ha inventato PianoCity, centinaia di pianoforti a suonare ovunque; Milano, città dell’editoria, ha inventato BookCity, attraendo lettori in tutti i luoghi della cultura; Milano, capitale Expo nel 2015, ha lanciato per prima il format del FuoriExpo; Milano, città della moda, apre oggile porte dei suoi atelier.

L’apertura di tali atelier non è – comed’abitudine – quella destinata a esperti, tecnici, buyer e giornalisti, bensì a tutti coloro che, dotati di una dose di sana curiosità, vogliano conoscere più da vicino la moda e i suoi ingranaggi.

Aprire le porte delle maison e dei loro spazi privati – svelandoluoghi all’interno dei quali nasce il processo creativo – significa offrire ai visitatori un’occasione straordinaria per toccare con mano la bellezza e l’unicità di tali luoghi; significa avviare un dialogo diretto tra chi crea la moda e chi vive la città, tra chi crea la moda e chi la studia.

Conoscere vuol dire apprezzare e amare, coinvolgere significa rendere tutti orgogliosi dell’eccellenza del Made in Italy: ecco perché Apritimoda!è importante.

In occasione della conferenza stampa di presentazione, Ivan Scalfarotto, Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico, ha ben spiegato l’intento del progetto.

«Troppo spesso pensiamo al sistema della moda come al mondo dell’effimero: iniziative come Apritimoda! permettono al pubblico di vedere che ‘dietro le quinte’ esistono persone,organizzazioni, risorse, processi creativi che poi si concretizzano in ‘produzioni’ che, oltre a far sognare, generano sviluppo e lavoro. E quando la conoscenza arriva alle persone gli stereotipi, per fortuna, svaniscono.»

Sabato 21 e domenica 22 ottobre, ogni maison ha organizzato visite su misura per raccontarsi, per svelare il proprio modo di intendere la moda e il proprio lifestyle. Le modalità delle visite e gli ambienti hanno dunque esplicitato l’idea che ogni stilista o brandvuole dare di sé.

Le maison e le istituzioni coinvolte sono state ben quattordici: in rigoroso ordine alfabetico, elenco Agnona, Alberta Ferretti, Antonio Marras, Curiel, Ermenegildo Zegna, Etro, Fondazione Gianfranco Ferré, Gianni Versace, Giorgio Armani, Laboratori della Scala, Missoni, Moncler, Prada e Trussardi.

Le visite sono state tutte gratuite e la risposta non è mancata: quasi 15 mila persone hanno varcato la soglia delle quattordici realtà coinvoltein questa prima edizione, realizzando il sogno alla base di Apritimoda!, ovvero quello che la moda e la città potessero prendersi per mano.

Milano è riuscita ad aggiungere un nuovo tassello alla sua immagine di città che vuole realmente aprirsi al mondo e ha dato il via a una nuova dimensione della comunicazione della moda, attraverso un format che ha già in programma successive edizioni non solo nel capoluogo lombardo.

Brindiamo, allora, a quella che si spera possa essere una lunga amicizia libera da pregiudizi e stereotipi.

Emanuela Pirré

 

Le foto provengono dalla pagina Facebook di Camera Nazionale della Moda Italiana

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